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Autoguarigione

di Doriano Dal Cengio

Verso la metà degli anni Ottanta due ricercatori intrapresero un viaggio di studio. Girarono in lungo e in largo gli Stati Uniti, visitando cliniche e ospedali, intervistando medici, infermieri e pazienti, analizzando cartelle cliniche e rintracciando familiari, per sondare un fenomeno di cui si parlava poco e di cui si sapeva ancora meno.

 

Guarigioni Straordinarie

I due ricercatori erano: Caryle Hirshberg, laureata in chimica e matematica con un master in ricerca biochimica conseguito nel 1968 presso l’università dell’Indiana e Marc Ian Barash giornalista e collaboratore di “Psychology Today”, autore di libri sul benessere psico-fisico.

Lo studio venne finanziato dall’Istituto di Scienze Noetiche (IONS), fondato nel 1973 da Edgar Mitchell a Sausolito in California. Mitchell era stato uno degli astronauti che avevano effettuato, con la missione Apollo 14, il terzo allunaggio sul nostro satellite. Nello specifico fu proprio Mitchell assieme al comandante della missione, Alan Shepard, a passeggiare sulla Luna, con il compito di raccogliere pietre del territorio lunare da portare sulla terra. L’esperienza che Mitchell visse in quei giorni, andò ben al di là dei compiti scientifici previsti dalla missione. Per lui fu un momento di trasformazione interiore, caratterizzato da un particolare coinvolgimento mistico e da una significativa espansione della coscienza. Questa esperienza cambiò la sua vita, per cui decise al suo rientro dalla missione, di abbandonare la NASA e, fondando lo IONS, di dedicarsi allo studio degli stati di coscienza amplificati, alla natura della mente umana e delle sue potenzialità anche in termini di relazione mente-corpo e dei possibili risvolti sulla salute fisica.

È all’interno di questo orientamento che prende forma, verso la metà degli anni Ottanta il Remission Project, un progetto di ricerca affidato alla Hirshberg, con lo scopo di raccogliere testimonianze e studi su quelle guarigioni che avvenivano per lo più in modo inatteso, imprevedibile e da un punto di vista statistico del tutto improbabile, come lo erano le cosiddette remissioni spontanee, soprattutto in riferimento a malattie degenerative con particolare riferimento ai tumori. Il viaggio della Hirshberg e Barash serviva a cercare documentazione clinica, testimonianze ed esperienze che potessero documentarne l’esistenza.

Una delle difficoltà che i due ricercatori incontrarono fu quella di recuperare informazioni formali inerenti a questo fenomeno perché, come diranno, alla scienza e all’approccio scientifico poco interessava documentare e cercare di spiegare quello che di fatto risultava una situazione piuttosto rara e imprevedibile che finiva per essere considerata, da un punto di vista clinico, più una eccezione che una possibile regola. Quello delle guarigioni spontanee o inspiegabili è un fenomeno che per ammissione degli stessi medici intervistati esiste, ma essendo circoscritto ad un numero limitato di casi e allo stesso tempo risultando inspiegabile, è un  fenomeno di scarso interesse per la scienza.

La documentazione dei dati e le informazioni raccolte durante quel viaggio di ricerca unitamente alle riflessioni fatte dai due ricercatori venne pubblicata nel 1995 in un libro dal titolo Remarkable Recovery (tradotto e stampato in Italia sempre nello stesso anno con il titolo Guarigioni Straordinarie. Quando il corpo guarisce se stesso). È un libro ricco e appassionante in cui vengono ricostruite e raccontate molte storie personali di pazienti e di come è avvenuta prima la scoperta della malattia, poi il decorso e infine la guarigione. Vengono riportate testimonianze di medici, le loro opinioni, si cercarono fonti, si cercò anche di recuperare studi fatti in tempi diversi ma che avevano una loro inerenza al tema trattato. Gli autori si approcciarono all’argomento più con l’intenzione di documentare e dare evidenza ad un fenomeno, sostenendo più volte la necessità di uno studio più rigoroso che permettesse l’analisi dei molteplici fattori che intervengono in un processo di guarigione. Sollevarono in definitiva più domande che risposte, evidenziando una certa critica alla scienza medica e al suo approccio più orientato a confermare statisticamente la validità di protocolli curativi, che non ad interessarsi del processo di guarigione e ai suoi meccanismi.

Gli autori della ricerca sembravano alquanto sorpresi nello scoprire uno scarso interesse per quelle guarigioni che proprio perché inspiegabili per la scienza, avrebbero dovuto, dal loro punto di vista, sollecitare maggiore curiosità nel capire cosa le aveva procurate. Il loro viaggio, documentato in modo narrativo, li porta a parlare apertamente di un apparato risanatore, di un sistema di auto guarigione, che necessariamente doveva essere alla base dei fenomeni da loro documentati, senza spingersi a definirlo ma cercando di cogliere nelle varie storie elementi ricorrenti che potrebbero e dovrebbero a loro avviso essere approfonditi.

