di Doriano Dal Cengio
L’epidemia di Covid-19 è stato un evento straordinario. Siamo stati tutti coinvolti e in molti casi travolti da questa inaspettata situazione sospesa fra lockdown e paura del contagio, fra timori per i propri cari e riorganizzazione della propria vita sia in ambito lavorativo, che scolastico e familiare. Nessuna delle attuali generazioni aveva vissuto qualcosa di simile. Non si può certo considerare la pandemia Asiatica del 1957 che in Italia causò circa un terzo dei decessi provocati dal Covid, né tantomeno possiamo parlare della Spagnola, la terribile influenza che ha decimato la popolazione mondiale. Sviluppatasi nella primavera del 1918, quando il conflitto mondiale stava andando verso una risoluzione, ha causato in Italia un numero di vittime circa tre volte quelle del Covid (la cifra per i decessi da coronavirus è stata stimata dal Ministero della Salute in circa 200mila casi).
La peculiarità della pandemia del 2020 è di essere stato un evento vissuto costantemente in diretta televisiva e social, quindi da una informazione sicuramente puntuale e aggiornata ma allo stesso tempo angosciante perché per mesi non si è parlato d’altro con l’incalzante conta serale dei decessi e dei ricoverati in terapia intensiva, aspetto questo che ha ulteriormente esasperato la situazione.
Le implicazioni psicologiche
Se il primo lockdown è stato vissuto inizialmente da tutti noi con stupore e sorpresa, ma anche con uno spirito di adattamento ottimistico, visto che gli italiani hanno reagito adeguandosi alle indicazioni governative, le problematiche di natura più psicologica e sociale si sono viste nel corso del tempo quando appariva chiaro che l’incidenza del virus non si sarebbe definitivamente attenuata nel corso dell’estate del 2020 ma si sarebbe prorogata per un tempo non prevedibile mentre la corsa al vaccino nonostante le accelerate sperimentazioni non sembrava possibile prima della fine dell’anno. Anche gli adolescenti in questo contesto si sono adattati accettando di trovarsi improvvisamente chiusi in casa, vedendosi costretti a riorganizzare gli impegni scolastici trasferiti velocemente online, a mediare molto sulle relazioni amicali e affettive, a rinunciare ad attività sportive e tempo libero con gli amici, trovandosi poi a confrontarsi con dinamiche familiari improvvisamente nuove visto che anche i genitori, i fratelli e le sorelle e in alcuni casi i nonni, si sono trovati a vivere gli spazi familiari nelle stesse condizioni, con conseguente difficoltà di convivenza facilmente comprensibile.
È nel prolungarsi dell’attesa, nel continuo posticiparsi della speranza che è subentrata nel tempo una certa stanchezza e si è diffusa una rassegnata sensazione di tristezza e tensione interna che si è protratta fino alla fine della pandemia ufficialmente dichiarata dall’O.M.S., nel maggio del 2023. Gli esiti di questa forzata costrizione domestica e di mancata libertà con tutto quello che ha implicato compreso i molteplici lutti che hanno toccato molte famiglie e la crisi economica che per molti ha significato perdere un certo agio per vivere di sussidi e prestiti, si è vista dopo.
Numerosi sono stati gli studi, le ricerche, i sondaggi, le interviste agli esperti nel tentativo di definire come hanno vissuto gli adolescenti quel periodo e che ripercussioni ha avuto la pandemia sul loro umore e sul loro equilibrio psicologico, ma prima di entrare nel merito di queste ricerche volevo condividere alcune riflessioni che fanno da sfondo o se vogliamo da cornice ai fenomeni che interesseranno più nello specifico i giovani.
