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Mente e Placebo

di Doriano Dal Cengio

Solitamente quando si parla di placebo si pensa all’utilizzo che ne viene fatto nei trials clinici, dove viene usato per testare l’efficacia di un nuovo farmaco o di una nuova terapia. E’ in sostanza un metodo di comparazione. La procedura seguita di solito è quella di dividere un campione di pazienti in due gruppi, uno dei quali riceve una terapia finta ad esempio una compressa priva di qualsiasi principio attivo o una iniezione di acqua distillata, mentre l’altro gruppo riceve invece la terapia da testare quella contenente un determinato principio attivo. La sperimentazione avviene secondo una procedura in doppio cieco, e questo implica che né lo sperimentatore né il paziente sa cosa viene somministrato realmente. Chiaramente se la terapia vera produce risultati migliori di quella placebo, può essere considerata efficace. L’aspetto interessante della sperimentazione è quello che succede ai pazienti che ricevano il placebo, perché di fronte ad una aspettativa di efficacia pari allo zero quello che spesso si verifica è un miglioramento della salute dei pazienti che a seconda delle patologie interessate può arrivare al 30 o a volte al 50% del campione. Perché accade questo? Che rapporto esiste fra la dimensione psichica (pensieri ed emozioni) e quella corporea in termini di salute e di malattia?

 

Il sorprendente caso del signor Wright

Il caso “dell’amabile signor Wright” venne documentato dallo psicologo dell’UCLA Bruno Kopfler nel 1957, ed è uno di quei casi che ha attirato nel tempo l’attenzione di molti autori interessati al rapporto mente-corpo. Il sig. Wright era affetto da una neoplasia maligna, un linfosarcoma allo stadio terminale, che colpisce le stazioni linfonodali provocando oltre che una diffusione di masse tumorali, un indebolimento del sistema immunitario. Dopo essere stato curato secondo le terapie convenzionali dell’epoca, i medici si erano resi conto che al paziente rimaneva poco da vivere. Le metastasi erano diffuse e avevano attaccato vari organi vitali in particolare i polmoni. Le cure a quel punto si limitavano al minimo in modo da alleviare il dolore e accompagnare il sig. Wright all’inevitabile decesso. Al sig. Wright capitò di leggere un articolo in cui si parlava della sperimentazione di un nuovo farmaco, il Krebiozen, nei confronti del quale la comunità scientifica nutriva una certa speranza. Il sig. Wright nonostante lo stadio terminale della sua malattia insistette per essere incluso nella sperimentazione anche se un caso della sua gravità non rientrava propriamente nel protocollo sperimentale. Il medico del reparto, il dott. West, più per pietà che per convinzione, accettò di somministrare il farmaco. Gli fece un’iniezione il venerdì sera e se ne andò a casa. Il lunedì mattina, quando tornò in reparto si aspettava, visto le condizioni in cui aveva lasciato il sig. Wright, di trovare il paziente deceduto. Rimase alquanto sorpreso invece di trovare il sig. Wright in corridoio che conversava amabilmente con infermiere e portantini. Le masse tumorali si erano ridotte della metà e anche la respirazione era migliorata. Dopo dieci giorni dalla prima somministrazione del farmaco “miracoloso” il paziente non presentava più alcun segno visibile di malattia e venne dimesso con la diagnosi di “remissione completa”, i tumori del signor Wright erano scomparsi.

Purtroppo dopo un certo tempo cominciarono a comparire sulla stampa servizi che mettevano in dubbio la reale efficacia del Krebiozen e al sig. Wright capitò di leggerli. Dopo due mesi si ripresentò in ospedale con evidenti segni di ricaduta. Il medico, che era fra quelli scettici rispetto la reale efficacia del Krebiozen, ma avendo constatato gli esiti sul sig. Wright pensò di sfruttare la situazione e comunicò al sig. Wright che avrebbe potuto essere sottoposto, se era d’accordo, ad una nuova sperimentazione con un nuovo prodotto derivato dal Krebiozen ma rinforzato e più potente. Il sig. Wright ovviamente accettò. Il medico si preoccupò di mettere in atto un elaborato cerimoniale, dicendo che avrebbe ordinato il farmaco, che avrebbero dovuto passare alcuni giorni, creando così una situazione di attesa e speranza. Quando fu tutto pronto gli somministrò un placebo, gli fece una iniezione di acqua distillata. Passarono pochi giorni dall’iniezione e le masse linfonoidali cominciarono a regredire e il versamento pleurico a scomparire. Da lì a poco, come nella precedente situazione, il sig. Wright riprese le forze e venne dimesso e per i mesi successivi godette di ottima salute. La situazione precipitò quando l’American Cancer Association diede l’annuncio ufficiale: Il Krebiozen era risultato del tutto inefficace nel trattamento del cancro.

A distanza di pochi giorni dalla lettura dell’articolo il sig. Wright si ripresentò in ospedale decisamente peggiorato e dopo due giorni morì.