Hirshberg e Barash evidenziano che spesso nelle storie incontrate coglievano che i pazienti accettavano, seppur con preoccupazione e sgomento la diagnosi, ma tendevano a rifiutare la prognosi. Accettavano l’evidenza della malattia ma non il suo decorso, per lo più infausto. Spesso venivano rifiutati i tre o i sei mesi di sopravvivenza che venivano ipotizzati dai medici curanti, per quella specifica malattia sulla base dei tempi statisticamente definiti dalla casistica nota. Gli autori sottolineavano la presenza di una certa caparbietà nel carattere delle persone intervistate, che spesso reagivano alla prognosi con un atteggiamento non solo di rifiuto ma anche di sfida. Erano a loro dire persone combattive che non si rassegnavano ad un esito già scritto. Di fronte al realismo pessimistico dei curanti, i pazienti sembravano seguire le proprie credenze, fidandosi in un certo senso del loro intuito, che li portava ad agire secondo un loro personale sentire.

Una cosa che aveva sorpreso i ricercatori era constatare che più di una persona aveva un obiettivo specifico che dovevano assolutamente raggiungere prima di morire, come ad esempio finire di scrivere un libro o essere presente alla laurea del figlio, o alla nascita di un nipote. Non potevano “permettersi di morire” perché avevano un motivo per continuare a vivere, come a sottolineare che un certo tipo di convinzione influiva sul decorso della malattia modificandone la prognosi.

Altro aspetto che viene messo in evidenza è la presenza di un supporto affettivo e/o sociale. Tutte le varie storie incontrate riferivano di aver potuto contare sulla presenza e vicinanza di altre persone, come ad esempio il sostegno dei familiari, l’aiuto di un gruppo di sostegno ‒ negli Stati Uniti sono molto diffusi gruppi di mutuo aiuto anche in ambito oncologico ‒ l’aiuto di un terapeuta e di un percorso di psicoterapia più o meno convenzionale. I pazienti riferivano di non essersi sentiti soli nella “lotta” contro la malattia, ma di aver potuto contare sul sostegno di persone presenti e vicine. Il fatto di essersi sentiti compresi,  accompagnati, supportati, permetteva loro di condividere i vari stati d’animo vissuti, come lo sconforto, la paura, a volte anche la rabbia o il senso di ingiustizia per la condizione che stavano vivendo, ma al contempo anche esprimere la condivisione della speranza, dell’affetto, della vicinanza, a cui attingere per provare anche sentimenti positivi, quali la gioia per un miglioramento ottenuto, la gratitudine,  o a volte anche l’entusiasmo che spesso portava queste persone alla scoperta o riscoperta di antiche passioni che nel tempo avevano abbandonato. Gli autori riferiscono con una certa sorpresa che molti dei pazienti o ex pazienti incontrati avevano ripreso in mano uno strumento musicale, oppure avevano ripreso a dipingere o a coltivare qualche hobby, sottolineando la riscoperta della creatività, nelle sue varie espressioni come uno degli elementi che sembra essere entrato in gioco in quel processo di “rinascita” che ha portato alla guarigione.

Così come, nel processo che si è innescato in queste persone, sembra avere avuto un ruolo importante la fede, la riscoperta della preghiera, l’avvicinarsi ad una religione o ad una dimensione spirituale, in cui l’affidarsi ad una realtà superiore, indipendentemente dal nome che gli si voleva dare, era di conforto e dava forza nei momenti difficili che caratterizzavano il loro processo di gestione della malattia.

Sulla scia del lavoro svolto, l’Istituto di Scienze Noetiche ha dato vita poi ad un database di raccolta delle cosiddette remissioni spontanee documentate e pubblicate nella letteratura medica arrivando  nel corso del tempo a raccogliere  più di 3500 riferimenti provenienti da oltre 800 riviste pubblicate in 20 lingue diverse. Di queste più di 2000 riguardano casi di neoplasie mentre il rimanente si riferiscono ad altre malattie e sono consultabili sul sito dello IONS.

  

Radical remission

Sulla stessa scia si colloca, più recentemente, il lavoro di Kelly Turner, che pubblica nel 2014 il suo Radical Remission: Surviving Cancer Against All Odds, libro diventato famoso, tradotto in 20 lingue ma non ancora in italiano. Dopo la laurea in psicologia presso la Harvard University, la giovane Turner inizia una attività di volontariato presso un famoso istituto oncologico di New York dove si occupa di counseling, ascolto e sostegno di pazienti in terapia. Un giorno venne a contatto con un caso di guarigione spontanea. La cosa la colpì molto perché pensava non fosse possibile guarire spontaneamente, né se ne parlava presso il centro in cui stava lavorando. Decise quindi di approfondire questo aspetto iscrivendosi ad un master in oncologia sociale presso l’università di Berkley ottenendo successivamente un dottorato di ricerca presso la stessa università funzionale allo studio di quelle che chiamerà remissioni radicali dal cancro.