La pandemia con i suoi lockdown ripetuti, più o meno lunghi, più o meno ristrettivi è stato per tutti un periodo di rinunce. Ci siamo trovati tutti costretti a stare a casa, a rinunciare al tempo libero, a vedere le persone care solo attraverso uno schermo, a modificare i nostri stili di vita riducendo molti degli aspetti che andavano ad arricchire la nostra vita. Abbiamo iniziato a fare rinunce senza sapere per quanto sarebbe durato questo periodo, anche se le limitazioni hanno avuto un leggero respiro quando si è dato corso con l’inizio del 2021, alla vaccinazione di massa tra l’altro non esente da polemiche.
Da un punto di vista psicologico questo ha significato una repressione collettiva della dimensione del desiderio e una limitazione importante nella soddisfazione dei bisogni. La vita si è impoverita risultando meno appagante. Sul piano emotivo è dilagato un senso di frustrazione che ha alimentato vissuti di stanchezza, di pesantezza, di tristezza e poi di rabbia. Questi vissuti si sono evidenziati maggiormente nelle persone più fragili, quelle psicologicamente più labili.
Il 10 ottobre, dagli anni Novanta in poi, si celebra la giornata mondiale della salute mentale che diventa l’occasione per fare un bilancio del benessere psichico a livello planetario. Per quello che ci riguarda, nei vari comunicati stampa promossi dalle varie società che si occupano di salute psicologica, già nel 2021 ma poi anche nell’anno successivo veniva dichiarato un aumento della domanda di assistenza calcolata intorno al 20-25% rispetto al 2019. Le problematiche messe più in evidenza riguardavano l’aumento degli stati ansiosi e depressivi nella popolazione in generale, con un conseguente incremento della prescrizioni di psicofarmaci soprattutto ad effetto antidepressivo e ansiolitico. Va inoltre sottolineato che anche le strutture predisposte alla cura e all’assistenza hanno subito, in quel periodo, restrizioni nel contatto col pubblico creando una ulteriore difficoltà nella possibilità di presa in carico e cura che comunque, per quanto possibile, è stata attivata online.
Quello che colpisce però è che quando nel 2022 cominciava ad affievolirsi la virulenza della pandemia e si aveva la sensazione che si andasse ad un superamento della crisi epidemica, si è assistito all’emergere di un altro fenomeno inquietante: l’esplosione della violenza, che si è espressa a tutti i livelli, sia planetari, che sociali, come anche a livello di relazioni personali.
Dalla paura alla rabbia: cresce la violenza e gli agiti aggressivi
Allargando lo sguardo vediamo che nel 2022 c’è stata l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, un evento inaspettato per l’opinione pubblica mondiale che ha preoccupato soprattutto noi europei visto la vicinanza del conflitto. Ma non c’è stata solo l’invasione dell’Ucraina, anche se questo evento ha catalizzato interamente gli spazi televisivi e mediatici. Secondo il rapporto annuale pubblicato nel gennaio 2024 dall’ACLED (Armed Conflict Location and Event Data, una organizzazione non governativa che si occupa di monitorare le guerre nel mondo), si sostiene che alla fine del 2023 il numero di conflitti nel mondo erano aumentati del 12% rispetto al 2022 e del 40% rispetto al 2020. In pratica 1 persona su 6 vive in un’area in cui c’è un conflitto attivo. Nei 234 paesi analizzati, ben 168, quindi la maggioranza, ha visto almeno un conflitto nel corso del 2023.
