Su questo sito usiamo i cookies, anche di terze parti. Navigandolo accetti.

La Madre e il Padre

di Doriano Dal Cengio - Elisabetta Belloli

I media si stanno occupando molto degli adolescenti e dei giovani d’oggi, sottolineando che ci troviamo di fronte ad una generazione dalla fragilità diffusa. Dal periodo dell’epidemia Covid in poi annualmente escono i risultati di ricerche che sondano lo stato di salute degli adolescenti (v. articolo Adolescenti fra pandemia e guerra) e ci sembra che le ricerche consultate tendino a confermare un aumento dello stato di malessere connotato da alti livelli di ansia e spesso di tristezza che danno l’idea di una condizione giovanile caratterizzata per vari motivi da un senso di insicurezza. Vengono dati in aumento i casi di isolamento o ritiro sociale, i disturbi alimentari, la tendenza all’autolesionismo e alle condotte suicidarie, come anche l’esplosione di aggressività e violenza sia in ambito individuale che di gruppo. Per i nati dopo il 2000 (generazione Z e Alpha), si parla di nativi digitali. L’influenza dei Social Networks e più di recente dell’Intelligenza Artificiale (IA) sulla formazione delle nuove generazioni sta preoccupando molto il mondo degli adulti e dei genitori in particolare, tanto da diventare una questione anche politica visto che alcuni Stati stanno già legiferando per vietare l’uso dei Social al di sotto di una certa età e si sta premendo molto perché l’uso dell’IA trovi un adeguato spazio nella formazione scolare.

Il problema quindi esiste ma noi vorremmo in questo articolo occuparci non tanto dei problemi degli adolescenti o dei giovani d’oggi, quanto del ruolo della madre e del padre nel processo educativo, in quanto è nostra convinzione che al di là dei contesti storico-culturali che possono caratterizzare una certa epoca e che sicuramente vanno ad incidere sui comportamenti delle persone, è la relazione che si instaura in famiglia fra genitori e figli a fare la differenza nell’evoluzione verso una crescita positiva oppure negativa dei figli. Infatti la fragilità di cui si parla nei media non è generalizzabile, sembra più una tendenza, una caratteristica che non riguarda tutti gli adolescenti, ma una parte di essi. Oltre ai giovani fragili e smarriti troviamo anche giovani che si danno da fare, studiano, si impegnano nel sociale o nello sport, cercano di immaginarsi un futuro in cui c’è un posto anche per loro in questa società e se non lo vedono in Italia sono disposti ad avventurarsi nel mondo cercandolo in paesi più attenti del nostro alla questione giovanile. Pensiamo che la causa della fragilità attuale che riguarda una parte dei giovani d’oggi vada cercata nella tipologia delle relazioni familiari, più che nel contesto sociale in cui viviamo.

La Funzione Genitoriale

Diventare genitori oggi, come ieri, significa essere disponibili a prendersi cura. Per molti versi questo è un atteggiamento che anima i genitori per tutto il corso della loro vita anche se questa predisposizione diventa particolarmente importante nei primi 20 anni di vita dei figli, gli anni dell’infanzia e di tutta l’adolescenza.

Il prendersi cura genitoriale si esplica secondo una modalità che noi chiamiamo nutritivaI genitori nutrono i figli. Nei primi anni quando il cucciolo d’uomo entra nella vita dei due neo-genitori quello della nutrizione è chiaramente un elemento fondamentale e questo imprinting durerà per molto tempo, infatti saranno proprio i genitori a pensare e a preparare il cibo per i loro pargoli, occupandosi inoltre dei loro bisogni fondamentali (igiene, sonno, sicurezza…).

I genitori si trovano inoltre a dover nutrire non solo il corpo ma anche la psiche dei loro figli, infatti  attraverso la relazione con loro passano molti insegnamenti che vanno tutti in un’unica direzione: favorire nel tempo una progressiva autonomia. Basti pensare, per fare qualche esempio, alla conquista della deambulazione, alla acquisizione del linguaggio, alla capacità di vestirsi da soli, come anche il mangiare da soli o provvedere da sé all’igiene personale. Oltre a queste Skills,  nella relazione passano anche altri insegnamenti di carattere più sociale che implicano come ci si relaziona con gli altri, cosa è adeguato o meno fare in certe situazioni.

Possiamo pertanto definire la famiglia come un sistema di relazioni che si intrecciano e rafforzano nel tempo in cui si condividono da un lato gli Affetti e quindi tutto ciò che nutre la dimensione emotivo-affettiva e dall’altro si trasmettono Contenuti che vanno ad arricchire le Skills dei figli. Quando parliamo di contenuti intendiamo competenze, modi di agire e di essere, valori che orientano scelte e comportamenti, regole che definiscono limiti, in altre parole parliamo di una cultura familiare condivisa che esplicita un determinato sistema di valori (etica familiare).

La condivisione degli affetti sono l’essenza dei legami familiari soprattutto nella prima infanzia, e  vanno a nutrire la dimensione dell’essere, che si traduce poi come consapevolezza interiore nella convinzione più o meno solida a seconda della qualità delle relazioni: io sono amabile.

Il sentirsi amato/a in particolare nei primi anni di vita significa percepire di avere un valore agli occhi dell’altro, significa sentirsi accolto, voluto e quindi importante per l’altro e questo rafforza la convinzione di essere degno d’amore, aspetto questo che influenzerà poi assieme anche ad altre esperienze il livello di autostima personale e giocherà un ruolo nelle future esperienze amorose.