Con tale termine la Turner intende quelle situazioni in cui la remissione da cancro è statisticamente improbabile, cioè non prevedibile né possibile secondo la statistica clinica conosciuta. Precisa che rientrano in questa definizione tutte quelle guarigioni in cui il paziente invece delle terapie previste dai protocolli della medicina convenzionale occidentale, si è affidato ad altre forme alternative e non convenzionali di terapia, oppure le ha usate entrambe. Conoscendo il lavoro di Hirshberg e Barash, sostiene che tali remissioni inaspettate siano alquanto rare, ma sottolinea che migliaia di persone le hanno sperimentate ed è partendo proprio dalle loro testimonianze, che il suo scopo è diventato quello di cercare di capire cosa è successo, privilegiando non tanto ciò che la letteratura medica metteva in evidenza come ad esempio i cambiamenti biochimici intervenuti nel processo di guarigione, quanto piuttosto cosa ne pensavano le persone guarite rispetto a quello che avevano vissuto. Il lavoro che ne seguì durò una decina d’anni, durante i quali ha avuto modo di analizzare più di 1000 casi riportati in letteratura e ha potuto intervistare più di 100 casi di guarigione o remissione spontanea da cancro. Le domande chiave intorno a cui si svolgeva l’intervista erano: Cosa hai fatto di diverso rispetto a prima? Cosa pensi ti possa aver aiutato a guarire?

La Turner codificando i risultati delle sue interviste, identificò circa 75 fattori presenti nei casi analizzati, ma solamente 9 di questi erano comuni in tutte le storie raccolte. Questi 9 indicatori divennero il materiale per il suo libro. La Turner sottolinea che l’ordine con cui presenta nel testo questi fattori è casuale e non rappresenta un ordine di importanza, come del resto evidenzia che alcuni dei pazienti intervistati davano più valore ad alcuni fattori piuttosto che ad altri, anche se tutti in diversa misura erano rappresentati.

In ogni caso la Turner ci tiene a precisare che la sua proposta non è una cura alternativa al cancro, ma vuole esser un contributo alla riflessione sul processo di guarigione e sui fattori che lo innescano. Vediamo i 9 fattori identificati.

  

  1. Cambiamento della dieta. Le persone intervistate sostengono di aver cambiato le loro abitudini alimentari. Non sembra sia stata adottata una dieta uguale per tutti, ma tutti hanno introdotto dei cambiamenti nel loro regime alimentare. Alcuni sono diventati vegetariani, altri vegani altri hanno continuato a mangiare carne, magari cambiando la modalità di cottura. Tendenzialmente sono state fatte scelte volte a ridurre quei cibi che causano infiammazione come ad esempio la carne trattata o i carboidrati raffinati, privilegiando prodotti biologici e cereali integrali.  Nella maggior parte dei casi è stato aumentato invece il consumo di frutta e verdura soprattutto provenienti da colture biologiche. Tutti hanno introdotto una maggiore idratazione bevendo molta acqua preferibilmente filtrata. Tendenzialmente hanno tutti fatto più movimento, inserendo pratiche di vario genere ma tutte centrate nel mettere il corpo in movimento.

  

  1. Utilizzazione di erbe e integratori. La maggior parte dei sopravvissuti ha usato tre tipi di erbe e integratori: quelli che aiutano la digestione, quelli che aumentano l'assorbimento dei nutrienti da parte del corpo, quelli che aiutano a disintossicare il corpo e rafforzano il sistema immunitario. Fra questi vengono citati probiotici, prebiotici, enzimi digestivi, erbe disintossicanti (come ad esempio: goldenseal, assenzio, radice di tarassaco, cardo mariano, radice di liquirizia e scafo di noce), antibatterici (olio di origano, aglio), aloe vera, curcuma e complessi vitaminici, privilegiando vitamina C, B12 e D.

  

  1. Prendere il controllo della propria vita. In tutte queste persone ad un certo punto pur avendo fatto in molti casi cure tradizionali ed essersi affidati ai medici, di fronte a situazioni insoddisfacenti hanno deciso di agire. La malattia li riguardava troppo da vicino per mantenere un atteggiamento totale di delega, hanno deciso che era importante muoversi diversamente passando da una posizione di sostanziale passività come spesso accade in una situazione di malattia, ad un atteggiamento di maggiore protagonismo. Hanno cominciato a scegliere.

  

  1. Seguire la propria intuizione. Quando c’è stato un cambiamento nel proprio modo di porsi, passando da un atteggiamento di delega ad uno di scelta, queste persone hanno cominciato a fidarsi di più del loro intuito arrivando così a scegliere sulla base delle proprie intuizioni, decidendo, ad esempio di cambiare la propria dieta, di attivare il corpo inserendo maggiore movimento, oppure di scegliere e provare altre o diverse terapie che sentivano più in linea col loro modo di essere e di sentire.

  

  1. Rilasciare emozioni represse. La ricerca scientifica ha messo in evidenza soprattutto negli ultimi decenni l’esistenza di uno stretto legame tra la presenza di emozioni negative e lo sviluppo di patologie fisiche. È stato dimostrato come sia di notevole supporto in varie patologie trovare un contesto in cui diventa possibile esprimere e condividere la propria paura, rabbia, tristezza, trovando comprensione, e sostegno. In questa direzione vanno la psicoterapia sia individuale che di gruppo, o il partecipare a gruppi di sostegno. L’esperienza dei gruppi di auto-aiuto in ambito oncologico o rispetto anche ad altre patologie come ad esempio l’AIDS, o le dipendenze, si sono dimostrati di valido aiuto, come utile si è dimostrata la cosiddetta medicina partecipativa basata sui protocolli della mindfulness. La Turner sottolinea che le persone da lei intervistate hanno dato un valore particolare alla possibilità di esprimere e lasciare andare emozioni e vissuti negativi. Anche in questo caso non c’è stata una scelta univoca, c’è chi ha scelto di condividere i propri stati d’animo negativi in famiglia, chi si è affidato ad un terapeuta, chi ad un gruppo, in ogni caso la necessità di condividere quello che stavano vivendo era sentita da tutti gli intervistati.