Quindi non solo Ucraina, ma anche Myamar, Messico, Nigeria, Sudan vengono considerati luoghi a “conflitti elevati”. Nel medesimo report viene inserita anche l’invasione di Gaza, che dopo il sanguinoso attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas e la successiva feroce reazione di Israele rientra fra le zone definite allora ad “alta turbolenza” e sappiamo che a tutt’oggi la situazione non è ancora stata risolta nonostante i proclami e gli annunci di pace. In questo report però non viene menzionata l’escalation di tensione ai confini tra il Kossovo e la Serbia che non è sfociata in un conflitto armato, forse per la presenza di forze militari di cooperazione internazionale e per la pronta attivazione della diplomazia europea. Non viene menzionata la tensione fra la Cina e Taiwan che nel corso del 2024 ha visto una preoccupante escalation quando la Cina ha iniziato vaste operazioni di esercitazione militare attorno all’isola e il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato in più di una occasione che la questione della riunificazione di Taiwan verrà sicuramente risolta. Allo stesso modo non viene citata l’attività di preparazione bellica portata avanti con forza da Kim Jong-Un, per testare la gittata dei missili in produzione, che non fa altro che accrescere la tensione fra la Corea del Nord e quella del Sud e ovviamente non poteva essere presa in considerazione l’aggressione dell’Iran da parte di Israele e Stati Uniti, iniziata da pochi giorni e dagli esiti imprevedibili con il rischio reale di una escalation che coinvolga tutta l’area del Golfo.
Le guerre nel mondo ci sono sempre state in contesti e con espressioni diverse, ma quello che mi sembra rilevante sottolineare è che dalla pandemia in poi si è diffusa una insensata voglia di guerra che non fa altro che aggravare lo stato d’animo di instabilità e paura di una umanità già duramente provata dall’epidemia.
Ovviamente non sembra esserci nessun nesso causale con la pandemia, ma non può sfuggire, almeno per uno psicologo (si pensi al concetto di sicronicità espresso da Jung), il curioso concatenarsi di eventi che pur non essendo legati direttamente fra loro, accadono, come se la pandemia avesse innescato a vari livelli una serie di avvenimenti uniti da un sottile filo di illogica razionalità se non di evidente follia.
La correlazione poi fra frustrazione, costrizione, repressione e la voglia di reazione, la voglia di rivalsa attraverso agiti che possano scaricare la tensione accumulata è nota in psicologia. Se poi pensiamo che la tristezza, come la paura del resto, possono essere in certe circostanze il detonatore che va ad alimentare una reazione aggressiva, ecco che l’immagine che si fa spazio nella nostra mente è quella di una umanità che ha subito, sofferto, accumulato tensione e ha voglia di agire, ha voglia di reagire per scaricare la propria frustrazione. Visto poi che le emozioni nella loro variabile intensità non si esprimono mai seguendo la volontà della ragione, la quale nel migliore di casi riesce ad effettuare un controllo contenitivo e depotenziante, ecco che non sorprende che certe reazioni emotive scivolano nella loro espressione incanalandosi su binari irrazionali e distruttivi, soprattutto quando compare all’orizzonte la rabbia che come sappiamo è l’emozione che alimenta l’odio.
Se poi lasciamo gli scenari internazionali e guardiamo alla situazione in casa nostra vediamo che anche da noi, facendo le dovute distinzioni, c’è stato un aumento degli atti di violenza. Prendiamo a titolo esemplificativo la violenza contro le donne che in questi ultimi anni ha molto impressionato l’opinione pubblica. Secondo i dati forniti dal Ministero dell’Interno, i casi specifici di femminicidio intesi come delitti nei confronti delle donne in quanto espressione di una cultura patriarcale che vede la donna come una proprietà perché moglie, fidanzata, figlia o partner vediamo anche qui un incremento negli anni del Covid: 106 (2020), 122 (2021), 128 (2022), con un aumento quindi del 17,2%. Mentre sono diminuiti negli anni successivi 117 (2023) e 113 e nel 2024.
Alcuni di questi casi amplificati dai media hanno colpito molto l’opinione pubblica che è rimasta fortemente impressionata e sgomenta.