La trasmissione di contenuti invece nutre la dimensione del fare che a livello interiore si traduce anche in questo caso, a seconda della qualità delle relazioni, nella convinzione: io sono capace.

Questa convinzione rafforza l’idea di sentirsi in grado di affrontare situazioni complesse perché si sente via via arricchire la propria “cassetta degli attrezzi” cioè l’insieme di strumenti che il bambino/a prima e il ragazzo/a poi acquisisce per affrontare la realtà. Anche queste esperienze collaborano a rafforzare l’autostima ma ancor di più l’autoefficacia, per come la propone Albert Bandura, cioè quella convinzione che si costruisce nel tempo in cui l’individuo percepisce di avere sufficienti capacità organizzative che gli permettono di raggiungere le mete e gli scopi che si era prefisso.

Lo scopo educativo del prendersi cura, che nei primi anni è quasi esclusivamente affidato ai genitori e in una fase successiva condiviso con la scuola, è quello di favorire lo sviluppo di un buon equilibrio emotivo nei figli conseguente allo scambio affettivo e all’accrescere di specifiche competenze in modo che il percorso verso l’autonomia li porti ad essere capaci di inserirsi nei vari contesti sociali.

Ci possono essere vari modi con cui intendere il processo educativo e il suo scopo, noi pensiamo che alla base di ogni intervento educativo che va a strutturare la personalità dell’individuo ci sia l’obiettivo di favorire una maggiore capacità di adattamento alle regole della società in cui si cresce e in cui poi si vivrà. Il risultato finale di una buona educazione è l’integrazione psichica e l’adattamento sociale, quindi un individuo equilibrato sul piano emotivo, capace di relazionarsi con la realtà in modo adattivo. Quando parliamo di adattamento non intendiamo una passiva accettazione della realtà (rassegnazione) ma una attiva dialettica fra i propri bisogni individuali e i limiti presenti nei vari contesti sociali.

Oggi parte della fragilità dei giovani descritta dalle ricerche e sottolineata dai media verte in questa difficoltà di poter integrare esigenze individuali e limiti sociali. Quando questo processo di integrazione psichica e adattamento sociale non avviene in modo soddisfacente, per lo più riconducibile a carenze educative o a vissuti traumatici, ci troveremo di fronte a situazioni di dis-integrazione personale (fragilità dell’Io e rischio psicopatologico) e di dis-adattamento sociale (difficoltà relazionali e di adattamento ai contesti sociali), come purtroppo sempre più spesso negli ultimi anni la cronaca ci ha raccontato nelle sue manifestazioni più estreme.

Pensiamo che tutto il disagio psichico, comprese le varie psicopatologie, sia la conseguenza di una carenza relazionale ed educativa dovuta ad una deprivazione di attenzioni, ad uno inadeguato supporto affettivo, accompagnato da un carente nutrimento di contenuti, cioè competenze 

I primi dieci anni di vita

Sono ritenuti gli anni più importanti da tutta la letteratura psicologica, perché in questo arco di tempo  si pongono le basi personologiche dell’individuo che verrà. Alcuni autori come Erik Erikson pongono l’accento sull’accudimento nel primo anno di vita che viene ritenuto fondamentale. Altri, come Sigmund Freud o John Bowlby, considerano i primi tre anni di vita come i più importanti, altri ancora come Eric Berne sostengono che l’organizzazione psichica (il copione esistenziale) si definisce nei primi sei anni. Ma al di là di queste specifiche sicuramente rilevanti pensiamo che tutti i primi dieci anni siano importanti perché in quel tempo l’individuo prende forma, sia sul piano del carattere, che dei tratti personologici e anche nel modo di agire e di rapportarsi al mondo.

In questi primi dieci anni di vita il ruolo dei genitori è fondamentale. La madre in questo periodo è la protagonista assoluta del processo educativo e il padre come vedremo gioca un ruolo importante sia nella relazione con il figlio/a che nei confronti della madre (di sostegno, di aiuto, a volte di sostituzione).

La madre si prepara alla maternità sentendo il bimbo/a crescere dentro di sé. Lei lo sente, è qualcosa di suo, una parte di lei che cresce, si sviluppa e quando poi è pronta esce, nasce alla vita. Questo aspetto è estremamente significativo per il tipo di legame che la madre avrà con il figlio/a negli anni futuri. Il suo è e sarà per sempre un legame viscerale, sentirà quella creatura come parte di sé, anche se dopo il taglio del cordone ombelicale viene sancita la separazione e il bimbo/a inizierà la sua avventura nel mondo, per lei quella parte separata continuerà ad essere sentita comunque come una parte di sé.

Questo vale anche per le madri adottive?

Quello che ci sentiamo di affermare basandoci sulla nostra osservazione clinica, è che nei casi di adozione il desiderio di maternità è stato così tanto sentito e alimentato da produrre le condizioni perché si crei un legame altrettanto significativo. Il desiderio di avere un figlio/a è così forte da aprire immediatamente i canali dell’accoglienza, dell’ascolto, della protezione, in una parola la predisposizione al prendersene cura. I legami affettivi uniscono e coinvolgono.

L’attaccamento e per molti versi la simbiosi che andrà a legare quel figlio/a alla madre è non solo necessario alla sopravvivenza del piccolo/a ma anche alla sua formazione. Stiamo parlando di istinto materno, di quel sottile sentimento che unisce la madre alla sua creatura per cui lei sente, percepisce quello che è buono per il suo cucciolo. La relazione simbiotica fra la madre e il figlio/a è funzionale a costruire una relazione fusionale che diventa il tramite comunicativo di sensazioni, percezioni, apprendimenti, attraverso cui si vanno a soddisfare i bisogni del piccolo/a.

