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Agio e Disagio

di Doriano Dal Cengio

 

Giorni fa parlavo con un collega di adolescenza, di comportamenti a rischio e di prevenzione del disagio giovanile nei suoi vari aspetti: uso di droghe, comportamenti disadattivi, manifestazioni antisociali, acting autolesivi. Condividevamo l’idea che al di là del contesto sociale in cui una persona cresce, che può essere più o meno favorevole, più o meno ricco di stimoli, più o meno deviante nelle proposte, era il processo di crescita in sé (e quindi il ruolo giocato dalle relazioni familiari) l’elemento chiave che faceva la differenza nella definizione di un destino. Una storia evolutiva positiva, sana, stimolante, concordavamo, creava le basi per una sufficientemente solida e adeguata strutturazione della personalità e quindi, se non intervenivano eventi esterni di tipo traumatico, si poteva immaginare la realizzazione di una vita altrettanto positiva e probabilmente felice.

 

Skills for Life

Ricordavamo le proposte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che già a metà degli anni novanta con il progetto “Skills for Life”  focalizzava l’attenzione sull’importanza che in ambito educativo si favorissero l’acquisizione di competenze sia personali che relazionali che permettessero all’individuo di fronteggiare adeguatamente la complessità insita nella realtà. L’O.M.S. in maniera esplicita sosteneva che se si voleva prevenire la tossicodipendenza, il disagio giovanile, le varie forme di disadattamento, si doveva puntare su strategie educative che permettessero l’apprendimento di competenze (Life Skills) che potessero aiutare l’individuo ad affrontare adeguatamente situazione complesse, difficili  e quindi fonte di stress. Venivano inoltre indicate quali erano queste abilità che le agenzie educative dovevano alimentare nel corso dello sviluppo, predisponendo un training rivolto agli insegnanti perché potessero introdurre in ambito scolastico, oltre alla normale attività didattica anche esperienze specifiche per il potenziamento delle abilità sociali.

Le considerazioni fatte dall’O.M.S., che si basano su ampi studi in ambito preventivo sono concettualmente semplici e si possono riassumere così: se riusciamo nel corso del processo educativo e quindi dello sviluppo a far apprendere al bambino prima e all’adolescente poi, una serie di competenze quali: la capacità di prendere decisioni (decision making), la capacità di risolvere problemi (problem solving), la possibilità di sviluppare un pensiero critico e creativo, di avere una buona empatia nei confronti degli altri, la capacità di comunicare efficacemente ed affrontare efficacemente i conflitti;  molto probabilmente ci troveremo di fronte una persona capace di  affrontare la vita senza grossi sbandamenti.

Del resto è evidente che ci sono molte situazioni nella vita in cui è necessario avere specifiche competenze per poterle gestire o affrontare adeguatamente, sia ad esempio in ambito scolastico (metodo di studio, capacità di organizzare le informazioni, capacità di memorizzazione, capacità di fare collegamenti fra tematiche diverse) che nella vita professionale (competenze specifiche, capacità di stare in gruppo, capacità di programmazione e verifica) ma anche sul piano relazionale (capacità di identificazione, sensibilità empatica, capacità di ascolto e comunicazione). Più siamo “ricchi” di strumenti e più facilmente riusciamo a muoverci nel mondo con una certa competenza ed un certo equilibrio.

Tutta la dimensione psicopatologica così come ci viene descritta dalle varie scuole di pensiero psicologico e psichiatrico, si configura per molti versi come una dimensione fatta di carenze che hanno accompagnato lo sviluppo individuale, per cui possiamo dire che quell’individuo si è trovato nel corso del tempo impreparato ad affrontare la complessità dell’esistenza, sviluppando di conseguenza quelli che vengono chiamati disturbi. Se pensiamo ad esempio ai disturbi d’ansia, con le varianti ossessive o fobiche, oppure ai disturbi dell’umore, o anche ai disturbi di personalità, possiamo vederli in fondo, come tentativi messi in atto da quell’individuo per gestire la realtà. Se quell’individuo avesse saputo fare qualcosa di diverso e di meglio lo avrebbe fatto, ma le sue competenze,  “la sua cassetta degli attrezzi”, conseguente a ciò che aveva appreso nel corso del suo sviluppo, era quello e con quello ha fatto ciò che poteva fare.