Ma al di là dei numeri la percezione di un aumento dell’aggressività sfociata in molti casi in violenza è nella percezione pubblica. Oltre alla violenza sulle donne abbiamo visto crescere anche quella degli adolescenti. Ricordiamo tutti fatti di cronaca in cui gruppi di adolescenti si davano appuntamento attraverso i social per dar vita a vere e proprie battaglie fra gruppi diversi, quasi a cercare, inventandosela, una occasione per dar sfogo alla tensione interna. È cresciuto, stando alla cronaca, anche la dimensione del fenomeno delle baby gang, diventando in alcune città un vero e proprio fenomeno di criminalità giovanile. Poi come non ricordare fatti di violenza nei confronti degli insegnanti. Anche in questo caso la cronaca ci riporta casi eclatanti: non si era mai visto una insegnante presa di mira con una pistola a pallini durante una lezione, o pugnalata alla schiena mentre passava fra i banchi, o di una insegnante presa a pugni da uno studente in classe o inseguita fuori dalla scuola con insulti e lancio di sassi da alunni delle medie. Per non parlare poi delle tragedie familiari dove un minorenne ammazza tutta la famiglia o di un padre che spara e ammazza moglie e figli, o di un sedicenne che prende a bastonate con una mazza da baseball un vicino di casa uccidendolo, senza apparente motivo.
Tutti eventi, assieme a tanti altri, che hanno scosso la pubblica opinione per la loro insensata illogicità lasciando spazio all’idea che un vento di follia stia percorrendo il pianeta annebbiando e confondendo la mente di una umanità sempre più smarita. Anche in tutti questi eventi non c’è nessuna correlazione diretta con il Covid-19 ma testimoniano un accentuarsi, dopo il periodo pandemico, dell’aggressività in generale che coinvolgendo probabilmente i soggetti più fragili e problematici si è espressa sia in ambito familiare, che a scuola o nei quartieri, tanto che il tema della sicurezza è diventato uno dei temi dell’agenda politica.
Come stanno gli adolescenti fra pandemia e guerre?
Tornando ad uno sguardo più generale sulla situazione degli adolescenti durante e dopo la fase pandemica, come si è detto ci sono stati vari studi che hanno cercato di fotografare lo stato di salute degli adolescenti. Al di là dei singoli dati relativi alle varie ricerche si coglie che emergono con una certa rilevanza tre fenomeni che sembrano essere aumentati nel corso della pandemia e subito dopo, quindi negli anni che vanno dal 2020 al 2023.
Isolamento sociale
Il primo fenomeno messo in luce riguarda il ritiro sociale. Può sembrare paradossale parlare di isolamento sociale quando durante la pandemia eravamo tutti in una situazione di isolamento sociale. Quello che la ricerca mette in risalto però è che anche quando c’è stata, verso la fine del 2022, la possibilità di maggiore movimento, una parte dei ragazzi si è trovata a vivere con disagio la libertà ritrovata. Probabilmente, l’uso della D.A.D, le limitazioni ai movimenti, la riduzione delle relazioni sociali che hanno trovato nel web, nei social un naturale sbocco, hanno accentuato quella che potremmo definire una forma di ansia sociale, che ha significato per alcuni la paura di uscire di casa, di affrontare il fuori, la realtà, gli altri, con conseguente ritiro dalle relazioni e contatti sociali preferendo mediarli attraverso lo smartphone o comunque uno schermo che fosse difensivo sul piano relazionale. Nel sondaggio Di.Te.-Skuola.net, del 2022 (coinvolti 4935 studenti fra gli 8 e i 19 anni), viene sottolineato che il 18% del campione – che tra gli under 13 sale addirittura al 33% – afferma che spesso valuta la prospettiva di non voler più uscire di casa. Come se una parte dei bambini e degli adolescenti partecipanti alla ricerca, sentisse improvvisamente sgretolarsi il mondo attorno a sé con relativa perdita di certezze e non capendo bene cosa stava accadendo, sentisse protettivo chiudersi dentro un luogo conosciuto e rassicurante, la propria casa.
La paura del mondo là fuori accentuata dal senso di insicurezza innescato dalla pandemia e accentuato dallo scoppio della guerra dietro l’angolo, come del resto anche dalla questione ambientale e climatica, ha ulteriormente insinuato un senso di instabilità e di incertezza che va a minare le possibili fantasie o i propri sogni riguardanti il proprio futuro.
