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Emozioni e Salute

di Doriano dal Cengio

 

Il termine emozione deriva dal latino e-movere che si può tradurre come, muovere verso, smuovere, mettere fuori. L’etimologia del termine ci rimanda quindi al movimento e infatti quando siamo emozionati sentiamo che qualcosa si muove dentro di noi.

 

Energia in movimento che trasmette un messaggio

Le emozioni sono energia che si muove nel corpo per coinvolgere la mente, sono dei messaggi che il corpo invia alla mente per attivare un pensiero. Da questo punto di vista, se pensiamo alle emozioni primarie definite da Paul Ekman (v. l’articolo Emozioni e Sentimenti), vediamo che ogni volta che proviamo una sensazione emotiva, ad esempio paura, il messaggio inviato alla mente è che il corpo sta sentendo la presenza di una minaccia o di un pericolo e quindi sollecita la mente ad attuare strategie di protezione. Nel caso della rabbia invece, il messaggio è che qualcosa o qualcuno ci ha ferito interiormente, magari con un’offesa, una svalutazione, o una derisione. La ferita che proviamo ci spinge a reagire all’attacco subito. L’energia mossa da questa sensazione emotiva ci spinge verso un qualche tipo di reazione e la nostra mente viene sollecitata a pensare al modo in cui farlo. Oppure quando ci sentiamo tristi, il messaggio inviato è che qualcosa o qualcuno se n’è andato, lasciando un vuoto, perché la tristezza è l’emozione della mancanza, è l’emozione che proviamo quando qualcosa o qualcuno è andato perduto e la mente viene sollecitata ad occuparsi del dolore lasciato dal vuoto o dal lutto. Nel caso invece della gioia il messaggio veicolato è che un desiderio si è realizzato o un problema è stato risolto o un’aspettativa soddisfatta e questo ci permette di esultare per l’obiettivo raggiunto.

Le emozioni sono quindi dei messaggeri che raccolgono informazioni dall’ambiente dove si è verificato qualcosa di significativo per noi, per predisporre la mente a capire da un lato e ad agire dall’altro.

Questa sembra essere anche la posizione di Antonio Damasio, neuroscienziato e saggista portoghese, il quale sostiene che le emozioni sono dei marcatori somatici, cioè dei sensori viscerali, che permettono di sentire la realtà raccogliendo informazioni che vengono inviate al cervello. Sono, da questo punto di vista, degli strumenti di conoscenza che permettono di integrare il sentire con il pensare aiutandoci a costruire la nostra idea di realtà.

Il corpo è il palcoscenico privilegiato in cui si manifestano gli stati emotivi. Ci sentiamo emozionati quando percepiamo che qualcosa sta succedendo nel nostro corpo: il cuore batte più forte, le mani diventano più umide, ci sentiamo arrossire o impallidire, le gambe a volte ci tremano, la pancia è sottosopra, il respiro si fa più affannoso oppure lo sentiamo bloccato. Siamo emozionati.

Ma se le emozioni sono energia che si muove nel corpo, di che energia si tratta?

Centrale in questo è il ruolo del sistema nervoso e in particolare del sistema nervoso neurovegetativo. Sappiamo che dal cervello si dirama una rete diffusa e capillare di fibre nervose che si prolungano in tutto il nostro corpo. Una branca di questa rete fa parte del sistema nervoso centrale e presiede l’attività volontaria interessando tutto l’apparato muscolare che ci permette di fare i movimenti che vogliamo, come camminare o correre, saltare o metterci seduti, stringere le mani, abbracciare e così via.

L’altra branca del sistema nervoso, quella nota come sistema neurovegetativo o autonomo, presiede invece l’attività involontaria. Questa parte del sistema nervoso ha una peculiarità, si divide a sua volta in due parti: il sistema nervoso simpatico e il sistema nervoso parasimpatico. Questi due sistemi nervosi vanno ad innervare entrambi gli stessi organi interni, come il cuore, i polmoni, lo stomaco, l’intestino e così via. Organi che noi “sentiamo” quando siamo emozionati in quanto come si è detto, sentiamo il cuore accelerare i suoi battiti, il respiro che si blocca o si accorcia, lo stomaco che si chiude e la pancia che si agita. È l’attivazione di questi due sistemi nervosi che ci fanno sentire nel corpo le emozioni che proviamo. Questi due sistemi svolgono ognuno un’azione diversa, un’azione complementare: quello simpatico è attivante, cioè stimola l’attivazione metabolica finalizzata alla produzione di energia, mentre quello parasimpatico invece è inibente nel senso che presiede la conservazione e il recupero del metabolismo energetico.

Detta in altro modo, noi ci emozioniamo quando entriamo in relazione con una esperienza coinvolgente - può essere la relazione con qualcuno o con qualcosa che appunto ci emoziona - e improvvisamente il nostro sistema simpatico si attiva per produrre energia andando a modificare i nostri parametri fisiologici. Viene ad esempio attivato il metabolismo degli zuccheri (glicolisi) e dei grassi (lipolisi) per mettere a disposizione energia, l’accelerazione del battito cardiaco favorisce l’afflusso di sangue ai muscoli periferici e al cervello in modo da mettere l’Organismo nelle condizioni più favorevoli per affrontare lo stimolo o l’evento che l’ha originato.