Da questo punto di vista, possiamo dire che tutte le pratiche e le procedure terapeutiche proposte dalle varie scuole di psicoterapia sono in fondo tentativi di compensazione delle carenze registrate nel corso del processo di crescita. Sia che si lavori per re-interpretare la propria storia cogliendone nuovi significati, sia che si lavori per apprendere nuove strategie per affrontare i vari problemi, sia che si lavori per modificare il proprio sistema difensivo migliorandolo, sia che si lavori sulle proprie emozioni e sui blocchi emozionali, alla fine si cerca di aiutare quella persona favorendo nuovi apprendimenti che vanno a rafforzare o a riorganizzare la struttura della personalità, cosa che in realtà dovrebbe essere lo scopo del processo formativo-educativo nel corso dello sviluppo. In altre parole quello che facciamo come psicoterapeuti (indipendentemente dalla scuola di formazione di riferimento) è di lavorare su quelle che sono state per vari motivi, carenze educative e di conseguenza, mancati apprendimenti.

Quindi, tornando alle indicazioni dell’O.M.S. e alla proposta di incrementare sul piano educativo le Life Skills, sicuramente va non solo condivisa ma dovrebbe essere maggiormente conosciuta in modo da diventare un punto di riferimento acquisito nei vari livelli in cui si  esplicano le pratiche educative.

 

La dinamica dei bisogni

Ma la questione educativa così centrale nello sviluppo dell’individuo e della sua personalità, è soddisfatta solamente nell’ambito seppur importante dell’acquisizione di competenze? Se si guarda bene, in fondo tutta la questione posta dall’apprendimento delle Life Skills si colloca, da un punto di vista psicologico, nell’ambito dello sviluppo e rafforzamento dell’Io. Lo sviluppo e la formazione dell’Io viene soddisfatto solo dall’acquisizione di competenze? O c’è dell’altro? Ad esempio la tematica dei bisogni centra con lo sviluppo psichico? L’educazione svolge un ruolo nella soddisfazione dei bisogni? E la soddisfazione o insoddisfazione dei bisogni gioca un ruolo nell’equilibrio psichico?

In psicologia come anche in fisiologia il bisogno è visto come la rottura di un equilibrio. La tendenza omeostatica che è propria degli organismi viventi fa si che quando un stato di equilibrio viene meno si inneschino dei processi di retroazione o di feedback, funzionali a ristabilire l’equilibrio perduto o a trovare un nuovo equilibrio. In altre parole è la percezione di una carenza che innesca la necessità di agire. L’individuo che avverte la fame (carenza di sostanze nutritive) si muoverà alla ricerca di cibo, se lo stesso individuo avverte un senso di solitudine (carenza di contatto) si muoverà per cercare relazioni, se lo stesso individuo si sentirà insoddisfatto del proprio lavoro (carenza di realizzazione) si darà da fare per cercare un lavoro più appagante o modificare aspetti del proprio lavoro.

Nella dinamica psichica soggettiva,  la carenza, la mancanza di qualcosa, l’assenza, che innesca una necessità e quindi un bisogno, viene di solito avvertita come sensazione, emozione, vissuto, spiacevole e quindi negativo. E’ solitamente questa percezione spiacevole, questa sensazione di insoddisfazione (mancanza di soddisfazione e quindi di appagamento) che innesca, mobilitando energia, un meccanismo di reazione che spinge ad agire, che spinge a cercare qualcosa e questa spinta all’azione diventa motivazione.