Pensando poi ad una società orientata sempre più verso una dimensione performante che privilegia l’estetica e l’apparenza come valori a sé stanti, per cui se non piaci, perché non sei bello, non sei simpatico, non sei attraente, sei destinato all’esclusione o comunque all’isolamento, è probabile che questo fenomeno di ritiro e isolamento sociale (Hikikomori) tenderà ad aumentare in futuro e questo al di là della pandemia.
Disordini alimentari
L’altro fenomeno che viene sottolineato dalla ricerca riguarda i disordini alimentari.
Il 58% degli adolescenti consultati (69,4% delle femmine) hanno dichiarato che negli anni della pandemia hanno mangiato in modo inappropriato. Chi troppo, chi troppo poco, o comunque in generale in modo sregolato. Il 37% del campione dichiara di essere aumentato di peso. Il 27% (35% nelle femmine) si vede più grasso della media dei suoi amici. E comunque il 50.5% in generale e 60,7% delle ragazze non è soddisfatto del proprio aspetto fisico (dati della ricerca Laboratorio Adolescenza - IARD del 2022 su un campione di 5600 studenti fascia d’età 13 – 19 anni).
C’è da dire che, al di là di aspetti che sconfinano nella patologia con condotte bulimiche o anoressiche, durante la pandemia gli adolescenti hanno fatto meno movimento, meno sport e questo può aver inciso sia sull’aumento di peso che nel sentirsi peggio da un punto di vista fisico.
Va detto anche che il cibo spesso riveste un ruolo nella gestione del proprio umore: si mangia per noia, per tensione, per nervosismo, per ansia, per far passare il tempo. La costrizione forzata a casa, la rinuncia ad una normale vita sociale e quindi al senso di frustrazione indotto dalla pandemia può aver visto nel cibo uno sfogo, una dimensione compensatoria.
Infine ci sono i condizionamenti da social in cui vengono proposti modelli soprattutto al femminile, dove la bellezza coincide con l’avere corpi magri e perfetti e di conseguenza l’attenzione al corpo e alla sua immagine diventa molto alta. Esistono vari siti cosiddetti pro-ana, cioè pro-anoressia, dove vari influencer propongono restrizioni alimentari e diete specifiche per dimagrire ed essere belle secondo certi canoni. Ma sembra siano abbastanza diffusi gruppi nati spontaneamente con chat su Whatsapp o Telegram in cui si dispensano consigli su quali diete usare e come dimagrire facilmente.
Se durante la pandemia sono aumentati i disordini alimentari va segnalato che sono aumentate anche le diagnosi di disturbo del comportamento alimentare (DCA), nel 2021 l’aumento rilevato è stato del 40% circa rispetto al 2019 e viene rilevato che il 30% riguarda soggetti sotto i 14 anni (dati dell’Istituto Superiore di Sanità). Sono aumentati inoltre per questo tipo di disturbi la necessità di un ricovero in strutture adeguate del 48% dato sicuramente impressionante che mette in rilevo la gravità del problema.
Comportamento autolesivo
Terzo fenomeno messo in evidenza, altrettanto preoccupante, riguarda l’aumento del comportamento autolesivo, delle fantasie suicidarie e dei tentati suicidi.
Secondo la Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA) nel biennio 2020/21, c’è stato un incremento del comportamento autolesivo del 27,6%. Il suicidio rimane la seconda causa di morte nella fascia d’età 10-19, dopo gli incidenti stradali. La diagnosi di tentato suicido segnalata dagli accessi al Pronto Soccorso è passata dal 18,4% del biennio precedente (2018/2019) al 32,4% di quello considerato, come del resto la diagnosi del disturbo del comportamento alimentare è passata dal 14,3% al 26,1% e il disturbo d’ansia dal 21,7% al 30,4%. Ma anche dai dati proposti dal già citato sondaggio di Di.Te.-Skuola.net del 2022, svolto nelle scuole e quindi non in ambito clinico, risulta che 1 su 6 degli studenti partecipanti al sondaggio ha provato a farsi del male per sfogare il proprio malessere. Il dato più preoccupante riguarda gli under 16. Nei bambini tra gli 8 e i 13 anni gli episodi di autolesionismo hanno interessato 1 bambino su 3 mentre nella fascia tra i 14 e i 16 anni ha riguardato 1 studente su 5.