La madre, sufficientemente buona come direbbe Donald Winnicott, è quella che sente di cosa ha bisogno il suo piccolo/a e si attiva per soddisfare quei bisogni. Questa attenzione, questo prendersi cura fa vivere al piccolo/a una esperienza di sicurezza, il bimbo/a sentendosi protetto, gratificato, accudito si percepisce al sicuro. Pensiamo che le varie esperienze in cui il bambino si sente al sicuro, dove è protagonista non solo la madre ma anche il padre e magari i nonni, siano fondamentali. Il senso di protezione percepito verrà interiorizzato e stimolerà nel tempo la crescita di una capacità autoprotettiva. Quello che si verifica è simile al concetto di fiducia di base per come è stato proposto da Erik Erikson. Il sentirsi al sicuro rafforza la fiducia nei confronti di chi si prende cura e questo porterà nel tempo allo sviluppo di un sentimento di fiducia nei confronti di se stesso (percepisco di avere un valore) e un senso di fiducia nei confronti degli altri (mi posso fidare di chi si prende cura di me)

Pensiamo che un bambino che vive l’esperienza di sentirsi al sicuro nel corso dell’infanzia svilupperà interiormente un senso di sicurezza in se stesso. È il concetto di attaccamento sicuro proposto da John Bowlby, che dovrebbe oltre che sviluppare un senso di fiducia in se stessi e negli altri anche favorire un buona regolazione emotiva e una propensione a relazioni empatiche. Nel caso contrario dove ci troviamo di fronte a relazioni familiari instabili e poco presenti, J. Bowlby parla di attaccamento insicuro che avrà come conseguenza una quota di ansia e di paura che produrrà una senso di insicurezza in sé e anche nei confronti degli altri.

Pensiamo inoltre che ogni bambino/a sperimenti una dipendenza affettiva, simbiotica con la madre, e una dipendenza affettiva non simbiotica con il padre. L’esperienza di una dipendenza affettiva sana nei confronti dei genitori risponde al bisogno primario di sentirsi al sicuro e protetto. Abbiamo già sottolineato che il sentirsi amato in particolare negli anni dell’infanzia significhi percepirsi come amabile il che implica sviluppare interiormente la convinzione di avere un valore. Se il bambino/a cresce percependo di avere un valore, crescerà dandosi un valore che si tradurrà poi nella vita nella capacità di prendersi cura di sé, proprio come avevano fatto i genitori reali quando era piccolo/a.

I numerosi fatti di cronaca e le narrazioni che ascoltiamo durante i colloqui di terapia, sembrano dimostrare purtroppo una certa difficoltà nelle giovani generazioni a costruire legami affettivi stabili. Vivere un legame di coppia sano significa soprattutto esserci, essere in ascolto di sé e dell’altro e condividere delle reciproche responsabilità. Sembra ci sia una certa difficoltà ad assumersi delle responsabilità se è mancata nell’infanzia quell’esperienza positiva di legame sicuro, in quanto ogni legame affettivo diventa una situazione di rischio dove non risulta per nulla scontato la condivisione, l’ascolto e quella reciproca fusionalità che costituisce il collante in un rapporto di coppia. Quello che si coglie è che persone caratterizzate da una certa insicurezza rispetto alla percezione del proprio valore (attaccamento insicuro) tenderanno a cercare la sicurezza nel partner creando legami di dipendenza a volte patologici (attaccamento dipendente), oppure, nel caso opposto, il timore dell’abbandono per non essere abbastanza all’altezza, li porta ad evitare legami affettivi troppo coinvolgenti creando così le premesse per rapporti instabili. Ci sembra si possa affermare che ci sia uno stretto rapporto fra le situazioni di attaccamento vissute durante l’infanzia e le successive relazioni affettive vissute da adulti.

E il padre che ruolo gioca in questo decennio così importante dal punto di vista formativo?

Sul ruolo del padre moderno si sono spese fiumi di parole per lo più volte a sottolineare “l’assenza, la mancanza, l’evaporizzazione,” della figura paterna. Sui cambiamenti dei ruoli genitoriali avvenuti negli ultimi cinquant’anni ci siamo già espressi (v. articolo Permessi e Limiti).

È evidente che nel corso di questo tempo la figura paterna è passata dalla interpretazione autoritaria del ruolo paterno, che si esprimeva dentro una logica patriarcale rappresentata dalla figura del padre-padrone, ad una interpretazione del ruolo in termini più affettivi ed empatici. Il passaggio dalla cosiddetta famiglia etica a quella affettiva descritto da Gustavo Pietropolli Charmet mette bene in evidenza come ci sia stato un rimodellamento dei ruoli genitoriali nel corso degli ultimi decenni. La madre moderna non si dedica più solo alla cura dei figli, se non di solito nel primo anno di vita del bimbo/a. La madre è spesso oggi anche lavoratrice, ha ampliato la sfera di relazioni sociali, ha assunto un ruolo più determinato e deciso nell’economia e nell’organizzazione della famiglia. Il padre di converso è diventato più “materno”, ama stare con il figlio/a, è più presente, più giocoso, più comunicativo, più vicino emotivamente. Questa predisposizione o attitudine gli permette a volte di sostituire la madre nella cura e gestione del figlio/a, cosa impensabile qualche decennio fa. Se nei primi anni di vita la relazione di accudimento è prevalentemente tattile, vocale, fisica, pensiamo non ci sia una particolare differenza se questo accudimento sia svolto dalla figura materna o paterna. Nella famiglia moderna i ruoli di accudimento diventano interscambiabili e lo saranno anche negli anni successivi. La modalità affettiva e normativa che solitamente definisce il prendersi cura genitoriale ci sembra non sia più distintamente separata come avveniva nella cosiddetta famiglia etica dove la madre svolgeva un ruolo prevalentemente affettivo, caratterizzato da una amorevole presenza accudente (codice materno) e il padre quello normativo, caratterizzato dalla trasmissione di regole, valori e limiti (codice paterno). Adesso le due funzioni diventano interscambiabili e spesso si coglie come nella famiglia attuale sia più la madre a dettare “le regole” e il padre si riservi spesso un ruolo di sostegno e mediazione nei confronti dei figli. Quello che diventa importante è che questi due aspetti della funzione genitoriale vengano esercitate e non ci sembra poi così rilevante che siano interpretate da entrambe le figure in una sorta di gioco di squadra che permetta comunque una presenza rassicurante e la trasmissione di messaggi coerenti.