 

Abraham Maslow  e la sua teoria dei bisogni

In ambito psicologico forse il primo autore che ha cercato di proporre una teoria generale dei bisogni umani e quindi delle motivazioni è stato Abraham Maslow, psicologo americano, uno dei padri fondatori della Psicologia Umanistica, che pubblicò nel 1954 “Motivazione e personalità”. La sua teoria dei bisogni, è una teoria che ha una valenza evolutiva nel senso che prevede una gerarchia di bisogni che si sviluppa nel tempo (la nota piramide dei bisogni di Maslow) la cui soddisfazione procede, diciamo, dal basso verso l’alto nel senso che man mano che un individuo cresce e riesce a soddisfare i bisogni più elementari, procederà poi nel corso del proprio sviluppo alla ricerca di soddisfazione di quelli evolutivamente superiori. Se i bisogni sono espressioni di carenze o squilibri, dal pensiero di Maslow si deduce che nel corso dello sviluppo alcune esigenze si impongono al di là della dimensione individuale, indipendentemente dalla cultura, o dai diversi modelli di comportamento. Le persone agirebbero, con stili diversi, ma cercando di soddisfare determinate classi di bisogni.

Entrando nel dettaglio della sua teoria, vediamo che al livello più basso della famosa piramide, si ha il gruppo dei bisogni fisiologici, come la fame, la sete, il sonno, l’igiene e così via, bisogni che sono strettamente legati a esigenze vitali e quindi alla sopravvivenza. I bisogni che si affacciano immediatamente dopo la soddisfazione delle necessità vitali sono per Maslow quelli legati al bisogno di sicurezza, bisogno per altro altrettanto forte, perché anche questa classe di bisogni ha a che fare con la vita. Per sicurezza si intende sia quella propriamente fisica e quindi la necessità di sentirsi protetti nel presente, ma anche quella più psicologica, di sentirsi tranquilli per il futuro, in cui si può immaginare, ad esempio, un futuro in cui diventa possibile fare progetti, sviluppare dei sogni. Queste due classi vengono considerate bisogni primari o fisiologici, mentre quelli che seguiranno verranno considerati bisogni secondari o psicologici. Quando una persona vede soddisfatti i bisogni fisiologici e quelli legati alla propria personale sicurezza si affacceranno quelli che lui chiama i bisogni di integrazione e di affetto. Questa classe di bisogni si esprime nella necessità, che la persona avverte, di sentirsi socialmente inserita e accettata nella comunità in cui vive. Non solo quindi inserita in un sistema di relazioni sociali ma anche di relazioni affettive in cui possa sentirsi amato, da familiari, amici e partner con cui scambiare amore o affetto. Soddisfatti i bisogni di integrazione e affetto e quindi di relazioni, emergono nell’esperienza umana una nuova classe di bisogni, i bisogni di stima. Per stima Maslow intende il riconoscimento positivo da parte degli altri, ma anche da parte di sé stessi, autostima. Abbiamo bisogno di relazioni ma anche di relazioni affettive, cioè attaccamenti. All’interno delle relazioni sociali e affettive andiamo alla ricerca di riconoscimenti (fame di carezze direbbe Eric Berne) che ci permettono di sentire che per gli altri abbiamo un valore, siamo importanti, siamo cioè degni di stima.

Soddisfatti i bisogni più di natura sociale, legati alle relazioni, all’affettività, alla stima  e autostima  si fa strada nell’essere umano un bisogno importante sul piano soggettivo, il bisogno di autorealizzazione. Questo bisogno spinge la persona a cercare quelle attività, a realizzare quei sogni, che sente intrinsecamente propri, vicini alla propria natura, al suo particolare modo di essere. L'autorealizzazione, o il senso di soddisfazione personale può passare attraverso il lavoro, la famiglia, l'impegno sociale, le relazioni, l'organizzazione del tempo libero, la realizzazione di passioni o hobby, quello che diventa importante per Maslow, è che la persona nel fare quello che fa e nel scegliere quello che sceglie, trovi modo di realizzare qualcosa che sente intimamente  proprio.

 

Il pensiero di Bob e Mary Goulding

Queste riflessioni sul processo di crescita e sul ruolo giocato dalla soddisfazione dei bisogni così come ci vengono proposte dalla teoria di Maslow, in cui è evidente, la programmazione biologica, nel senso che si coglie, come il succedersi di classi di bisogni  evolutivamente superiori, sia da un lato insito e iscritto nel biologico scorrere del tempo e dall’altro siano funzionali a spingere l’essere umano verso la sua realizzazione, ci fanno venire in mente le riflessioni proposte dai coniugi Goulding che apparentemente si pongono su un altro livello di riflessione, ma in realtà, come vedremo integrano e completano il pensiero di Maslow.