Questi dati mettono in chiara evidenza il senso di smarrimento e di fragilità in cui si sono trovati a vivere gli adolescenti durante e dopo la pandemia. L’isolamento sociale, i disturbi alimentari, i tentati suicidi, come anche il ricorso a sostanze anestetizzanti, al di là del rilievo sociale che possono avere come fenomeno, possono essere visti come tentativi di gestione, ovviamente disfunzionale, di un disagio interno vissuto come insopportabile da un lato e di difficile gestione dall’altro.
Il fatto poi che, sempre nel sondaggio Di.Te.-Skuola.net citato, il 58% degli studenti affermi che andrebbe di corsa dallo psicologo se potesse permetterselo o se le sedute fossero gratuite, percentuale che arriva al 70% nelle ragazze tra i 17 e i 19 anni, la dice lunga sul bisogno che questi adolescenti esprimono di poterne parlare con qualcuno. Bisogno che interessa anche i più piccoli, infatti nella fascia 14-16 anni il 56% gradirebbe parlare con uno specialista e anche qui le ragazze sfiorano il 60%. Come psicologo che per quindici anni ha gestito un servizio di consulenza psicologica nelle scuole non posso che essere d’accordo nel potenziare qualsiasi investimento che va nella direzione di offrire spazi di ascolto e sostegno sia in ambito scolastico che territoriale.
Percezione del futuro
Ultimi dati di interesse generale riguardano come percepiscono il futuro gli adolescenti di oggi dopo quello che hanno vissuto e stanno vivendo.
In riferimento al conflitto in Ucraina sempre dal sondaggio Di.Te-Skuola.net del 2022, risulta che il 68% degli studenti consultati si è detto molto preoccupato per lo scoppio del conflitto. 8 ragazzi su 10 afferma che questo evento ha avuto un impatto negativo sul proprio umore e 1 adolescente su 3 ha sentito emergere come dominante nei mesi successivi, una reazione di rabbia. Sembra quasi che nella percezione dei ragazzi, e non solo, con lo sfumare della pandemia in cui si è vista la possibilità di tornare a vivere più serenamente e quindi di poter guardare avanti, ecco che il conflitto è stato vissuto come un’ulteriore ingiustizia nei confronti della loro vita e una minaccia nei confronti del loro futuro. Quasi 1 su 2 (47%) lega la pulsione di rabbia vissuta a quanto stava accadendo all’esterno oltre che anche ad una certa insoddisfazione verso se stessi. Le ragazze anche in questo caso più dei maschi, infatti il 50% di loro verso il 38% dei maschi nella fascia 17-19. anni.
Ad un anno di distanza l’indagine del Laboratorio Adolescenza-IARD del 2023 (5670 studenti fra i 13 e i 19 anni) sottolinea che il 52,4% vede il proprio futuro incerto e preoccupante e permane un diffuso senso di tristezza che nelle femmine sfiora l’80%. Per il 35% degli studenti consultati i momenti di tristezza sono aumentati rispetto ad un anno prima.
Tuttavia i temi che sembrano preoccupare maggiormente gli studenti non vedono al primo posto le guerre ma il degrado ambientale e la questione climatica (81% nelle scuole superiori, 77% nelle scuole medie) che negli ultimi anni hanno visto le giovani generazioni attivarsi molto su questo tema. Seguono le catastrofi naturali (79% nelle scuole superiori e 78% nelle scuole medie) e poi le guerre (71% nelle scuole superiori e 73% nelle scuole medie).