Il ruolo paterno diventa inoltre importante soprattutto nei primi anni di vita come sostegno, aiuto, vicinanza e ascolto della madre che si trova comunque ad avere sulle sue spalle il peso maggiore dell’accudimento che nei primissimi anni risulta particolarmente faticoso per il tipo di assorbimento che richiede.

Secondo alcuni autorevoli osservatori la figura paterna si è indebolita nella cultura attuale perché nella famiglia affettiva è venuto meno il “principio di autorità” che nella famiglia etica era saldamente nelle mani del padre. Nelle relazioni familiari moderne si è affermata quella che Pietropolli Charmet chiama la “democrazia degli affetti”. Se al centro delle relazioni familiari viene posto il dialogo, la comprensione, la vicinanza emotiva, il reciproco scambio di affetti, anche il potere decisionale viene rimesso in gioco e spesso condiviso. A volte succede e ci sembra una tendenza sempre più frequente, che nell’eccessivo tentativo di dare ascolto ai bisogni dei figli ed evitargli ogni sofferenza o frustrazione, si finisce per delegare a loro il potere di scelta. Ci sembra che oggi la debolezza delle relazioni familiari nel favorire una crescita positiva dei figli stia nell’idea di fondo che il compito dei genitori moderni non sia tanto quello di trasmettere valori, regole e disciplina come accadeva nella famiglia etica, né di aiutare i figli a saper affrontare adeguatamente la realtà, quanto piuttosto di renderli il più possibilmente felici. Se questo è l’obiettivo educativo della famiglia moderna, l’idea di annullare ogni possibile sofferenza o dolore ne diventa la logica conseguenza. La felicità intesa come assenza di ogni dolore e frustrazione. Quello che si nota anche nell’ambito dell’osservazione clinica è che rendere i figli il più possibilmente felici passa spesso dal tentativo di accontentarli in tutto con quel senso di immediatezza per cui i bisogni vanno soddisfatti subito e i desideri anticipati ancor prima che si manifestino. Questa disponibilità seppur comprensibile, sposta il processo decisionale che sostanzialmente definisce la gestione del potere all’interno della famiglia più nelle mani dei figli che in quelle dei genitori.

Se i bambini non sono d’accordo nel fare o non fare una certa cosa, spesso si nota un adeguamento alla volontà del figlio/a che nel corso del tempo diventerà sempre più il vero detentore del potere decisionale in famiglia, consolidando il passaggio dalla comprensibile connotazione del piccolo principe o principessa dei primi anni di vita, alla meno auspicabile posizione del piccolo tiranno/a degli anni successivi.

Alla base di tutto questo, immaginiamo ci sia, un malinteso senso di libertà, per cui si pensa che più il bambino/a impara precocemente a scegliere e a decidere e meglio è per la sua crescita in quanto si accelera il processo di maturazione e autonomia. In realtà pensiamo che il bambino/a nei primi dieci anni non abbia bisogno di sentirsi libero per imparare. Quello di cui i bambini hanno bisogno è di avere delle guide sicure che sappiano trasmettere loro un senso di protezione e sicurezza. È all’interno di questa condizione che possono sentirsi liberi di esprimere le loro emozioni e di sperimentare i loro piccoli passi verso l’autonomia.

Tornando al cambiamento del ruolo paterno e al suo maggiore attaccamento affettivo nei confronti dei figli pensiamo ci sia comunque un “sentire” diverso rispetto alla madre. Quello della madre, come si è detto, è un sentire viscerale, lei sente quel figlio/a come parte di sé, mentre il padre vive il suo attaccamento in modo separato, il suo è un attaccamento amorevole che ricorda per certi versi alcuni aspetti dell’innamoramento. Del resto il padre diventa tale quando “vede” fisicamente il bimbo/a, è solo in quel momento che lo sente entrare a far parte della propria vita rendendosi conto che quella presenza modificherà gli equilibri che si erano consolidati anni prima trasformando “all’improvviso” quella che era una dimensione di coppia in quella che sarà una dimensione di  famiglia.