 

Aiuto, non voglio morire!!!

Fred era uno studente universitario di ventisette anni che quando finì la storia con la sua ragazza cadde in depressione. Fred aveva già sofferto di depressione quattro anni prima e all’epoca il suo medico gli aveva prescritto l’amitriptilina, un antidepressivo, che lo aveva aiutato ma che aveva dovuto poi interromperne l’assunzione per gli effetti collaterali. Così quando vide un annuncio in cui si reclutavano volontari per la sperimentazione di un nuovo farmaco antidepressivo, non ebbe dubbi e decise di partecipare.

Dopo un mese circa di terapia sperimentale sentendosi meglio decise di telefonare all’ex ragazza nella speranza di poter riprendere la relazione. Non fu così, anzi la telefonata prese una brutta piega e i due litigarono animatamente, al punto che Fred non reggendo la situazione interruppe bruscamente la telefonata. Era talmente arrabbiato e avvilito che senza pensare e agendo d’impulso prese  il flacone del trial e ingoiò tutte le ventinove pillole, deciso a farla finita. Se ne pentì subito. Si rese improvvisamente conto della sciocchezza commessa e senza perdere un secondo uscì dall’appartamento e si precipitò giù dalle scale, bussando alle porte, chiedendo disperatamente aiuto, ma poi crollò a terra. Una vicina sentendo le urla uscì trovandolo riverso sul pavimento. Pallido in volto Fred riuscì a malapena dirle di aver commesso un terribile errore ingoiando un flacone di pillole, ma che non voleva morire. La supplicò di chiamare un’ambulanza per portarlo urgentemente in Ospedale. Al pronto soccorso Fred arrivò pallido e sudato. La pressione sanguigna era 80/40, le pulsazioni 140 al minuto, respirava affannosamente e continuava a ripetere “Non voglio morire”.

Quando i medici lo visitarono, oltre alla pressione bassa, il battito cardiaco accelerato, il respiro affannoso, non trovarono nulla di grave. Ciononostante Fred sembrava letargico e suoi discorsi erano confusi. L’equipe medica gli mise una flebo di soluzione salina, prelevò campioni di sangue ed urine e gli chiesero che farmaco avesse ingerito. Fred non riusciva a ricordare il nome. Spiegò che si trattava di un farmaco antidepressivo sperimentale e che lui faceva parte del gruppo che lo stava testando. Consegnò il flacone vuoto che riportava in etichetta le informazioni sullo studio clinico, ma non il nome del farmaco.

Non rimaneva altro che attendere l’esito delle analisi, monitorare i parametri vitali in modo da assicurarsi che il paziente non peggiorasse, e sperare di riuscire a contattare i ricercatori che stavano conducendo il trial.

Quattro ore più tardi quando i risultati delle analisi avevano evidenziato valori normali, arrivò un medico che aveva preso parte allo studio clinico sul farmaco. Il ricercatore lesse il codice sull’etichetta del flacone, controllò tra i documenti del trial clinico e annunciò che Fred  stava in realtà assumendo un placebo e che le pillole che stava assumendo non contenevano alcuna sostanza attiva. Come per miracolo, nel giro di pochi minuti la pressione sanguigna e il battito cardiaco di Fred tornarono normali e anche la sonnolenza sparì e così Fred venne dimesso e potè tornare a casa.

 

Vance e la maledizione vudù

In una zona rurale del Tennessee, Vance un uomo sulla sessantina si ammalò gravemente nel giro di quattro mesi e la moglie sempre più preoccupata lo portò all’ospedale della cittadina più vicina. Vance aveva perso più di venti chili e sembrava ormai sul punto di morire. Il medico dott. Doherty sospettava che Vance fosse malato di tubercolosi, o forse di cancro, ma i risultati degli esami e delle radiografie erano negativi. L’uomo si rifiutava di mangiare, perciò gli fu applicato un sondino nasogastrico, ma Vance vomitava cocciutamente tutto ciò che gli veniva inserito nel sondino. Continuò ad aggravarsi e a ripetere con convinzione di essere prossimo alla morte, finendo per riuscire a malapena a parlare. La fine sembrava vicina anche se il dott. Doherty non aveva ancora capito cosa affliggesse l’uomo.

La moglie di Vance sempre più preoccupata e affranta chiese di parlare con il medico in privato facendogli giurare di mantenere il segreto. Gli rivelò che il problema del marito aveva probabilmente a che fare con “un rito vudù”. Raccontò che nella loro realtà il vudù era una pratica comune e Vance, mesi prima, aveva avuto una discussione con un sacerdote vudù in seguito alla quale era stato convocato al cimitero in tarda notte e il sacerdote, agitando una boccetta contenente un liquido maleodorante davanti al viso, gli aveva gettato addosso il malocchio. Gli aveva detto che presto sarebbe morto e che nessuno avrebbe potuto salvarlo. Tutto qui. Vance dopo quell’incontro era cambiato, convinto di avere i giorni contati si era chiuso e aveva cominciato a rifiutare il cibo.