  

  1. Aumentare le emozioni positive. La Turner sostiene, contrariamente a  Hirshberg e Barash, che non sia tanto l’avere uno spirito combattivo a portare ad un remissione del cancro, anche se la ricerca sostiene che il reagire, il non arrendersi, il lottare allunga i tempi di sopravvivenza, quanto il godersi il tempo che rimaneva. Era l’impegnarsi a dare una qualità diversa al proprio tempo, al vivere quotidiano, imparando a godere di quello che si ha, vivendo con più intensità il presente, rilassandosi, esprimendo le proprie emozioni negative  coltivando e possibilmente condividendo quelle positive centrate sulla speranza, sulla gratitudine, sulla voglia di vivere. Lei sostiene che sia questo diverso atteggiamento a stimolare maggiormente la reazione del proprio sistema immunitario piuttosto che un atteggiamento di lotta verso qualcosa.

  

  1. Incrementare il supporto sociale. Sembra che un ruolo importante, come evidenziato già dal lavoro di Hishberg e Barash, sia il non sentirsi soli di fronte alla malattia. In questo senso viene dato un valore particolare alla famiglia, all’affetto familiare o a quello di amici, o di un gruppo. La Turner sostiene che siano molti gli  studi che hanno collegato gli stretti legami con la famiglia e gli amici alla sopravvivenza dal cancro e precisa che quando ci si sente amati e si percepisce l’affetto dei propri cari, viene rilasciata dal cervello in grandi quantità, l'ossitocina, l’ormone dell’affettività, e sembra che questo favorisca l’aumento delle cellule NK (natural killer) e dei globuli bianchi del sistema immunitario.

  

  1. Coltivare una connessione spirituale. Tutti gli intervistati avevano riscoperto una loro dimensione spirituale. Sembra che non sia importante in cosa si crede, quanto credere in qualcosa, in qualcosa di superiore che possa essere di aiuto, come evidenziato anche dal lavoro di Hirshberg e Barash. Questo ha implicato per molti il riavvicinarsi alla chiesa o alla congregazione di appartenenza, riscoprendo il valore della preghiera come forma di contatto con una dimensione superiore, espressa sia in forma privata che partecipando a cerimonie religiose in cui l’essere parte di un gruppo rinforzava il senso di unione comune con il divino. Altri invece si sono avvicinati a pratiche psicofisiche che hanno anche un risvolto spirituale in quanto vengono considerate come strumenti di connessione con l’energia universale come appunto lo yoga, il tai chi o il qi gong. In particolare la meditazione nelle sue varie forme, per molti di questi pazienti, ha significato un modo per entrare in contatto, attingere o anche affidarsi ad una dimensione superiore, in cui trovare conforto e aiuto. In riferimento a questo, gli studi sulla meditazione hanno da tempo dimostrato che pratiche meditative, di rilassamento, di visualizzazione immaginativa anche accompagnate da affermazioni positive e intenzionali, hanno un effetto non solo sulla mente ma anche sul corpo. È noto infatti che facilitano il rilascio di sostanze tra cui endorfine, serotonina, gaba, ossitocina e altre ancora che giocano un ruolo importante nel ridurre lo stress e nel rinforzare il sistema immunitario.

  

  1. Avere forti ragioni di vita. Come nel lavoro di Hishberg e Barash, anche la Turner sostiene che le persone da lei intervistate avevano tutte una ragione per vivere, come non perdere i propri cari, finire il libro che si stava scrivendo, oppure fare quel viaggio che si era tanto sognato o vedere nascere un nipotino, o portare a termine un progetto a cui si dava particolare valore. La motivazione a vivere e agli obiettivi che rendono una vita degna di essere vissuta sembra essere un supporto importante. Nella cultura giapponese c’è un termine che riassume questi concetti, Ikigai, che può essere tradotto come: una ragione di vita o un motivo per cui vivere. Ognuno ha il proprio Ikigai, cioè la propria ragione di essere o la propria mission che ci guida nella vita Si può dire che gli intervistati dalla Turner avevano ognuno trovato o ritrovato il proprio Ikigai, la propria ragione di vita.

  

Questi studi ci parlano di persone che ad un certo punto della loro vita si sono trovate di fronte ad un evento tragico come può essere una diagnosi di cancro. Questo evento ha prodotto, per lo più inconsapevolmente, una reazione, portando queste persone a fare delle scelte che hanno modificato in qualche modo il loro modo di essere. Possiamo dire che di fronte al rischio concreto di morire hanno riscoperto una ragione per vivere. Non si sono arrese, hanno reagito, hanno lottato riprendendo in mano la loro vita. Hanno cambiato alimentazione, hanno fatto più movimento corporeo, hanno condiviso emozioni negative e cercato di coltivare quelle positive, hanno riscoperto una dimensione spirituale. Quello che si coglie è che l’agire ha portato a cambiare un certo modo di essere che ha avuto come conseguenza un cambiamento sul piano biologico. Se come sostiene la più recente ricerca in ambito psico-somatico, un certo modo di essere induce, produce, costruisce la malattia (si veda in merito l’articolo Emozioni e salute) un diverso modo di essere, come sostenuto dalle ricerche di  Hirshberg, Barash e della Turner, può produrre la guarigione.