Ultima nota interessante che la ricerca ha voluto sondare è la fonte da cui gli adolescenti traggono le informazioni riguardanti ciò che accade nel mondo. In questo senso vediamo scomparire i giornali cartacei e solamente in quinta posizione troviamo la televisione con i suoi telegiornali e talk show sull’attualità (46,1%). Le fonti principali di informazione risultano nell’ordine: Google (73,7%), Instagram (58,8%) Tik Tok (55,3%) Youtube (49,1%) e in sesta posizione i giornali online (20,7%). Va detto che il canale di messaggistica più utilizzato rimane Whatsapp (98,8%) seguito da Instagram (83%), e Tik Tok (73,3%).
Questi dati confermano ancora di più quanto i social siano diventati il principale strumento di contatto e relazione con gli amici, ma anche la finestra con cui cercare di capire cosa succede nel mondo.
Quali riflessioni si possono fare su questi dati?
Credo che essere adolescenti oggi sia molto complicato non solo perché c’è stata la pandemia e poi le guerre che stanno incendiando il pianeta, ma anche per l’emergenza climatica che sembra ipotecare il loro futuro. Il difficile nell’era dell’iper-informazione è trovare una direzione da seguire. Se la ricerca di identità nell’adolescente prevede la sperimentazione e le esperienze, che servono a definire e discriminare ciò che è bene per sé da ciò che non lo è, diventa difficile orientarsi nella complessità attuale quando ci sono una moltitudine di modi di essere possibili. Le sollecitazioni sono molte e diventa disorientante poter identificare una strada da percorrere, poter discriminare fra le mille possibilità quella che corrisponde ai propri bisogni. Avere un proprio sistema di valori che aiuta nella scelta diventa più che necessario, ma credo che se ci chiedessimo quali sono i valori portanti che governano la società attuale penso che ognuno di noi avrebbe difficoltà a rispondere. Probabilmente ognuno di noi si è costruito una propria scala di valori, maturata nel corso del tempo come elaborazione e scelta personale con cui cerca di dare un indirizzo alla propria vita, ma immagino che troverebbe difficile riconoscerla in parte o in toto nella società in cui viviamo.
In un mondo dove sta prevalendo l’arroganza e la prevaricazione come modus operandi nella gestione delle relazioni umane, sia nel privato che fra le nazioni, significa che si sta davvero perdendo quel senso di umanità che la Storia con le sue lezioni ha cercato di insegnarci in modo da permetterci di vivere secondo un’etica condivisa.
Se noi adulti viviamo questa difficoltà, figuriamoci i nostri figli o i nostri studenti, cioè gli adolescenti di oggi. È questa complessità che rende difficile le scelte e crea smarrimento e fragilità. Molti autorevoli osservatori puntano il dito contro la famiglia e la scuola che sembrano aver disatteso il loro ruolo educativo. Si parla di eccessivo permessivismo, di mancanza di autorevolezza e credibilità da parte degli adulti, di eccessiva protezione nei confronti dei figli e di troppa indulgenza nei confronti degli studenti. Tutte cose che hanno probabilmente un fondo di verità, ma va sottolineato che diventa difficile anche per gli adulti di oggi esercitare un ruolo definito da scelte valoriali condivise quando non si sa bene che caratteristiche dovrebbe avere questo ruolo perché in qualche modo delegittimato o non sostenuto dal contesto culturale in cui viviamo. Credo, anche per i contatti avuti in tutti questi anni, che sia i genitori che gli insegnanti si sentano molto soli nell’impresa di favorire la crescita e l’orientamento dei propri figli e dei propri studenti, vivendo anche loro il mondo là fuori come molto complicato, confondente e competitivo nella definizione dei valori da trasmettere.