Dopo aver sentito la storia il dott. Doherty rimase pensieroso per un po’ decidendo poi di tentare qualcosa di poco ortodosso. Il mattino seguente convocò i familiari di Vance al suo capezzale e rivelò di sapere con certezza come curare l’ammalato. Raccontò di essersi recato nella zona dove abitava Vance e di aver incontrato il sacerdote Vudù. Disse di aver avuto una discussione accesa con lui al termine della quale il sacerdote rivelò di aver strofinato alcune uova di lucertola sulla pelle di Vance e che le uova avevano raggiunto lo stomaco dell’uomo dove si erano dischiuse. Quasi tutte le lucertole erano morte ma, una molto grossa era sopravvissuta e stava divorando il corpo di Vance dall’interno. L’unica cosa da fare era asportare la lucertola dallo stomaco di Vance.

Al termine del racconto il dott. Doherty chiamo l’infermiera che arrivò con una grossa siringa piena di quella che il medico definì una potente medicina. In realtà la siringa era riempita di un farmaco che induceva il vomito. Il medico controllò con attenzione la siringa per assicurarsi che fosse stata preparata correttamente e poi, con fare cerimonioso, iniettò il liquido nel corpo del paziente alquanto spaventato. Con aria solenne poi, uscì dalla stanza senza dire altro, lasciando la famiglia sbigottita.

Non ci volle molto prima che il paziente cominciasse ad avere i primi conati di vomito. L’infermiera gli procurò un catino e Vance lamentandosi e contorcendosi diede di stomaco. Ad un certo punto il dott. Doherty, informato che il paziente aveva iniziato a liberarsi tornò nella stanza con atteggiamento sicuro e avvicinandosi al letto lasciò scivolare nel catino una lucertola verde che teneva nascosta nel palmo della mano. Poi non appena Vance riprese a vomitare consegnando il catino al paziente disse con tutta la teatralità di cui era capace “Guardi, Vance, guardi cosa è uscito dal suo corpo. Ora è finalmente guarito. La maledizione vudù è stata annullata!”

La stanza era in fermento. Alcuni familiari si inginocchiarono gemendo. Vance fece un balzo all’indietro allontanandosi dal catino in stato confusionale e con gli occhi spalancati. Pochi minuti dopo cadde in un sonno profondo  che durò più di dodici ore.

Quando finalmente si svegliò, l’uomo era molto affamato e chiese da mangiare, divorando con avidità ciò che gli venne portato. Nel giro di una settimana Vance riprese peso e forza e appena il dott. Doherty lo ritenne opportuno lo dimise.

 

Non è vero ciò che è vero ma …

Che cosa ci dicono queste tre storie raccontate assieme ad altre nell’interessante libro, Placebo Effect (2014) di Joe Dispenza? Diciamo che ci descrivono una realtà che non dovrebbe esserci.  Un farmaco ritenuto alla fine della sperimentazione privo di efficacia, riesce a far sparire masse tumorali diffuse e ridare energia al sig. Wrigth.  Al contrario per lo sventurato Fred una sostanza inerte produce  un effetto nocebo, cioè l’accentuarsi di una sintomatologia negativa senza una reale ragione. Più sofisticata la vicenda di Vance che credendo di essere caduto vittima di un rito di magia nera ne esce con un rito di magia bianca in cui il medico fa credere al paziente che una certa medicina può risolvere il suo problema e rompere il malefico incantesimo. Dal punto di vista psicologico queste storie sono molto interessanti perché ci dicono qualcosa sul ruolo che il paziente gioca rispetto gli esiti positivi o negativi di una cura, e nello specifico sul ruolo giocato dalla mente del paziente su questi esiti.

Non è una novità per la psicologia il fatto che le esperienze, le emozioni, le aspettative, i desideri, le convinzioni, le attribuzioni di significato, i fallimenti e i successi giochino un ruolo nell’espressione di un comportamento. In termini evolutivi sappiamo che ognuno di noi venendo al mondo inizia a fare esperienze, entra in relazione col mondo. Queste esperienze possono essere positive o negative, ma al di là del significato che hanno per l’individuo che le vive,  sappiamo che in ogni caso queste esperienze lasciano un segno che si concretizza come apprendimento per lo più inconscio. In base alla qualità, alle caratteristiche, all’impatto emotivo che provocano e ai significati che vengono ad assumere per il bambino, le esperienze fatte producono degli apprendimenti che nel tempo daranno vita a delle convinzioni su di sé, sugli altri e sul mondo (quelle che Eric Berne, fondatore dell’Analisi Transazionale, chiama convinzioni di copione). Si crea cioè un sistema di convinzioni sulla base del quale l’individuo si muoverà, agirà nel mondo, farà delle scelte, prenderà delle decisioni (decisioni di copione, sempre per usare il linguaggio berniano) che sortiranno degli effetti, degli esiti (tornaconto di copione) che andranno a confermare o meno il sistema di credenze. Diciamo che la riuscita o meno dell’agire nel mondo dipenderà dalla concatenazione di: convinzioni o credenze – decisioni o scelte – esiti o tornaconti.