  

L’intelligenza della vita

Nel mondo greco, a partire dalla scuola di Mileto nel sesto secolo a.c. si è posta l’attenzione sul concetto di Physis. I filosofi di quella scuola, detti per l’appunto i “physici” si erano interrogati sulla natura della vita e cosa animasse la materia vivente avanzando varie ipotesi (v. articolo Sulla Physis). Nell’insieme con il termine Physis si identificò la spinta, la pulsione, l’energia che animando le cose viventi in Natura ne presiede e orienta lo sviluppo e l’evoluzione, tanto che i romani, nella loro traduzione di concetti e linguaggi dalla cultura greca, preferirono identificare tale concetto con la Natura stessa, per cui per loro parlare di Natura e di Physis significava in sostanza parlare della stessa cosa. In realtà con Physis, soprattutto nella visione di Eraclito di Efeso prima, e di Zenone di Elea poi, si intese il principio che sta alla base della vita stessa e che la caratterizza come fenomeno in continua evoluzione e cambiamento. Si cominciò a pensare che alla base della vita ci fosse un principio di intelligenza che orienta l’energia vitale in modo da favorire in ogni organismo vivente la capacità di produrre quei cambiamenti che permettono adattamenti funzionali alla sopravvivenza, come lo sono ad esempio tutti quei processi che innescano guarigione e autoguarigione. Un concetto in qualche modo simile è presente anche all’interno della filosofia tantrico-vedica la quale propone una visione della materia vivente animata da un principio di energia vitale, personificato dalla dea Shakti, la polarità femminile, e da un principio di coscienza identificato in Shiva, la polarità maschile. Le due polarità energia e coscienza nella loro interazione presiedono il processo evolutivo.

Nel mondo greco quindi si pensava, soprattutto con Zenone, che esistesse in ogni organismo vivente la capacità di curare e guarire se stesso, come parte della capacità di adattarsi e sopravvivere. Se così non fosse, la vita stessa su questo pianeta non solo non si sarebbe potuta evolvere e perfezionare ma non sarebbe stata possibile. Nel concetto di Physis quindi,  i pensatori del mondo greco hanno voluto vedere quell’intelligenza che orienta e guida l’energia vitale in modo da preservare e tutelare la propria sopravvivenza favorendo l’organizzazione di meccanismi auto-correttivi e auto-curativi.

Questa capacità della materia vivente di curare se stessa si manifesta, giusto per farci un’idea, nel caso di ferite alla pelle dove si vede che nell’arco di qualche giorno i tessuti si rigenerano e la ferita si chiude. Noi solitamente non facciamo nulla di intenzionale perché la ferita si cicatrizzi se non disinfettarla e proteggerla con un cerotto. Ci pensa l’intelligenza dell’organismo ad attivare le risorse necessarie, come la coagulazione sanguigna, la risposta infiammatoria, la produzione di nuove cellule, in modo da favorire nell’arco di pochi giorni la guarigione della ferita. Oppure la vediamo in azione nelle varie forme di influenza stagionale, dove nell’arco di alcuni giorni preferibilmente caratterizzati dal riposo, l’organismo attiva una serie di processi che lo porteranno ad avere la meglio sulle forme virali o batteriche che sono state causa della malattia. Possiamo estendere la stessa riflessione alla situazione pandemica che stiamo vivendo in questo periodo. Quello che si coglie è che alcune persone pur entrando in contatto con il Covid-19, non si ammalano, rimangono asintomatici, altri si ammalano e guariscono e altri ancora invece, avendo nella maggior parte dei casi un organismo già minato da altre patologie, si aggravano e muoiono. Il virus è lo stesso ma la risposta dell’organismo si diversifica mettendo in evidenza come sia la soggettiva reazione immunitaria a fare la differenza.

Allo stesso modo pensando ai fenomeni di cui ci hanno parlato Hirshberg, Barash e la stessa Turner, si può supporre che alla base delle cosiddette guarigioni straordinarie o delle remissioni spontanee da patologie gravi, ci sia da un lato l’attivazione del paziente che, come si è detto, fa scelte funzionali a modificare il proprio stile di vita, ma su un altro livello c’è una biologia che risponde e si attiva in senso curativo confermando quello che sosteneva 2500 anni fa, Ippocrate da Kos, considerato il padre della medicina, quando diceva: “il medico cura ma è la forza della Natura (o Physis) che guarisce”.

In tempi più recenti alcuni osservatori hanno introdotto il concetto di Guaritore Interno, che recupera in un certo senso l’idea espressa dal concetto di Physis nel mondo greco. Ne parlano tra gli altri, Steven Locke e Douglas Collingan nel loro libro The healer within, the new medicine of mind and body (1986), che in Italia esce col titolo La mente che guarisce (1990) in cui si interrogano sulla capacità dell’organismo di curare se stesso, passando in rassegna situazioni inerenti a varie patologia fra cui anche il cancro. Gli stessi Hirshberg e Barash nel loro libro, quando fanno riferimento ad un sistema risanatore o di autoguarigione che si attiva per fronteggiare la malattia parlano esplicitamente di un Guaritore Interno. Ne parla Mariano Bizzarri, un oncologo romano nel suo bel libro la Mente e il Cancro (1999), in cui esamina vari studi e ricerche, estendendo la riflessione alla psicologia del paziente stesso nei suoi vari aspetti, che diventa secondo lui, l’elemento di innesco della reazione auto-curativa.