L’ultima ricerca sviluppata dal Laboratorio Adolescenza–IARD, quella del 2024 (campione di 3427 studenti tra i 13 e i 19 anni), oltre a dare spazio al rapporto degli adolescenti con i social networks e con la scuola, è andata ad indagare il livello di fiducia riposto dagli adolescenti nei confronti delle figure adulte nell’esercizio dei propri ruoli istituzionali, mettendolo a confronto con quello espresso nell’indagine del 2014, quindi cercando di vedere cosa è cambiato in un decennio. Vediamo che nell’insieme c’è un sostanziale calo nella fiducia dei vari rappresentanti delle istituzioni. Cala la fiducia nei confronti delle forze dell’ordine che passa dal 64% al 53% attuale. Gli insegnanti si vedono retrocedere dal 70% di un decennio fa al 48% attuale. I sacerdoti passano dal 52% al 29%, i giornalisti si collocano al 25% che però guadagnano rispetto al 10% di dieci anni fa. I politici passano dallo sconfortante 3,3% di dieci anni fa al desolante 2,9% attuale. Guadagnano i medici che passano dal 59% di un decennio fa all’84% di oggi e questo dato forse rispecchia l’attenzione o la preoccupazione che gli adolescenti di oggi hanno per quello che riguarda la propria salute. Anche i magistrati risultano in crescita passando dal 28% al 50,6% indicatore questo che esprime forse il bisogno che i giovani d’oggi hanno di sapere che una legge esiste e che c’è chi è in grado di farla rispettare, perché quello che si può intravvedere è un forte bisogno di giustizia, visto tutte le ingiustizie che hanno dovuto subire in questi ultimi anni. In questa carrellata di fiducia o sfiducia a seconda di come la si guardi, rimane alta invece la fiducia nei genitori e negli amici. I primi passano dal 93% al 90% e i secondi dal 63% all’87%. Se nel mondo della società contemporanea, e in chi la rappresenta, la fiducia risulta bassa, nel mondo degli affetti e dei legami rimane invece ancora alta. Passi la fiducia negli amici che come sappiamo in adolescenza diventano il punto di riferimento in cui rispecchiarsi per definirsi o tentare di definire una propria momentanea identità, quella nei confronti dei genitori invece ci dice quanto bisogno ancora hanno i nostri adolescenti di trovare un punto di riferimento a cui non solo appoggiarsi nei momenti di bisogno ma anche un punto di riferimento in cui credere.
Nei primi dieci anni di vita i genitori sono il punto di riferimento per eccellenza, l’àncora a cui aggrapparsi per sentirsi al sicuro e protetti. Nel secondo decennio di vita quando inizia l’adolescenza, il ruolo dei genitori viene “detronizzato” e messo in discussione per cui prevale nei loro confronti più la ricerca dei difetti che non il riconoscimento dei loro pregi, ma secondo questi dati, rimangono ancora un punto di riferimento importante. Questo mette ancora di più in rilievo la necessità di un confronto aperto e chiaro fra le generazioni, come anche esprimono il desiderio, se non proprio il bisogno, di trovarsi di fronte persone credibili e competenti capaci di saper ascoltare, di saper accogliere, di saper aiutare. Perché se il mondo là fuori appare come un seduttivo quanto pericoloso luna park, l’unico punto di riferimento per cercare di capire come stanno le cose in modo da sapersi orientare rimangono oggi soprattutto i genitori come anche per altri versi gli insegnanti. Gli adolescenti di oggi hanno bisogno più che mai di trovarsi di fronte adulti competenti e coerenti che possano essere delle guide credibili, capaci di aiutarli a capire il mondo in cui stanno vivendo e in cui si preparano a diventare adulti.
Pubblicato il 4.03.2026
P.S.: per una più ampia e completa trattazione degli argomenti presenti in questo articolo:
Dal Cengio D., Gli anni imperfetti, QuiEdit Editore, VR, 2025
(acquistabile sulle piattaforme online o prenotabile in libreria)