Giusto per fare un esempio. Se una persona pensa (convinzioni di copione) di avere discrete capacità adattive, si riconosce una buona capacità di analisi della realtà e adeguate risorse personali per intervenire e affrontare problemi o produrre cambiamenti, si riconosce una certa stabilità emotiva, diciamo che siamo portati ad immaginarla come una persona che avrà un discreto successo nella vita. Se invece abbiamo davanti una persona che si sente inadeguata, che pensa di non essere all’altezza delle situazioni che incontra, ed è convinta di non avere sufficienti capacità per gestire la complessità del mondo in cui vive, di sentirsi cioè poco attrezzata per affrontare la vita con i conseguenti vissuti emotivi di inadeguatezza e incapacità, diciamo che aspettarsi insuccessi in ambito lavorativo o affettivo non sarà una sorpresa.  Fino a qui siamo in un ambito squisitamente esistenziale. In base a quello che pensiamo, alle credenze che abbiamo, agiamo, ci muoviamo nel mondo, facciamo delle scelte che sortiscono degli effetti sulla base dei quali facciamo poi altre scelte e così via. Solitamente siamo portati a ricondurre ciò che accade dentro uno schema mentale che tende a confermare ciò che già pensavamo, come del resto siamo portati a riprodurre schemi d’azione che abbiamo già utilizzato con relativo successo in passato. Tutto questo ci dà sicurezza. Le incongruenze ci disturbano, non le tolleriamo, abbiamo bisogno di conferme e certezze per validare ciò che pensiamo e sentirci così sicuri, perché questo ci permette di avere un discreto controllo sulla realtà.

L’effetto placebo sposta la questione da un livello psico-esistenziale ad un livello psico-somatico. Quello che crediamo, le convinzioni a cui facciamo riferimento, in questo caso non solo  determinano le nostre scelte e quindi influenzano la nostra vita, ma agiscono sul corpo,  modificano il corpo. Il sig. Wrigth era convinto dell’efficacia del farmaco e quindi era convinto che fosse di fondamentale importanza per la sua malattia entrare nel protocollo sperimentale e assumere il farmaco. La sua convinzione probabilmente era: se assumo questo farmaco guarirò. La conseguenza di questa convinzione fu la remissione delle masse tumorale. Quando poi scoprì che questo non era vero, che le sue convinzioni erano sbagliate in quanto la sperimentazione aveva dichiarato l’inefficacia del farmaco, il tumore riapparve e lui rimase senza difese. Probabilmente le sue convinzioni diventarono: a questo punto nessun farmaco mi può più guarire, non c’è via di scampo. E infatti morì.

Anche nel caso di Fred, l’idea di aver ingerito una intera confezione di psicofarmaci, lo portò alla convinzione di essersi avvelenato e il corpo rispose a questa convinzione esprimendo tutti i sintomi dell’intossicazione. Quando poi gli venne rivelato che quello che aveva ingerito era una sostanza inerte, ecco che il corpo si riprese e tornò alla normalità. Anche in questo caso la convinzione: mi sono avvelenato, portò il corpo a reagire come se l’avvelenamento fosse reale, salvo poi reagire diversamente quando la convinzione cambiò divenendo: non è vero, ho solo preso (per fortuna) una sostanza inerte. Lo stesso dicasi per il povero Vance, la convinzione di essere caduto vittima di un potente sortilegio che lo avrebbe condotto alla morte lo portò a rifiutare il cibo e a rendere inefficace ogni terapia, perché la convinzione era: sto per morire. Geniale la trovata del dott. Doherty, che capì che l’unico modo per rompere l’incantesimo, cioè bypassare la convinzione di Vance era collocarsi sullo stesso livello introducendo una suggestione opposta, in questo caso curativa. Fargli credere che lui si era misurato con lo stregone e aveva capito come uscirne. L’importante era che Vance ci credesse e per far sì che ci credesse bisognava essere credibili articolando la messa in scena in modo plausibile, quindi recitare la parte del medico scrupoloso e convinto, l’utilizzo di un potente farmaco che costringeva la lucertola a uscire etc.

Come si può notare in tutte queste situazioni non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che si crede lo sia. Questo sembra essere il segreto e la straordinaria efficacia dell’effetto placebo.