Che si parli di Guaritore Interno, di Physis, di apparato risanatore o di sistema di autoguarigione, quello a cui ci si riferisce in sostanza è la capacità dell’organismo di attivare risorse interne funzionali al recupero della salute.

L’attenzione dei vari ricercatori si è andata focalizzando nel tempo sul ruolo centrale giocato dal sistema immunitario in questi processi di protezione e cura. Questo sistema infatti ha la funzione di proteggere la nostra identità biologica (self) nei confronti di ingerenze estranee nocive (non-self). Il sistema immunitario è caratterizzato da una complessa rete di mediatori chimici, strutture cellulari, organi e ghiandole, processi biologici che si è andata sviluppando nel corso dell’evoluzione. Non è un sistema identificabile come ad esempio il sistema nervoso o il sistema cardiocircolatorio o quello linfatico, caratterizzati da una fitta rete di “canali” che nella loro articolazione vanno ad interessare l’intero corpo. Il sistema immunitario è piuttosto espressione dell’integrazione di processi che vedono la collaborazione di vari apparati e strutture del corpo che cooperano insieme per salvaguardare e proteggere l’organismo in modo da garantirne la sopravvivenza.

L’aspetto incredibile e oltremodo affascinante di questo sistema è non solo la capacità di attivarsi una volta riconosciuto il “nemico” ‒ virus, batteri, ferite, lesioni, ustioni, intossicazioni, cellule mutanti e altro ancora che minaccia l’equilibrio biologico ‒ ma la capacità delle varie cellule e organi coinvolti di comunicare fra loro scambiandosi informazioni in tempi velocissimi. Alcune cellule che appartengono alla famiglia dei globuli bianchi o leucociti perlustrano e sorvegliano l’organismo, altre invece sono deputate a dare l’allarme qualora venga individuato il “nemico”, altre ancora intervengono in modo selettivo e mirato per aggredire il “corpo estraneo”, altre invece si attivano per riparare e sostituire i tessuti danneggiati e così via.

È un autentico lavoro di squadra che implica un continuo e preciso scambio di informazioni fra i componenti coinvolti, in modo da convergere l’azione di ognuno in un’unica direzione, quella di difendere e proteggere la salute dell’organismo.

Di fronte a tale meraviglia diventa inevitabile chiedersi: chi coordina e dirige l’intero processo?

Se le varie cellule predisposte ‒ leucociti, linfociti, interferone, citochine, fagociti, macrofagi e altre ancora ‒ sono gli orchestrali di una raffinata orchestra dove ognuno suona il proprio strumento, chi è il direttore dell’orchestra?

L’unica risposta immaginabile è che ci sia all’interno della materia vivente una dimensione intelligente, una “mente” che orchestra e gestisce questa sincronizzazione con i relativi scambi informativi. Non è certo la nostra mente cosciente a gestire il processo, infatti noi non siamo minimamente consapevoli di quello che accade nel nostro corpo in queste situazioni, non sappiamo cosa stanno facendo i leucociti o le citochine o i macrofagi nel nostro corpo in questo momento, semmai cogliamo le conseguenze di questo processo di attivazione come accade ad esempio nella manifestazione febbrile o infiammatoria che rappresentano l’aspetto più visibile o maggiormente percepibile della risposta immunitaria.

Questo aspetto porta inevitabilmente a pensare ad una dimensione più profonda, ad una dimensione nascosta che sottostà, nel senso che sta dietro alla visibile dimensione materica del corpo, ma che interagisce con essa, influenzandola, gestendone i processi, riorganizzandone l’attività. Si può capire come i filosofi greci abbiano potuto pensare ad una intelligenza propria della vita stessa ‒ che hanno riassunto nel concetto di Physis ‒ la quale si attiva e si esprime ad un livello del processo vitale che in ambito biologico si manifesta anche attraverso una attivazione del sistema immunitario.

Questo è anche quello che crede e sostiene Deepak Chopra, medico indiano specializzato in endocrinologia e in medicina ayurvedica, oggi considerato uno dei principali esponenti a livello mondiale della cosiddetta medicina alternativa. Chopra ha sviluppato i suoi interessi coniugando fisica quantistica, tradizione ayurvedica e psiconeuroendocrinologia, pubblicando nel tempo vari libri fra cui nel 1989, Quantum Healing, uscito in Italia nel 1992 con il titolo, Guarirsi da dentro, in cui espone la sua visione.

In questo libro sostiene appunto l’esistenza di una intelligenza nascosta che governa tutte le manifestazioni viventi esprimendosi e manifestandosi su livelli diversi. Possiamo tirare in ballo la Physis dei greci, possiamo parlare di anima, oppure del Sé (Self), inteso come nucleo centrale dell’essenza umana e che secondo varie tradizioni spirituali si ricollega al Sé universale, o come lui preferisce fare, rifacendosi alla tradizione vedica, parlare di Brahman, il principio intelligente che ha dato vita e governa l’intero universo e che nell’essere umano si manifesta come Atman, un concetto del tutto simile a quello di anima così come si esprime nella cultura spirituale occidentale.