Bob e Mary Goulding sono stati due terapeuti americani che hanno avuto un certo risalto all’interno della psicologia transazionale negli anni settanta e ottanta. Sono stati entrambi allievi diretti sia di Fritz Perls, fondatore della gestalt-therapy, che di Eric Berne, fondatore dell’analisi transazionale e hanno dato vita ad una loro scuola psicoterapeutica che metteva insieme elementi di gestalt e di analisi transazionale, denominata redecision-therapy (terapia ridecisionale). Il loro libro forse più famoso è stato “Il cambiamento di vita attraverso la terapia ridecisionale” del 1979, in cui presentavano la loro visione dell’analisi transazionale, considerata il loro punto di riferimento teorico e una notevole mole di esempi e spunti clinici, presi dalla trascrizione di registrazioni dei loro lavori fatti per lo più in setting gruppali nel corso di lunghi workshop.

Loro ritengono che ogni scuola psicologica e psicoterapeutica abbia una propria teoria di come si sviluppa la personalità del bambino e di come si sviluppano le varie psicopatologie. La loro idea è che nel corso dello sviluppo e nel corso delle varie interazioni che si susseguono nel tempo fra genitori e figli passino dei messaggi. Questi messaggi possono essere positivi e quindi vanno a stimolare la fiducia in sé stessi e l’autostima, oppure negativi e in questo caso vanno invece a limitare sia la fiducia che l’autostima, creando così le premesse per delle difficoltà relazionali o per la costruzione di copioni esistenziali limitanti e infelici. Loro chiamano questi messaggi ingiunzioni e contro-ingiunzioni. In base ai messaggi ricevuti il bambino si forma delle idee, delle opinioni su di sé e sul mondo (opinioni di copione) e sulla base di queste opinioni prenderà delle decisioni (decisioni di copione) che lo porteranno a scegliere come porsi nei confronti degli altri, o del mondo. In accordo con Eric Berne, il quale sosteneva che ogni decisione presa nel corso dell'infanzia poteva essere ridecisa in futuro, i Goulding si concentrarono nel loro lavoro nel creare le condizioni, soprattutto utilizzando tecniche gestaltiche e quindi a forte impatto emotivo, per portare le persone a ridecidere (ecco perchè terapia redicisionale) scelte di vita fatte su decisioni prese durante l'infanzia e disfunzionali in età adulta.

Le ingiunzioni per entrare più nel dettaglio, sono messaggi provenienti dallo Stato dell’Io Bambino del genitore, quindi possiamo dire dalla parte più emotiva del genitore e sono emessi in relazione a situazioni di sofferenza personali e stati d’animo negativi: infelicità, angoscia, delusione, paura, frustrazione etc. L’invio di questi messaggi avviene per lo più a livello inconscio da parte dei genitori, non ne sono consapevoli. I figli che li ricevono li prendono però per veri non avendo nessuna possibilità di analisi e quindi di difesa. Li accettano e li fanno propri.

Per quanto riguarda le contro-ingiunzioni, invece, vengono considerate messaggi provenienti dallo Stato dell’Io Genitore dei genitori, sono quindi messaggi genitoriali limitanti o restrittivi, potremmo definirli dei comandi, che possono impedire la crescita e la flessibilità.  Comprendono quelle che in analisi transazionale vengono definite “spinte” e sono: Sii forte. Sforzati. Sii perfetto. Sbrigati. Fallo per me. A queste cinque spinte loro ne aggiungono una sesta su proposta di Mary Goulding: Sta attento.

Tornando alle ingiunzioni, che alla fine delle nostre riflessioni,  sono forse l’aspetto più interessante della loro proposta, diciamo che i Goulding ne hanno identificate un certo numero, su cui hanno costruito buona parte del loro lavoro, anche se ammettono che probabilmente non sono esaustive. Le ingiunzioni identificate sono: Non. Non essere. Non entrare in intimità. Non essere importante. Non essere un bambino. Non crescere. Non avere successo. Non essere te stesso. Non essere sano di mente. Non star bene in salute. Non fare parte. Non sentire. Non pensare.