 

Placebo ed effetto placebo

Secondo Fabrizio Benedetti docente di Neurofisiologia e Fisiologia Umana all’Università di Torino e noto ricercatore di fama internazionale sull’effetto placebo, l’utilizzo di placebo è parte integrante della storia della medicina non solo come validazione di nuove terapie ma anche come strumento di cura. Nel suo L’effetto placebo (2012) accenna a vari studi in cui si rileva che ad esempio negli Stati Uniti il 60% dei medici utilizza o ha utilizzato dei placebo nella pratica clinica soprattutto nell’ambito della cura del dolore, ambito in cui i placebo sono forse stati più utilizzati. In Danimarca la percentuale sale all’86% dei medici, che ammettono di averlo usato almeno una volta nella loro vita professionale e ben il 48% afferma di averlo usato più di dieci volte nel corso dell’ultimo anno. Uno studio fatto in Israele sottolinea che il 60% dei medici utilizza trattamenti placebo. Per lo più questi studi rivelano l’utilizzo dei cosiddetti placebo attivi, cioè farmaci veri che però i medici sanno benissimo non servire a nulla per la malattia che stanno trattando, un po’ come abbiamo visto nel caso del sig. Wrigth. Perché lo fanno? Lo fanno per venire incontro alle richieste dei pazienti proprio come nel caso del sig. Wrigth. Del resto il termine placebo deriva dal latino placere e precisamente placebo ne è la forma futura, piacerò e sta ad indicare i trattamenti finti che già nel medioevo i medici somministravano per far piacere ai pazienti, venendo incontro alle loro richieste di aiuto somministrando qualcosa che potesse servire a placare più l’ansia e la preoccupazione per il disturbo vissuto, che non la patologia. 

Ma perché il placebo funziona?

Per Fabrizio Benedetti, l’efficacia dell’effetto placebo è da ricercarsi nell’aspettativa di beneficio terapeutico e nella speranza di miglioramento clinico da parte del paziente. Il meccanismo d’azione è quindi di natura psicologica ed è legato al livello di investimento emotivo che il paziente fa nei confronti dell’atto terapeutico. Perché si crei una forte convinzione di efficacia in quello specifico trattamento è fondamentale che ci sia un’altra condizione importante giocata dalla relazione terapeuta-paziente, perché si è visto che se non c’è fiducia nel medico, nella sua competenza, esperienza e professionalità, che si tratti di trattamento placebo o trattamento vero, l’esito della terapia si riduce. Quindi la fiducia nel medico e nella sua competenza, l’enfasi verbale nel presentare la cura (si ricordi il dott. Doherty), l’aspettativa e la speranza di miglioramento creano le condizioni perché una terapia funzioni, placebo e non.

E’ stato dimostrato che l’aspettativa di un evento positivo, come la riscossione di denaro o di un premio, oppure l’incontro con la persona amata, o il miglioramento dello stato di salute a seguito di una nuova e potente medicina, attiva i cosiddetti meccanismi di ricompensa, che interessano un insieme di strutture cerebrali che modulano la nostra  percezione del piacere (ricompensa). In particolare l’attenzione si è posta sul nucleus accumbens una struttura nervosa dove si assiste, in queste situazioni, al rilascio di una gran quantità di dopamina.

Negli studi esaminati dal prof. Benedetti soprattutto quelli riguardanti il dolore ma non solo, è stato dimostrato che poste le condizioni di cui si è detto, cioè fiducia nel medico, speranza, aspettativa di miglioramento, la somministrazione di preparati placebo induce a livello cerebrale la liberazione di endorfine (oppioidi endogeni), di endocannabinoidi (sostanze endogene simili ad alcuni principi attivi presenti nella cannabis) e dopamina, tutte sostanze che giocano un ruolo nell’inibizione del dolore.

Infatti si è visto che somministrando il naloxone un farmaco antagonista degli oppiacei che ha la capacità di bloccarne l’azione, l’analgesia da placebo scompare. Lo stesso dicasi per gli endocannabinoidi, se viene somministrato il rimonabant un farmaco che agisce bloccando  l’azione dei cannabinoidi, l’effetto placebo antidolorifico scompare. Possiamo quindi dire che la somministrazione di farmaci placebo nella cura del dolore, poste certe condizioni, attiva la produzione nel cervello di sostanze analgesiche, le stesse che vengono attivate da farmaci veri che vanno ad agire sul cosiddetto sistema di controllo discendente del dolore, che si snoda dalla corteccia prefrontale fino al midollo spinale. Giustamente il prof. Benedetti sostiene che non c’è un unico effetto placebo ma ce ne sono diversi a seconda dei meccanismi neurofisiologici che vengono attivati. Lo stesso discorso vale per l’effetto nocebo. Quando le aspettative di un paziente anziché di miglioramento, sono di peggioramento (ricordiamoci il caso di Fred) si attivano dei meccanismi neurofisiologici che inducono una certa sintomatologia. A titolo di esempio. Studi fatti evidenziano, che la nausea, una delle conseguenze dell’azione delle chemioterapie, spesso compare ancora prima della somministrazione del preparato farmacologico. Oppure in uno studio, citato da Benedetti, in cui ad un gruppo di pazienti in cura per un carcinoma allo stomaco veniva somministrata una soluzione fisiologica, anziché il preparato chemioterapico, si è visto che un terzo del gruppo selezionato presentava una vistosa alopecia (perdita di capelli) che è uno degli effetti collaterali delle cure antitumorali.