Nei primi dieci anni di vita possiamo dire che vediamo entrambi i genitori impegnati come meglio possono a dare ai figli quelle che abbiamo chiamato istruzioni di volo. L’obiettivo del primo decennio è l’acquisizione di apprendimenti funzionali a raggiungere una certa autonomia. Il bambino/a passa da una totale dipendenza dai genitori (è questa la simbiosi) ad una relativa autonomia (sana dipendenza). A spingere questo processo di crescita è una forza “biologica”. Il corpo è programmato per crescere e i nutrimenti offerti dai genitori vanno a sostegno di questa tendenza che gli antichi greci chiamavano Physis, la forza che spinge tutti gli organismi viventi ad evolversi. Tutto avviene secondo un programma insito nella materia biologica ed è comune a tutti i bambini indipendentemente da dove sono nati e in che cultura sono cresciuti. Infatti, come abbiamo già sottolineato, alla fine del primo anno di vita solitamente c’è il tentativo di acquisire una posizione retta, nel secondo anno si consolida la deambulazione e il bimbo/a riesce a camminare da solo/a, con il terzo anno si affaccia e si organizza la parola, nasce il linguaggio e col linguaggio il pensiero. Dai tre a i cinque anni il bambino/a inizia a dialogare con i genitori e con tutti quelli che gli stanno attorno arricchendo in modo considerevole il vocabolario e con esso la sua capacità espressiva. Si assiste anche all’affacciarsi del gioco simbolico con cui il piccolo/a reinterpreta la realtà, ripassa e rinforza gli apprendimenti grazie ad una sorta di gioco di ruolo in cui mette in scena quello che vede accadere attorno a sé. Con l’ingresso poi nella scuola primaria preceduta spesso da quella materna inizia o si consolida il processo di socializzazione che vede l’interazione con nuovi soggetti diversi dai genitori o da altre figure familiari.

In prospettiva si coglie come nei primi dieci anni di vita l’accelerazione del processo di crescita sia notevole e il contributo dei genitori essenziale. Il bambino/a è come una spugna assorbe tutto quello che vive perché la vita stessa è in ogni sua manifestazione apprendimento, l’acquisizione ed elaborazione delle informazioni è parte della capacità di sopravvivenza, adattamento e crescita di ogni essere vivente.

La logica che sottostà a tutto questo è la seguente: le relazioni con gli altri producono esperienze, le esperienze vengono rielaborate a livello cerebrale grazie alle informazioni pilotate dagli organi di senso. A livello cerebrale la natura dell’esperienza viene codificata secondo una sintesi sia cognitiva che emotiva e viene memorizzata sotto forma di apprendimento. Gli apprendimenti acquisiti nel corso del tempo diventano identità. Nei primi dieci anni di vita grazie alla condivisione degli affetti e alla trasmissione di contenuti, il bambino/a acquisisce una sua identità che riflette molto quella interiorizzata dalle relazioni vissute con i propri genitori. Il bambino/a si rispecchia, assorbe e fa propri molti aspetti dei suoi genitori.

I secondi dieci anni di vita

Sono gli anni dell’adolescenza ed è un tempo importante per la ridefinizione della propria identità. Dell’adolescenza ci siamo già occupati in questo magazine (v. articolo Adolescenza), quello che riprendiamo qui riguarda la ricerca di identità e il ruolo dei genitori. Abbiamo visto che alla fine del primo decennio il bambino/a ha una sua identità costruita nell’interazione e rispecchiamento con i propri genitori. Con il secondo decennio iniziano le trasformazioni adolescenziali sia nel corpo che nella mente. Questi cambiamenti arrivano per lo più all’improvviso e il ragazzo/a rimane sorpreso dal constatare che quello che percepiva come stabile un po’ alla volta scopre che non lo è più. È la confusione d’identità descritta da Erik Erikson per cui quel ragazzo/a ad un certo punto non si riconosce più non solo nel corpo che si allunga trasformando la sua immagine dal bambino/a di ieri all’adolescente di oggi, ma è soprattutto la sua mente che comincia a sfuggire al suo controllo. I pensieri si fanno più densi, più invasivi, più veloci, più complessi, compaiono interessi che prima non c’erano, tutto si amplifica comprese le emozioni che si fanno più intense e variabili. Questa percezione di improvvisi e progressivi cambiamenti spiazza e confonde. Questa confusione diventa fonte di ansia, che per la prima volta il ragazzo/a sente come uno stato d’animo che spesso lo accompagna quotidianamente soprattutto quando si confronta nella relazione con gli altri e con gli impegni scolastici. Si percepisce instabile sia nelle trasformazioni del corpo che mentalmente e questo lo fa sentire vulnerabile e indifeso, provando spesso vergogna per questi incomprensibili aspetti di sé. Tutto questo movimento interno che fatte le dovute distinzioni coinvolge tutti gli adolescenti, ha uno scopo non immediatamente percepibile: quello della reazione.

La sofferenza interna diventando sempre più insopportabile spinge l’adolescente verso l’azione. Come nella dinamica dei bisogni, dove un qualsiasi bisogno viene percepito come la rottura di un equilibrio che lascia spazio ad un vissuto di mancanza, ecco che l’organismo viene spinto a reagire attuando una azione che cerca di ripristinare l’omeostasi precedente o trovare un nuovo equilibrio, così l’adolescente sente che deve fare qualcosa, deve muoversi ed è quello che avviene nella maggior parte dei casi. Questo bisogno di movimento lo spinge verso il fuori, lo spinge ad esempio verso nuove conoscenze. Come è noto quando si va verso i 14/15 anni l’interesse per i coetanei aumenta accentuandosi negli anni successivi. Senza esserne consapevole l’adolescente inizia un viaggio di ricerca che E. Erikson definisce come ricerca di identità. Abbiamo già accennato nel paragrafo precedente che l’identità personale è frutto degli apprendimenti acquisiti che sono la sintesi delle esperienze vissute e così avviene anche nell’adolescenza. Per crescere l’adolescente sente il bisogno di fare esperienze. Sente che quelle vissute all’interno del nucleo familiare non gli bastano più, ora sente che deve farne di nuove. Il contesto scolastico, l’attività sportiva, l’associazionismo, i social networks diventano il terreno da esplorare e siccome l’adolescenza è l’età in cui trionfa il desiderio ecco che il nostro novello Parsifal si avventura verso l’ignoto guidato dai suoi desideri alla ricerca del suo Graal.