Questa attivazione è del tutto simile da un punto di vista fisiologico alla “reazione di allarme” così come è stata definita negli anni venti dal fisiologo americano, Walter B. Cannon, che vedeva in questa attivazione energetica il modo in cui l’Organismo si prepara a fronteggiare l’evento che ha innescato questo processo. Tale reazione è stata definita da Cannon  fight or flight, cioè di attacco o fuga, in quanto l’Organismo si prepara a reagire allo stimolo andandogli incontro cioè affrontandolo oppure evitandolo, cioè fuggendo. Su questi concetti tornerà successivamente anche Hans Selye, medico austriaco, naturalizzato canadese, noto per aver proposto a metà degli anni Settanta una teoria dello stress, tuttora condivisa. Selye, in riferimento allo stress, formula il concetto di sindrome generale di adattamento che vede alla base una attivazione del sistema nervoso simpatico funzionale ad affrontare una situazione nuova o complessa vissuta dal soggetto come impegnativa, cioè stressante. L’adattamento di cui parla Selye indica la finalità dell’attivazione energetica che è proprio quella di ricercare un diverso livello omeostatico che permetta all’Organismo di trovare un nuovo equilibrio centrato su strategie di attacco o fuga.

In altre parole, ogni volta che un evento coinvolgente compare alla nostra percezione, il nostro metabolismo energetico si attiva per gestire e adattarsi alla nuova situazione, esattamente come sostenuto da Cannon con la sua reazione di allarme.

Pertanto se la sensazione vissuta in relazione ad una certa esperienza è di paura o di ansia, l’attivazione energetica sarà funzionale ad affrontare o ad evitare lo stimolo che l’ha provocata, così come nel caso di una reazione di rabbia o di un qualsiasi altro vissuto.

Possiamo dire che le emozioni sono una manifestazione psicosomatica caratterizzata da un movimento energetico che si attiva nel corpo per stimolare a livello cerebrale un pensiero funzionale a definire da un lato la natura dell’evento (minaccioso, pericoloso, doloroso oppure divertente, giocoso, simpatico) e dall’altro a prendere una decisione in merito al da farsi.

In ogni caso l’eccitazione prodotta dall’attivazione metabolica viene vissuta soggettivamente come uno stato emotivo.

Il fatto che il corpo reagisca ad una esperienza producendo una sensazione emotiva è funzionale, secondo Damasio, a favorire il processo decisionale, cioè a decidere cosa fare. È quanto sostiene nel suo libro, L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano, (1995). Le emozioni favorirebbero una prima “scrematura” degli stimoli prodotti dall’esperienza rendendo più facile la loro rielaborazione da parte della mente razionale. Di fronte agli stimoli ambientali la mente razionale tenderà ad analizzare le informazioni introducendo dei criteri selettivi ad esempio tra costi e benefici, oppure tra vantaggi e svantaggi. La valutazione diventa utile per poter prendere una decisione. Questo processo in termini temporali, sostiene Damasio, potrebbe richiedere molto tempo.

A questo punto i vissuti emotivi entrerebbero in gioco selezionando l’analisi delle informazioni e rendendo così il lavoro della mente razionale più rapido nella scelta. L’emozione provata, in un certo senso, forza la selezione in quanto opera una riduzione del numero delle alternative possibili sul piano decisionale. L’emozione aiuta la mente razionale a prendere decisioni e diventa parte del processo decisionale. L’importanza di queste osservazioni, anche sul piano teorico, riguarda il superamento della dicotomia cartesiana. L’errore di Cartesio che dà titolo al libro, riguarderebbe l’introduzione della separazione fra rex cogitans e res extensa, proposta dal filosofo agli inizi del Seicento. Questa distinzione ha condizionato lo sviluppo scientifico e la costruzione della conoscenza per secoli, introducendo la separazione fra cose dello spirito da un lato e cose della materia dall’altro e quindi fra mente e corpo che vennero considerate ‒ e in parte lo sono tuttora ‒ come due dimensioni separate.

Per Damasio la mente non è separata dal corpo anzi è insita nel corpo, è espressione del corpo. Le emozioni farebbero così da ponte fra il corpo che le sente e il cervello che le pensa.

Il processo cognitivo innescato dal vissuto emotivo permette inoltre di trasformare l’emozione in sentimento. I sentimenti si differenziano dalle emozioni non solo per la durata, ‒ le emozioni sono infatti di breve durata mentre i sentimenti persistono nel tempo ‒ ma anche per il coinvolgimento della mente. Le emozioni possono dar vita ad una serie di pensieri che a loro volta prolungano certi stati emotivi strutturando nel tempo delle convinzioni e un  certo modo di essere nel mondo, come vedremo più avanti.