Lo stesso dicasi nel caso dell’ansia anticipatoria, cioè dell’ansia che si scatena prima dell’incontro con un evento stressante. Si è visto che l’aspettativa negativa inerente l’incontro con un evento critico induce l’attivazione nel cervello di una sostanza, la colecistochinina (CCK), che ha un effetto amplificante del dolore. Questo effetto, noto con il nome di iperalgesia da nocebo, si manifesta quando un soggetto deve affrontare una situazione in cui si aspetta la comparsa di un dolore intenso, la sua ansia per l’evento induce la produzione di CCK che aumenta la percezione del dolore.

 

La rete psicosomatica

La ricerca portata avanti del prof. Benedetti sull’effetto placebo mette in luce che processi di natura psicologica legati alle aspettative positive o negative, alla suggestione e al condizionamento mentale attivano reali processi neurofisiologici a livello cerebrale che agiscono a livello somatico.

Queste considerazioni ricordano il lavoro portato avanti da Candace Pert, biochimica e psicofarmacologa prima della Johns Hopkins University e poi del National Institute of Mental Health (NIMH).

Candace Pert è nota al grande pubblico per il suo affascinante libro Molecole di emozioni (1997) in cui racconta in chiave autobiografica la sua avventura di scienziata e anche l’evoluzione del suo pensiero man mano che la sua ricerca si sviluppava. La Pert acquisì fama mondiale negli anni settanta per essere riuscita con Solomon Snyder ad individuare i recettori degli oppiacei e a identificare le endorfine, una tipologia specifica di neuropeptidi.

Il punto di partenza del suo lavoro prendendo in considerazione gli effetti degli oppiacei è stato questo: se una sostanza farmacologica o una sostanza chimica produce degli effetti sull’organismo significa che da qualche parte ci sono dei siti con cui può legarsi e questo portò alla scoperta dei recettori degli oppiacei, ma se esistono dei recettori in grado di entrare in relazione con una certa sostanza significa che nell’organismo vengono prodotte delle sostanza endogene simili a quelle esogene in grado di legarsi a quei specifici recettori. La Pert scoprì che tutta la gamma degli oppiacei (oppio, morfina, codeina, eroina) si fissa allo stesso recettore che è il recettore a cui si legano quella classe particolare di neuropeptidi che sono le endorfine per espletare la loro funzione analgesica. Il suo lavoro è considerato importante non solo per l’identificazione di una sessantina di neuropeptidi (lei pensa siano in realtà molti di più) ma anche per il fatto che riuscì ad allargare la visione a volte rigida e schematica della scienza tradizionale introducendo un ponte nella concezione del rapporto fra psiche e soma.

La sua idea è che l’intera gamma di neuropeptidi costituiscano la base biochimica delle emozioni e che ogni peptide rappresenti in qualche modo una “tonalità” emotiva. Sappiamo che le emozioni sono dei fenomeni psicofisiologici che coinvolgono la sfera del sentire sia psichico che fisico. Secondo la Pert quello che soggettivamente avvertiamo come emozione è il risultato dell’azione dei neuropeptidi e del loro legarsi con degli specifici recettori. I neuropeptidi sono molecole che “viaggiano” nel corpo muovendosi attraverso i liquidi corporei in attesa di legarsi con specifici recettori cellulari dando vita ad una sensazione o veicolando un messaggio. Sono dal suo punto di vista delle sostanze informazionali che attivano processi di varia natura. Secondo le sue considerazioni i vari sistemi che sono oggetto di studio da parte di scienze diverse come nel caso del cervello e del sistema nervoso (neuroscienza), del sistema endocrino (endocrinologia) e del sistema immunitario (immunologia) sono in realtà sistemi che fanno parte della complessa rete psicosomatica che caratterizza l’organismo umano (e animale) e i neuropeptidi sono i messaggeri che informano e mettono in comunicazione questi sistemi. Detta in altre parole i neuropeptidi parlano e i recettori cellulari ascoltano, i primi trasmettono e i secondi ricevono. I neuropeptidi sono il linguaggio che i vari sistemi  della rete psicosomatica utilizzano per scambiarsi informazioni e comunicare fra loro. In questo senso Candace Pert viene oggi considerata fra i pionieri non solo della visione psicosomatica olistica ma soprattutto della psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) questa nuova scienza di frontiera che cerca di costruire in termini scientifici una visione unitaria e psicosomatica dell’essere umano.