Per meglio capire. L'ingiunzione Non, è data dai genitori che hanno paura e quindi diventano iperprotettivi. A causa delle loro paure inibiscono il bambino impedendogli di fare molte cose, ad esempio: non correre, non salire sull'altalena, non giocare a pallone, non allontanarti troppo etc. Possono essere infinite le paure che i genitori proiettano sui figli. Il problema è che i bambini non avendo nessuna possibilità di difesa le fanno proprie e queste paure diventano un limite al loro modo di essere, alla loro capacità di affrontare la vita. Allo stesso modo se pensiamo alla ingiunzione  non essere, con le relative varianti non essere un bambino, non essere importante, non essere te stesso, non essere sano di mente, vediamo come i messaggi vanno a “colpire” dimensioni importanti dell'essere che sono fondamentali per una crescita sana. Non essere un bambino implica tutta una serie di messaggi (ad esempio i bravi bambini … non piangono, non fanno i capricci, non si sporcano, non disturbano) in cui passano richieste di essere più grandi di quello che si è, anticipando un processo di adultizzazione che impedisce al bambino di essere ciò che di fatto è, impedendogli quindi di vivere l'età che ha. Oppure se prendiamo ad esempio il messaggio non essere importante, vediamo che questo messaggio può passare attraverso una serie di svalutazioni di richieste o espressioni del bambino. Possiamo immaginare, per fare qualche esempio, situazioni in cui si è a tavola o al parco giochi e si preferisce dare ascolto o proseguire la conversazione con gli adulti presenti piuttosto che dare spazio al bambino/a e a quello che ci sta tentando di dire. Oppure stiamo facendo qualcosa, siamo al computer, o stiamo guardando la TV e proviamo fastidio o proviamo irritazione quando nostro figlio/a cerca di comunicare con noi e lo respingiamo, oppure facciamo finta di ascoltarlo. Situazioni come queste o simili se reiterate nel tempo possono far passare la sensazione, cioè il messaggio, che lui o lei non sono legittimati ad avere attenzioni, si sentono poco considerati, o si  sentono spesso ignorati, in altre parole si sentono per l'appunto poco importanti.

E' evidente che le ingiunzioni così come sono state concepite e presentate dai Goulding, non passano attraverso espressioni verbali o comunque non solo, ma attraverso atteggiamenti, modalità di porsi, stili relazionali, che vengono reiterati nel tempo e vengono nel tempo “assorbiti” e interiorizzati dal bambino come “opinioni di copione” e diventano parte condizionante della sua modalità di essere, della sua personalità.

Ora tornando alle riflessioni di partenza, sul ruolo dei bisogni nel processo di sviluppo, ci sembra che le osservazioni dei Goulding diano degli spunti particolarmente stimolanti, perché se togliamo alle loro ingiunzioni l’avverbio non e la sostituiamo con il sostantivo bisogno, si evidenzia meglio come le ingiunzioni altro non siano che la negazione o la limitazione alla soddisfazione di importanti bisogni: Il bisogno di essere. Il bisogno di entrare in intimità. Il bisogno di essere importante. Il bisogno di essere un bambino. Il bisogno di crescere. Il bisogno di avere successo. Il bisogno di essere te stesso. Il bisogno di essere sano di mente. Il bisogno di star bene in salute. Il bisogno di fare parte. Il bisogno di sentire. Il bisogno di pensare.

Da questa prospettiva la gamma dei bisogni umani che necessitano di soddisfazione per favorire una crescita sana si diversificano e ampliano molto andando ad integrare, per molti versi la teoria dei bisogni di Maslow. Il prendersi cura dei bisogni fisiologici del bambino, come il provvedere alla sua fame, al suo bisogno di dormire, al suo bisogno di essere pulito e coccolato, non soddisfa forse anche il suo bisogno di essere,  o di essere importante, o di star bene in salute?

Allo stesso modo la presenza attenta di una madre premurosa che soddisfa il bisogno di sicurezza e protezione, non soddisfa anche il bisogno di essere un bambino, il bisogno di sentire o il bisogno di crescere?