Questo viaggio ovviamente non lo fa da solo perché a questa età la solitudine spaventa. Quando al mattino esce e abbandona temporaneamente il porto sicuro della famiglia per avventurarsi in mare aperto ha bisogno di una ciurma che lo accompagni e lo aiuti. Sono i suoi amici, i suoi coetanei/e, i suoi compagni di classe, che si trovano psicologicamente nella stessa condizione di instabilità ed incertezza e proprio per questo diventano i suoi punti di riferimento stabili perché nel gruppo ci si rispecchia e in questo rispecchiamento ci si riconosce e ci si identifica, un po’ come era avvenuto durante l’infanzia con i propri genitori. L’Io individuale è fragile ma si rafforza nell’Io collettivo del gruppo perché nell’identificazione si acquisisce sicurezza (la nuova famiglia). Nascono così le cosiddette tribù in cui si entra solo se ci si assomiglia per il taglio di capelli, il look, i capi di abbigliamento, la musica preferita, il linguaggio e così via. È un passaggio importante perché l’indebolimento dell’identità individuale trova un suo argine nell’identità gruppale da cui l’adolescente pesca a piene mani per ricucire quella che percepisce come una frattura interiore. Sono gli anni più difficili proprio per il livello di fragilità e confusione vissuta, sono quelli che vanno dai 13/14 ai 17/18 anni, in cui è possibile smarrirsi e a volte anche perdersi. Sono gli anni in cui si effettuano quelle che chiamiamo prove di volo in quanto il tentativo di individuazione li porta verso la sperimentazione, il mettersi alla prova, l’osare e il rischiare.

La madre e il padre negli anni dell’adolescenza

E i genitori come reagiscono di fronte a tutto questo? 

Stupisce per certi versi che nonostante ci siano passati anche loro rimangano nella maggior parte dei casi, altrettanto spiazzati dagli improvvisi cambiamenti che vedono nel loro figlio/a. I genitori della famiglia moderna dopo aver fatto di tutto e a volte anche di più per crescere i loro pargoli nel migliore dei modi possibile cercando di accontentarli, di assecondarli, lodandoli ed esaltandoli mentre meravigliati li osservavano crescere come loro desideravano, si ritrovano, dopo aver cercato di renderli il più felici possibile, degli adolescenti scontenti e infelici.

I figli in adolescenza cambiano e quasi mai i cambiamenti vengono guidati dai genitori come invece accadeva nel precedente decennio. Ora scelgono loro. Per poter scegliere e sperimentare i figli di oggi come quelli di ieri non hanno bisogno del permesso dei genitori, anzi non lo vogliono proprio perché vogliono sentirsi protagonisti delle loro scelte. Vogliono scegliere loro le esperienze da fare mettendo in conto anche il rischio di sbagliare. 

Se questa è la dinamica tipica della prima fase dell’adolescenza (14/17 anni) è chiaro che assistiamo ad una rottura legata al tentativo progressivo che i figli fanno di allungare le distanze dalla cultura familiare e dalla presenza dei genitori. Il segnale simbolo di questo cambio di registro è il rifugio pressoché universale nella propria cameretta che diventa il proprio spazio esclusivo in cui non solo cercano di riordinare i propri pensieri, ma cercano anche di gestire le proprie relazioni attraverso lo strumento più usato oggi: i social networks.

Questa reazione di allontanamento o presa di distanza che spesso passa attraverso una riduzione di disponibilità al dialogo preoccupa molto i genitori che sentono il figlio/a adorato/a allontanarsi, disubbidire e a volte rifiutarli.

Questa sensazione viene avvertita soprattutto dalla madre che per prima solitamente coglie che quello/a non è più il suo bambino/a ma sta diventando qualcosa d’altro. Il fatto che la madre sia la protagonista del processo di crescita nei primi dieci anni la rende vulnerabile alla separazione che avviene nel decennio successivo. I vissuti portati dalle madri nelle consulenze che facciamo sono di tradimento. La madre si sente tradita dai tentativi messi in atto dal figlio/a di separarsi da lei e prendere le dovute distanze, come si sente delusa dal fatto che i figli la escludono in toto o in parte dalle loro esperienze e dalle loro riflessioni su quello che stanno vivendo. La madre solitamente vive tutto questo come una ingiustizia perché dopo aver puntato molto sul dialogo e sulla condivisione emotiva, venirne in un certo senso esclusa ha per lei un sapore amaro.

La conseguenza di questa situazione è il conflitto fra una madre che si sente ingiustamente esclusa e un figlio/a che sente la necessità di un distacco per cercare di riordinare le idee, ma non sapendo o non volendo dare spazio a questo suo sentire attraverso la parola lo agisce a volte brutalmente anche con eccessive manifestazioni di aggressività.

Questo generalmente provoca una dinamica per cui la madre si sente spesso ferita e quindi delusa mentre il figlio/a che non sa bene perché ha reagito in modi così eccessivi ma ha sentito di doverlo fare, prova invece un senso di colpa.

E il padre in tutto questo che ruolo gioca?