La Pert si spinge a ipotizzare che la mente abbia una propria dimensione immateriale che affonda le sue radici nel corpo, cioè nella materia e sia costituita essenzialmente da informazioni che non sono collocate o elaborate solo nel cervello ma sono informazioni che scorrono e compenetrano l’intero corpo, comunicando con la realtà fisica grazie ai neuropeptidi. La mente intesa come realtà informazionale che veicola messaggi è in sostanza quella realtà sottile, immateriale, che tiene insieme la rete psicosomatica, concetto questo che ricorda la definizione di mente come struttura che connette avanzato da  Gregory Bateson qualche decennio prima.

 

La mente influenza il corpo

Gli studi sull’effetto placebo documentano secondo il prof. Benedetti come l’aspettativa, che in fondo è la proiezione di un desiderio o di un timore, in quanto anticipa il possibile avverarsi di una situazione, inneschi processi fisiologici che coinvolgono tutto il corpo. Le considerazioni derivanti dal lavoro di Candace Pert spiegherebbero come questo diventa possibile. L’aspettativa, il desiderio, la fiducia, la speranza, come del resto la preoccupazione, il timore, la paura, sono tutte realtà psichiche a forte connotazione emotiva che si manifesterebbero sia sul piano del soggettivo sentire (emozione) che dell’oggettivo misurabile (corpo e quindi fisiologia) attraverso l’attività di connessione dei neuropeptidi descritti dalla Pert.

Concetti in qualche modo simili vengono espressi anche da Bruce Lipton, biologo cellulare, già professore di Istologia alla Scuola di Medicina della Stanford University. Lipton autore di vari libri fra cui il più noto è probabilmente la Biologia delle Credenze (2005) conosceva il lavoro della Pert. Il suo campo di interesse era simile e anche Lipton per molti anni si interessò all’attività cellulare e ai processi che ne caratterizzano il funzionamento. Lipton sostiene che il cervello della cellula non è come si pensava, il nucleo contenente il DNA con il suo patrimonio genetico, ma la membrana. La membrana costituisce non solo il confine fra l’ambiente esterno (il non Sé) e l’ambiente interno (il Sé) ma è anche il filtro attraverso cui la cellula raccoglie e seleziona le informazioni. I recettori presenti sulla superficie della cellula sono in grado di “leggere” le informazioni provenienti sia dall’esterno che dall’interno permettendo così l’avvio di processi che vedono protagonista il DNA e i suoi geni. Il percorso ipotizzato da Lipton in sintesi è questo: i pensieri sono energia, il che significa attivazione e modifica di campi elettromagnetici i quali innescano processi di natura biochimica che hanno come conseguenza il rilascio nei vari canali di trasmissione (nervoso, sanguigno, linfatico …) di sostanze, cioè molecole (neuropeptidi, neurotrasmettitori, ormoni…) che viaggiando nel corpo si legano ai recettori cellulari i quali raccolgono l’informazione, il messaggio, e lo trasmettono al nucleo cellulare dove i geni del DNA reagiscono all’informazione attivandosi nella produzione di sostanze che vengono a loro volta immesse nel flusso informazionale creando così un circuito di continuo feedback, che mantiene in continua connessione l’unità psico-somatica o rete psicosomatica come la chiama la Pert.  Bruce Lipton, sostenitore convinto di quella branca della biologia che si chiama epigenetica, nuova disciplina che studia le influenze dell’ambiente sull’assetto genetico, è esplicito nel sostenere che la dimensione psichica, condiziona l’attività genica del DNA.

Sulle stesse posizioni di Lipton si allinea anche il pensiero di Joe Dispenza nel libro citato. Il dott. Dispenza, biochimico, chiropratico, esperto in ambito neurofisiologico e  neuroscientifico è fra i principali sostenitori del fatto che il pensiero e soprattutto le emozioni influenzano e modificano il corpo. L’effetto placebo è sia per lui che per Lipton non solo la prova evidente di questo, ma anche lo spunto per nuove disquisizione nel rapporto mente-corpo. Tornando alla storia del sig. Wright, il dott. Dispenza  ne dà la seguente lettura. Il sig. Wrigth voleva vivere, non voleva morire, questa volontà di vivere che si può immaginare portasse con sé un forte coinvolgimento emotivo, l’ha portato a cercare un appiglio che desse corpo alla sua speranza di guarigione trovandolo nel Krebiozen. Si è così convinto che quel farmaco facesse il caso suo, era il suo strumento di guarigione, l’oggetto magico che l’avrebbe guarito. Era la sua speranza. La speranza ricordiamolo, è quello stato emotivo che nasce dalla fiducia nella realizzazione di un desiderio, è la proiezione emotiva che anticipa la convinzione della realizzabilità di un desiderio. E’ in altre parole una forte e fiduciosa aspettativa. E’ questo l’elemento chiave secondo Dispenza. Questo intenso stato d’animo di fiducia e ottimismo ha fatto sì che il corpo del sig. Wrigth reagisse di conseguenza, cioè credendoci, il che significa che sul piano fisiologico si sono attivati messaggeri biochimici che hanno “comunicato la speranza” alla rete psicosomatica che attivando l’attività genica delle cellule dei vari sistemi coinvolti ha fatto sì che venissero prodotte sostanze in grado di aggredire e ridurre le masse tumorali fino a farle scomparire. E’ questo processo che vede coinvolti volontà di sopravvivenza e speranza di guarigione a farlo guarire, non il farmaco. Tanto è vero che quando si è spenta la speranza, è venuta meno la volontà di vivere e il sig. Wrigth si è rassegnato alla malattia e alla morte. Si è arreso.