Ugualmente il bisogno di integrazione e affetto non passa forse attraverso la soddisfazione del bisogno di essere importante o di entrare in intimità?

Si potrebbe continuare, ma quello che ci preme sottolineare è che la pratica educativa, che per semplicità espositiva possiamo ricondurre all’esercizio dei SI e dei NO, non è solo come spesso viene esplicitato, un esercizio di Permessi e di Limiti rivolti all’espressione o meno di certi comportamenti per far apprendere, ad esempio, regole, norme e valori, ma è ancora prima una pratica di soddisfazione (agio) e quindi di permesso o di insoddisfazione (disagio) e quindi di negazione (ingiunzioni) di dimensioni dell’essere che sono di fondamentale importanza per la costruzione della personalità.

 

Lo sviluppo della Fiducia

Quello che siamo è frutto di apprendimenti. Siamo biologicamente predisposti ad apprendere. La dinamica dei bisogni, che si impone con la soggettiva percezione di uno stato di carenza, pone la premessa per un nuovo apprendimento. Il rapporto con gli altri e col mondo è fonte di esperienze e le esperienze lasciano un segno, diventano apprendimenti. Ci sono due modalità di apprendimento, quella che vede coinvolta in primo piano la dimensione cognitiva, per cui l’utilizzo della parola, del simbolo, del linguaggio sia verbale che scritto è la chiave di tale apprendimento, e quella che vede in primo piano la dimensione emotiva, come diretta espressione dell’esperienza, che nella misura in cui si vive, creando sensazioni, lascia per l’appunto un segno che si “deposita” cioè si interiorizza. La soddisfazione di un bisogno o successivamente in termini evolutivi, di un desiderio, dove il desiderio è l'espressione più mentalizzata di un bisogno, ha a che fare con questa seconda modalità di apprendimento.

Ci sembra che il livello proposto sia da Maslow che dai Goulding non interagisca tanto con la dimensione cognitiva, quanto, proprio perché si parla di bisogni, con quella dimensione dell’essere che ha a che fare col sentire e quindi con la dimensione emotiva. La dimensione emotiva del resto, precede nello sviluppo quella cognitiva e quindi diventa la prima e primitiva forma di apprendimento. Questo ci rimanda alla prima infanzia, dove si pongono le basi dello sviluppo e pertanto a quella fase in cui il Sentire è la principale fonte di conoscenza che non a caso Piaget ha definito senso-motoria.

Del resto sull’importanza dei primi anni, per il positivo o negativo sviluppo dei successivi, la letteratura psicologica è alquanto ampia e concorde. Vari autori, soprattutto in ambito psicoanalitico, hanno più volte ribadito l’importanza di un accudimento amorevole soprattutto nei primi anni di vita, perché il tipo di imprinting ricevuto va a formare le basi, l’ossatura della struttura psichica su cui poi andranno a collocarsi i successivi apprendimenti. Uno di questi autori è Erik Erikson, il quale nei suoi scritti ritiene fondamentale le attenzioni e la qualità di accudimento ricevuti nel primo anno di vita per sviluppare quella che lui chiama “fiducia di base” intendendo con questo termine un atteggiamento, un modo di porsi con cui poi si affronterà il mondo. “Sentire che i propri bisogni vengono soddisfatti” dice Erikson, “significa percepire che il mondo è un posto buono e piacevole”. E’ interessante notare come, nella sua teoria degli otto stadi di sviluppo psicosociale, in cui Erikson interpreta in senso psicologico l’intero sviluppo umano e di cui il primo stadio è per l’appunto quello che vede l’antitesi fra fiducia e sfiducia di base, lui associ ad ogni stadio quella che chiama, una energia di base che lo caratterizza. Nel caso del primo stadio, in cui i compiti evolutivi sono quelli della costruzione della fiducia, Erikson associa, come energia di base, la Speranza che va a modulare il rapporto fiducia/sfiducia, a sottolineare come la soddisfazione dei bisogni nei primi anni di vita, oltre che a promuovere un senso di fiducia nei confronti degli altri e del mondo, predisponga ad un atteggiamento di speranza che per lui significa, giusto per usare le sue stesse parole “ … la convinzione permanente della realizzabilità dei desideri”. Va da sé che un accudimento carente o negativo predispone a sviluppare una sfiducia di base e quindi un atteggiamento di chiusura, di difesa, di diffidenza che incrementa, possiamo dire, anziché la speranza, la di-sperazione intesa per l’appunto come assenza di speranza.