Non importa, sostiene, che nome diamo a questa dimensione, l’importante è riconoscere la sua esistenza perché sembra che lì risieda quell’intelligenza che governa i fenomeni rigenerativi e auto-curativi.

Per semplicità ad un certo punto, Chopra preferisce parlare della dimensione mente-corpo, andando così oltre al dualismo cartesiano per introdurre l’idea di una visione unitaria dell’organismo vivente. Non c’è un corpo e una mente, c’è la dimensione mente-corpo, perché è proprio nel fitto e costante dialogo fra queste due dimensioni che si crea l’interconnessione, la comunicazione, lo scambio continuo di informazioni funzionale a creare e definire l’unità psicosomatica dell’organismo. L’intelligenza alla base della vita, governa e mantiene l’equilibrio mente-corpo. Quando questo equilibrio per varie ragioni si inclina e si rompe, come suggerito dai pionieri della visione psicosomatica, ecco nascere la malattia.

Chopra, come i filosofi greci, riconosce all’organismo la capacità di riorganizzare le proprie risorse per portarlo a trovare un nuovo livello omeostatico caratterizzato da un diverso equilibrio biochimico che quando si realizza verrà chiamato: salute. È in questa attività che il medico indiano riconosce l’opera dell’intelligenza nascosta che orchestra, dirige e governa la complessità dell’organismo vivente. Complessità che si coglie ancora di più se si entra nel merito della dinamicità biologica che caratterizza il corpo umano. Chopra giustamente ci ricorda l’aforisma attribuito ad Eraclito per cui “non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume” in quanto scorrendo l’acqua che ci bagna i piedi non è mai la stessa. Così, sostiene, anche il nostro corpo, come l’acqua del fiume, non è mai uguale a se stesso.

Le cellule dello scheletro che costituiscono l’ossatura del nostro corpo cambiano ogni tre/sei mesi, sostiene Chopra, la pelle che rappresenta l’immagine visibile della nostra identità si rinnova a livello cellulare ogni mese, ogni settimana il rivestimento dello stomaco si rinnova mentre le cellule che entrano in contatto con il cibo cambiano ogni cinque minuti. Il fegato, secondo Chopra, si rinnova più lentamente, ma entro sei mesi le cellule epatiche sono state tutte sostituite. Anche il sangue cambia continuamente, i globuli rossi, sostiene, si rinnovano ogni quattro mesi mentre i globuli bianchi ogni anno. In riferimento a questo si stima che i tre etti circa di midollo osseo che il nostro corpo possiede siano in grado di produrre cellule ematiche ‒ sia i globuli rossi che quelli bianchi ‒ ad una media di duecento miliardi di nuove cellule al giorno, in pratica più di due milioni di cellule ematiche al secondo. Anche il DNA, che secondo Chopra è lo strumento che l’intelligenza nascosta utilizza per dar vita al rinnovamento, ogni sei mesi si rinnova. Ogni giorno cinquecento milioni di cellule del nostro corpo muoiono e vengono immediatamente sostituite grazie al lavoro del DNA cellulare, di questi all’incirca cento milioni riguardano proprio cellule del nostro sistema immunitario. Chopra sostiene che il 98% degli atomi che danno vita alle molecole che costituiscono i miliardi di cellule del nostro corpo un anno dopo non sono più gli stessi.

L’idea sostenuta dal medico indiano è che il nostro corpo sia un meraviglioso laboratorio chimico in grado di sintetizzare qualsiasi sostanza di cui ha bisogno. L’importante è metterlo nella condizione di poterlo fare, che implica, come sostenuto dalla medicina ayurvedica, occuparsi non tanto della malattia quanto del malato, in modo da aiutarlo, con appropriati  rimedi ad attivare le proprie risorse interne, cioè il proprio Guaritore Interno.

Oggi l’interesse per il sistema immunitario e per l’immunologia, la scienza che lo studia, è cresciuto molto perché si sta sempre più pensando che non sia solo un sistema di difesa che protegge l’organismo svolgendo un’attività protettiva rispetto all’insorgere delle malattie, ma anche e soprattutto un sistema in grado di promuovere e recuperare salute.

Lo studio delle varie relazioni e delle connessioni tra apparati diversi hanno portato al nascere di una nuova e promettente disciplina denominata Psico-neuro-endocrino-immunologia (PNEI) che sta cercando di definire meglio non solo il legame esistente fra sistemi diversi, ma anche di capire come questi sistemi collaborano per promuovere salute. Si sta riportando al centro dell’osservazione l’organismo umano nella sua complessa interezza, come un qualcosa che inevitabilmente è più della somma delle singole parti, ritrovando così la strada che porta verso una concezione sempre più unitaria dell’organismo. Come abbiamo messo in evidenza nell’articolo Emozioni e Salute, ogni esperienza che viviamo innesca processi rielaborativi a livello cerebrale che non interessano solo la sfera cognitiva e quindi il confronto con esperienze precedenti, l’emergere di ricordi, il riattivarsi di memorie emotive, ma innesca ogni volta una notevole produzione di molecole chimiche (neurotrasmettitori, neuropeptidi, ormoni …) che veicolano messaggi al corpo il quale, di conseguenza, reagisce in un modo piuttosto che in un altro.