Se nei primi dieci anni lo abbiamo visto coinvolto, presente e partecipe alla crescita del figlio/a con un’attenzione di riguardo nel sostenere il gravoso impegno della madre, vediamo la sua presenza sfumare nel tempo, soprattutto nel tempo scolare quando lui percepisce l’inizio del distacco e di un nuovo orientamento. Il suo coinvolgimento nelle dinamiche educative si riduce e continuano ad essere saldamente nelle mani della madre.

L’adolescenza cambia le cose e vediamo il padre assistere ad un crescendo di conflittualità fra i figli e la madre che diventa spesso la titolare esclusiva di aspetti normativi che i figli cercano di eludere o trasgredire, cosa che non fa altro che accentuare il conflitto. Pensiamo che in questa fase la presenza del padre sia più che necessaria ponendolo da un lato come mediatore del conflitto madre/figli e dall’altro come protagonista di accordi su tutta una serie di aspetti: orari, uscite, rientri, denaro, impegni e così via.

La madre è debole in questa fase e viene spesso vissuta come colei che cerca di ritardare la separazione, l’emancipazione, il distacco e la sperimentazione, in altre parole la crescita dei figli. La sua non è la posizione ideale per trattare degli accordi perché agli occhi dei figli risulta la controparte.

Il padre che invece su questi aspetti è stato sullo sfondo o comunque un passo indietro rispetto al coinvolgimento materno, può in adolescenza riprendersi un ruolo. Infatti crediamo che in questa fase della vita familiare sia opportuno che la madre faccia un simbolico passo indietro e il padre uno strategico passo in avanti. La separazione adolescenziale funzionale alla ricerca di una personale identità diventa così dolorosa per la madre perché percepisce che si avvicina il taglio del cordone psichico che la legava ancora ai figli dandole un ruolo preciso e importante. Sente la fine del legame simbiotico. È arrivato il momento di lasciarli andare e questo aspetto non è né facile né scontato. La madre ha bisogno di essere supportata e aiutata a vivere quello che per come viene vissuto è spesso un vero e proprio lutto. Si sente abbandonata. Questo senso di abbandono la porta ad irrigidirsi, la spinge più verso i No che i Si alimentando così il conflitto. Serve una mediazione e questo richiede il mettersi in gioco di un padre ovviamente non più nella veste del compagno di giochi, del confidente affettuoso, o del compagno con cui condividere interessi sportivi o culturali, serve un padre capace di porre dei limiti, saperli spiegare e definire degli accordi. Serve una figura autorevole che sappia mediare fra i bisogni di crescita dei figli e il senso di abbandono della madre.

Le osservazioni più recenti che vengono fatte sulle dinamiche familiari sostengono che i padri moderni hanno difficoltà a porsi in modo autorevole nei confronti dei figli perché l’innamoramento vissuto nei primi anni nei confronti del figlio/a li rende incerti sul ruolo e insicuri nella posizione. La piacevole riscoperta della dimensione affettivo/empatica sperimentata nella relazione con i figli li porta poi a sentirsi in colpa nell’assumere un ruolo diverso. Tendono a lasciare l’aspetto normativo più nelle mani della madre che generalmente è più determinata nel rimproverare o imporre ad esempio una punizione e questo in virtù del fatto che la madre tendenzialmente si sente più ferita se il bambino/a non fa quello che lei gli dice. La sua è una reazione alla ferita, una reazione istintiva che la porta a non avere dubbi qualora pensi sia giusto porre un limite o affermare un divieto o somministrare una punizione. Il padre in un contesto simile va più in crisi perché teme che una azione eccessivamente normativa possa inclinare il rapporto fiduciario costruito con il figlio/a. Ha paura di ferirlo/a. Se le cose stanno così si può immaginare la difficoltà che il padre moderno può avere nell’assumere un ruolo normativo e di mediazione, ma è un passo necessario anche per il sostegno che va dato alla madre in questa fase delicata degli equilibri familiare.

C’è inoltre un altro motivo.

L’adolescenza nella nostra cultura, come si è detto, rappresenta un periodo di transizione fra il mondo dell’infanzia e quello dell’adultità, in cui l’adolescente va alla ricerca di esperienze che possono orientarlo verso una definizione più precisa e personale della propria identità. Fra i vari compiti di sviluppo impliciti nella ricerca adolescenziale c’è anche il tentativo di definire una propria etica personale, che implica una ridefinizione del sistema di valori ricevuto e fatto proprio dalla famiglia. Infatti quando verso i 22/24 anni, periodo in cui soprattutto nell’ambito delle neuroscienze si tende a collocare la fine dell’adolescenza per l’avvenuta maturazione cerebrale, vediamo che oltre che una maggiore conoscenza di sé, un maggiore equilibrio emozionale, c’è anche il consolidarsi di un’etica personale. Verso quell’età il giovane ha più chiaro rispetto ad un decennio prima, cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è morale e cosa non lo è. È grazie ai suoi tentativi di volo che non solo conosce meglio se stesso, ma capisce anche cosa sia sbagliato e cosa sia giusto fare per sé e per gli altri.

La rivisitazione del sistema di valori acquisito in famiglia porterà alla definizione di un proprio sistema valoriale che spesso conferma molte delle indicazioni ricevute in famiglia integrate con le osservazioni suggerite dalle sue sperimentazioni.

Tutto questo è funzionale, come abbiamo già osservato, non solo alla sua formazione personale come individuo, ma anche al suo ingresso nella società degli adulti dove fra le varie proposte possibili cercherà di ricavarsi un ruolo. Infatti sarà nel decennio successivo dai 20 ai 30 anni che la maggior parte dei giovani spiccherà il volo, nel senso che entrerà nel mondo del lavoro, cercherà una stabilizzazione affettiva in una relazione di coppia, e stipendi permettendo, uscirà dalla casa dei genitori cominciando a sperimentare una vita realmente autonoma.