Sulla stessa linea troviamo anche il pensiero di John Bowlby, anche lui psicoanalista, noto per la sua teoria dell’attaccamento. Bowlby sostiene che più è positivo il legame di attaccamento nel primi  anni di vita e più questa esperienza creerà le condizioni per la costruzione di quella che lui chiama “una base sicura” che favorirà poi uno sviluppo positivo della personalità. Il concetto di base sicura, elaborato assieme Mary Ainsworth, implica la percezione da parte del bambino di aver trovato nella madre “una base sicura” una presenza cioè certa e rassicurante, che permette al bambino di fidarsi in quanto sperimenta e metabolizza la presenza della madre come fonte di conforto e sicurezza. L’interiorizzazione di questa esperienza di legame sicuro favorirà uno sviluppo sicuro e fiducioso.

Concetti in qualche modo simili li ritroviamo anche in Donald Winnicott, pediatra e psicoanalista, quando pone alla base delle sue osservazioni l’importanza del concetto di holding e di madre sufficientemente buona.  La madre sufficientemente buona è quella madre che istintivamente sa come rapportarsi al proprio bambino in modo da essere accogliente e rassicurante, così da saper contenere le paure del bambino (questo è il concetto di holding) e permettere al bambino di sperimentare quella che Winnicott chiama “onnipotenza soggettiva”, un sentimento di sicurezza e di dominio sul mondo che nel tempo permetterà al bambino di staccarsi dalla madre e avventurarsi nel mondo con la sensazione di potercela fare. La scarsa capacità di holding (contenimento, rassicurazione e sostegno) di una madre non sufficientemente buona trasmetterà al bambino un senso di insicurezza, anziché di onnipotenza, per cui dovrà cercare nel corso della crescita, degli adattamenti, degli “aggiustamenti difensivi” attraverso la costruzione di quello che Winnicott chiama falso sé.

La letteratura psicologica è concorde nel ritenere i primi anni di vita fondamentali per lo sviluppo sano o problematico del bambino. La questione della fiducia in se stessi e nel mondo, che è alla base di una percezione di sicurezza e capacità (autostima), dipende probabilmente in via secondaria dall’acquisizione di competenze (life skills) rispetto invece all’esperienza primaria di soddisfazione dei propri bisogni che il bambino sperimenta nel corso dello sviluppo. Il bambino che vede soddisfatti i propri bisogni vitali di accudimento (fame, sete, igiene, calore) o di protezione e sicurezza, o che si sente accettato e apprezzato per quello che è, con buona probabilità è un bambino  che si predispone ad affrontare la sua avventura nel mondo partendo con il piede giusto perché è stato sufficientemente protetto e rassicurato. Ma anche poi quando avrà superato la fase senso-motoria dei primi anni e inizierà a metabolizzare altre informazioni, grazie alla progressiva maturazione cerebrale, la percezione di essere amato e di sentirsi importante per le persone che gli stanno attorno (bisogno di integrazione e affetto per tornare a Maslow) o di sentirsi stimato e apprezzato per la sua conquista del mondo (bisogno di stima) contribuiranno a rafforzare nel bambino quel sentimento di onnipotenza per tornare a Winnicott o di auto-efficacia per citare Bandura, che sono la base o la premessa se vogliamo, per l’acquisizione di ulteriori competenze (life skills) utili ad affrontare il mondo e la sua realtà.

Si può immaginare che un bambino che vive questa dimensione di soddisfazione dei propri bisogni, di appagamento dei propri desideri, di acquisizione di capacità e strumenti utili a gestire la realtà, sia un bambino sano. Si può pensare che stia crescendo bene, che la sua personalità si stia strutturando in modo equilibrato e solido e  tutto ciò ci può far immaginare che il suo rapporto con la vita sarà più equilibrato che squilibrato, più  ben-adattato che dis-adattato.

 

 Pubblicato il 10.10.2011