Vari studi hanno messo in rilievo come, ad esempio, la depressione malinconica possa essere assimilata, per i suoi riflessi clinici e biochimici, al cosiddetto stress non controllabile e di conseguenza abbia una forte ricaduta sull’indebolimento della risposta immunitaria, mentre altre forme di depressione reattiva generalmente transitoria e circoscritta nel tempo, non sembrano avere la stessa influenza.  

Altri studi sostengono che l’aver sofferto la perdita di una relazione affettiva importante nell’arco dei 6 mesi precedenti lo studio considerato, rappresenta un rischio significativamente superiore di contrarre un cancro negli anni successivi mostrando una alterazione più o meno accentuata a carico di uno o più parametri della funzionalità immunitaria.

Lo stesso Carl Simonton, considerato il padre della psico-oncologia, sostiene che, nei casi da lui esaminati (v. il suo libro Ritorno alla salute, del 1978), era molto frequente individuare nei 18 mesi precedenti all’insorgenza di una patologia tumorale, la presenza di un evento particolarmente stressante (trauma) come una perdita in ambito affettivo (lutto o separazione) o la perdita del lavoro, per fare alcuni esempi.

Allo stesso modo si è notato che persone con forme più o meno accentuate di disturbi dell’umore (distimia) presentano una maggiore suscettibilità a contrarre infezioni e patologie di tipo degenerativo. Tutto questo non sorprende perché, come abbiamo già avuto modo di dire, le emozioni e i vissuti emotivi funzionano da ponte fra la dimensione psichica e quella corporea.

  

Quello che emerge da tutte queste osservazioni è che ognuno di noi ha la capacità di attivare risorse funzionali a produrre cambiamenti adattivi. Questa capacità auto-correttiva e auto-curativa è molto relazionata allo stato di salute complessivo che si sta vivendo in un certo periodo, il quale a sua volta è strettamente correlato alla modalità di elaborazione cognitiva ed espressione emotiva che l’individuo è in grado di articolare nel suo rapporto con la realtà. In definitiva quindi dipende da come costruiamo e interpretiamo le esperienze che danno significato alla nostra vita.

Tutto questo trova un’interfaccia nel corpo che diventa lo specchio di ciò che viviamo interiormente. Da questo punto di vista possiamo pensare che qualsiasi malattia può essere considerata un riflesso del disagio o del disequilibrio che si vive interiormente. A seconda di come si vive e si affronta la vita avremo una maggiore o minore possibilità di sviluppare determinate malattie.

Il lavoro da cui eravamo partiti, quello propostoci da Hirshberg, Barash e poi dalla Turner, non mette in luce il perché le persone da loro incontrate si fossero ammalate, non era questo lo scopo della loro ricerca, il loro intento era invece cercare di capire che cosa avevano fatto per guarire. Il fatto che fra i nove fattori di guarigione indicati dalla Turner, solo due avessero a che fare con il corpo (alimentazione e integratori) mentre gli altri sette erano riconducibili ad aspetti o atteggiamenti psicologici, la dice lunga sul ruolo giocato dai pensieri e dalle emozioni provate in relazione alle esperienze vissute.

Il nostro mondo interiore può farci ammalare e può farci guarire. Ci ammaliamo perché un certo modo di relazionarci con la realtà comporta un riflesso sul nostro personale modo di pensare e sentire che a sua volta si riflette sul corpo andando ad indebolire il nostro apparato risanatore, quel sistema immunitario che si attiva per proteggerci e riportarci in salute.

Le storie raccontate dai pazienti intervistati da Hirshberg,  Barash e Turner suggeriscono che alla base del processo di autoguarigione ci sia la presa di coscienza di un squilibrio in atto, la consapevolezza che qualcosa non va. Questo squilibrio, che si manifesta come malattia suona, possiamo dire, l’allarme, il suo manifestarsi sembra un suggerimento che il corpo invia alla mente, un invito ad un “risveglio della coscienza”. Se si rimane “addormentati” l’intelligenza nascosta sarà costretta ad alzare il tiro accentuando il disagio e lo stato di malattia in modo da sollecitare ulteriormente la nostra attenzione alla necessità di una azione, un’azione di cambiamento. Abbiamo visto che questa azione può prendere varie strade, come indicato dalla Turner, possiamo modificare la nostra alimentazione, utilizzare integratori, possiamo muovere maggiormente il corpo, lavorare sulle emozioni magari con l’aiuto di un professionista, e se è nella nostra indole o sensibilità possiamo avvicinarci ad una visione più spirituale della vita che ci metta in contatto, anche con specifiche tecniche meditative con “la sorgente”, con quell’intelligenza che è alla base della vita stessa, ascoltando intuitivamente le cose che ha da suggerirci per ritrovare un allineamento con il flusso dell’esistenza.

Quello che non possiamo permetterci di fare è rimanere passivi, inerti, rassegnati di fronte a quello che rischiamo di immaginare essere, un inesorabile destino. Quello che non possiamo fare è in sostanza stare fermi, che significa interrompere il flusso vitale, perché la vita stessa, ricordiamolo, è movimento, evoluzione e cambiamento.