Se quindi l’adolescenza è funzionale a prepararsi per entrare nel mondo degli adulti, va segnalato che una delle caratteristiche che governa la società degli adulti è il rispetto degli accordi presi. Possiamo notare come qualsiasi relazione nel mondo degli adulti sia caratterizzata da contratti a volte scritti e formali (contratti di lavoro, di affitto, di acquisto casa, di matrimonio etc.) o informali basati sulla parola data (appuntamenti fra amici, impegni fra conoscenti, organizzazione di attività sia sportive che ludiche). Gli accordi fra le parti servono a definire i parametri entro i quali si gioca la fiducia reciproca, aspetto questo molto importante in tutte le relazioni umane, soprattutto in età adulta, ma non solo.

Detto questo, l’entrata in gioco del padre nella fase delicata del conflitto per avere una maggiore indipendenza dalla madre in primis, ma più in generale dai genitori, diventa ancora più giustificato.

Il ruolo del padre è quello che, capito e chiarito le esigenze di entrambe le parti, propone un accordo ai figli rispetto alla loro richiesta di libertà, che possa da un lato prendere in considerazione i desideri dei figli e dall’altro essere rassicurante per i genitori. Questo esercizio di definizione degli accordi su qualsiasi aspetto conflittuale è funzionale a far capire ai figli che nel mondo in cui si muoveranno nel loro prossimo futuro ci sono accordi da rispettare, perché la fiducia in questa realtà non viene data a priori, come invece avviene spesso in famiglia, ma si guadagna nel rispetto degli accordi che diventano anche un parametro di definizione della maturità di una persona.

La fiducia cresce nel rispetto degli accordi ed è bene che i figli comincino ad abituarsi a questa idea che per altro viene continuamente rinforzata dalla loro esperienza scolastica.

Tornando al punto da cui siamo partiti all’inizio dell’articolo riguardante la fragilità degli adolescenti e dei giovani d’oggi, pensiamo che la causa vada cercata nell’atteggiamento iperprotettivo e assecondante di genitori che, ponendo i bambini, spesso figli unici, al centro di mille attenzioni, impediscono a loro di confrontarsi con le difficoltà, i limiti, le frustrazioni che fanno parte non solo della vita, ma anche del processo di crescita inteso come modalità di relazione con la realtà, relegandoli a volte a crescere in un contesto ovattato di gabbia dorata. Il limite che intravvediamo nei genitori di oggi è che rischiano di essere carenti nella loro capacità nutritiva, nel senso che non riescono a fornire quegli strumenti che aiutino e preparino i figli ad affrontare il mondo che li aspetta fuori dalle mura domestiche. Non riuscendo a nutrire adeguatamente i figli  quello che gli resta da fare è cercare almeno di proteggerli sperando che l’impatto con il mondo extra familiare non sia troppo doloroso.

È chiaro che crescendo, i figli si avventureranno fuori dal contesto familiare e si confronteranno col mondo reale dove non troveranno la stessa disponibilità e accondiscendenza che avevano respirato in famiglia. L’esempio classico è l’impatto con la scuola nei suoi vari livelli, dalla primaria alle superiori, in cui si è assistito negli ultimi decenni ad un accentuarsi del conflitto fra le richieste delle famiglie e le esigenze della scuola. Quando il bambino/a inizia il suo percorso scolastico entra in una realtà che diventa una sorta di altra famiglia, con regole e soprattutto attenzioni che non necessariamente rispecchiano quelle vissute in famiglia. La scuola cerca di proporre esperienze funzionali ad un adattamento partecipativo il cui risultato è l’apprendimento, caratterizzato da compiti, sfide, impegni e nuove relazioni. La famiglia a volte vive come eccessive certe richieste della scuola e interviene cercando di difendere e proteggere il figlio/a. Non si era mai visto come negli ultimi anni, non solo il ricorso al TAR per contestare l’esito di una bocciatura conseguente ad una valutazione negativa da parte del corpo insegnante, ma neanche un aumento così significativo  delle aggressioni nei confronti degli insegnanti sia verbali che fisiche da parte di genitori che manifestavano in questo modo il loro disappunto per l’ingiusto trattamento riservato ai propri figli. Questi aspetti compreso il dibattito in corso sull’abolizione dei voti ritenuti una modalità eccessivamente ansiogena per gli studenti di oggi o la messa in discussione dell’esame di maturità nelle modalità proposte perché eccessivamente disturbante e fonte di ansia denota un estendersi dell’attenzione protettiva nei confronti dei figli che non fa altro che deresponsabilizzarli rispetto alla loro capacità di affrontare la realtà e costruirsi un futuro.

Chiudiamo questa riflessione sul ruolo della madre e del padre nel processo educativo con un pensiero attribuito alla cultura araba che recita più o meno così:

 Tempi duri creano uomini forti

Uomini forti creano tempi facili

Tempi facili creano uomini deboli

Uomini deboli creano tempi duri

 

Questo aforisma rappresenta bene la ciclicità storico-culturale che può caratterizzare l’evoluzione di una società e mette bene in evidenza come le sfide, le difficoltà, gli ostacoli (i tempi duri) favoriscono il rafforzamento della resilienza degli individui che vivono quel periodo storico, mentre l’agiatezza, il benessere, l’abbondanza (i tempi facili) tende ad un indebolimento degli assetti interni degli individui che crescono in queste condizioni sociali, rendendoli appunto più fragili e deboli.

 

Pubblicato il 09.06.2026