E’ evidente che queste riflessioni spingono la questione al di là dell’effetto placebo e investono la natura del rapporto mente-corpo. Sia Bruce Lipton che Joe Dispenza, ma potremmo citare anche altri autori come ad esempio Carl O. Simonton considerato il padre della psico-oncologia, sono fermamente convinti che la natura dei nostri pensieri e la qualità delle nostre emozioni favoriscono la salute o viceversa producono la malattia. I loro libri sono densi di storie cliniche, di studi  e ricerche che propongono l’idea che la salute e il benessere fisico come del resto la malattia e la sua guarigione sono strettamente influenzati da come viviamo la nostra esperienza esistenziale.

Detta in modo semplice ma significativo: più siamo soddisfatti della nostra vita, più viviamo il presente e il futuro con progettualità, più coltiviamo pensieri ottimistici e fiduciosi, più viviamo emozioni e sentimenti positivi di serenità, gioia, compassione, empatia e più il nostro corpo produrrà sostanze in grado di riflettere questo “stato di grazia” mantenendosi in salute.

Viceversa se viviamo la nostra vita dando spazio al rancore e ai rimorsi, se abbiamo una visione pessimistica del presente e preoccupata del futuro, se viviamo spesso emozioni e sentimenti negativi come rabbia, paura, tristezza, sfiducia e insicurezza, più il nostro corpo produrrà sostanze che comunicheranno ai vari sistemi psicosomatici coinvolti questo stato di “debolezza e vulnerabilità” creando le premesse per lo sviluppo di malattie.

Sono numerosi gli studi che portano l’attenzione sullo stress inteso in senso generale come meccanismo psicofisiologico di logoramento quale concausa della malattia e dell’ammalarsi, come del resto sono numerosi gli studi, (v. la bibliografia segnalata) che indicano come l’atteggiamento, le convinzioni, la determinazione e la volontà siano concause di guarigioni a volte straordinarie e “inspiegabili”.

L’immagine di ognuno di noi che emerge da questi studi è quella di esseri viventi che si sono evoluti nel tempo grazie alla formazione di sistemi complessi interconnessi fra loro e dove l’informazione (e quindi il messaggio) diventa l’elemento chiave dell’unità psicosomatica. L’informazione regola la salute e la malattia, l’informazione regola la capacità di guarigione e di recupero della salute. La dimensione psichica (pensieri ed emozioni) compenetra la dimensione fisica e svolge un ruolo chiave nel suo funzionamento sia in termini di salute, di malattia, di cura e guarigione. La consapevolezza di questo processo potrebbe essere la chiave per una medicina del futuro che vede il coinvolgimento attivo del paziente e in particolare del suo mentale per favorire processi di guarigione o favorire la salute e la prevenzione delle malattie.

 

 

Per chi fosse interessato ad approfondire gli argomenti trattati nel presente articolo si suggeriscono le seguenti letture.

 

  • Hirshberg C. , Barasch M.I., Guarigioni straordinarie, Mondadori, Milano, 1995
  • Bizzarri M., La Mente e il Cancro, Frontiera editore, Milano 1999
  • Simonton O.C., Matthews S., Creighton J.L., Ritorno alla salute, Edizioni Amrita, Torino, 1996
  • Simonton O.C., Henson R. L’avventura della guarigione, Edizioni Amrita, Torino 2006
  • Lipton B.H., La Biologia delle Credenze, Macro Edizioni, Cesena, 2006
  • Sevan-Schreiber D., Guarire, Sperling & Kupfer editori, Milano, 2003
  • Sevan-Schreiber D., Anticancro, Sperling & Kupfer editori, Milano, 2008
  • Pert C., Molecole di emozione, Tea edizioni, Milano, 2005
  • Hamilton D.R., E’ il pensiero che conta, Macro Edizioni, Cesena, 2009
  • Boukaram C., Il potere anticancro delle emozioni, Feltrinelli Editore, Milano, 2014
  • Benedetti F., L’effetto placebo, Carrocci editore, Roma, 2012
  • Dispenza J.,  Placebo Effect, Mylife editore, Coriano di Rimini, 2015

 

Pubblicato il  11.04.2016