Detta in modo diverso: per trasformare la rabbia in odio, ci vuole una elaborazione cognitiva che dia legittimità al sentimento provato, è questa la convinzione che si rafforza nel tempo. La rabbia provata per il gesto di qualcuno, per trasformarsi in odio, necessita di una reiterazione sia del vissuto emotivo che dell’elaborazione cognitiva che ne consegue, arrivando al punto che solo pensando a quella persona si prova rabbia, indipendentemente dal gesto che tempo fa l’aveva innescata. Possiamo chiamare odio ciò che si caratterizza come una serie di elaborazioni cognitive che si alimentano in modo circolare da un vissuto di rabbia.

Se quindi alla base del processo mentale troviamo, come si è detto, una dimensione emotiva che attraverso l’attività del sistema nervoso neurovegetativo stimola nel cervello pensieri ed immagini, rimane aperto il quesito di come questa comunicazione possa avvenire. In altre parole come comunicano i vari sistemi coinvolti per produrre la rappresentazione interna di una esperienza che metta insieme percezione sensoriale, vissuto emotivo e costruzione cognitiva?

 

Biochimica delle emozioni

Questo interrogativo trova una risposta nel lavoro portato avanti dalla statunitense Candace Pert, biochimica e psicofarmacologa prima della Johns Hopkins University e poi del National Institute of Mental Health (NIMH).

Candace Pert è stata una scienziata che ha svolto il suo lavoro nell’ambito della biologia molecolare firmando circa duecento lavori scientifici, ma è nota al grande pubblico per il suo affascinante libro Molecole di emozioni (1997) in cui racconta in chiave autobiografica la sua avventura di scienziata e anche l’evoluzione del suo pensiero man mano che la sua ricerca si sviluppava.

La Pert acquisì fama mondiale negli anni Settanta per essere riuscita con Solomon Snyder ad individuare i recettori degli oppiacei e a identificare le endorfine, una tipologia specifica di neuropeptidi.

L’interesse per questo filone di ricerca sembra sia scaturito da una esperienza personale. A seguito di una caduta da cavallo la Pert, allora trentenne, venne ricoverata in ospedale dove le viene somministrata una fiala di morfina per attutire il dolore. L’esperienza con la morfina la fa riflettere, in quanto non solo sperimenta una riduzione del dolore ma anche uno stato psichico di rilassato benessere accompagnato da una leggera euforia. Come è possibile, si chiede, che una sostanza chimica possa indurre stati psichici?

Il fenomeno della diffusione illegale degli oppiacei era già consistente in quegli anni negli Stati Uniti, ma come funzionasse il meccanismo della dipendenza e che base neurobiologica avesse poco si sapeva. Questo divenne oggetto della sua ricerca.

Il punto di partenza del suo lavoro è stato in sintesi questo: se una sostanza farmacologica o una sostanza chimica produce degli effetti sia fisici che psichici sull’organismo significa che da qualche parte ci sono dei siti con cui quella particolare molecola può legarsi in modo da produrre determinati effetti. La ricerca in questa direzione la portò nel tempo alla scoperta dei recettori cellulari degli oppiacei, cioè una vasta rete di recettori sia a livello cerebrale che corporeo che permettono alla morfina o anche all’eroina che è una sua variante sintetica (diacetilmorfina), di legarsi e quindi produrre i loro effetti sia a livello fisico che psichico.

La seconda domanda che si pose è stata questa: perché il nostro organismo dovrebbe avere dei recettori così diffusi di una sostanza come l’eroina o come la morfina? Forse, pensò, noi produciamo una sostanza simile che giustificherebbe la presenza di quel recettore specifico?

Questo quesito la spinse ad approfondire la sua ricerca arrivando a scoprire l’esistenza degli oppioidi endogeni. La Pert scoprì che tutta la gamma degli oppiacei (oppio, morfina, codeina, metadone, eroina) si fissano agli stessi recettori che sono i recettori a cui si lega quella classe particolare di neuropeptidi che sono le endorfine (contrazione di morfina endogena) per espletare la loro funzione analgesica.

Questo spiegava perché una sostanza chimica come la morfina potesse produrre effetti psichici: la mediazione avveniva a livello di recettori delle cellule del sistema nervoso, che trasformavano l’informazione molecolare in effetti psichici. Infatti il sistema degli oppioidi endogeni è rappresentato da un gruppo di sostanze che nel nostro corpo svolge una azione analgesica di riduzione del dolore agendo al contempo anche come eccitante dando una sensazione di euforia e benessere.

Se queste scoperte rappresentano l’aspetto più noto del lavoro della Pert, va detto però che nel corso della sua carriera continuò la ricerca su queste sostanze che lei chiamò neuropeptidi, convinta che potessero giocare un ruolo importante nel rapporto mente-corpo. Ne identificò circa una sessantina, anche se lei pensava potessero essere di più (attualmente quelli noti sono circa un centinaio).

I neuropeptidi sono una classe particolare di piccole molecole di natura proteica, che mediano la comunicazione neurale legandosi a specifici recettori presenti sulla superficie cellulare dove a volte agiscono come neurotrasmettitori, a volte come ormoni.

L’idea suggerita dalla Pert è che l’intera gamma dei neuropeptidi costituisca la base biochimica delle emozioni, il che significa che il lavoro combinato dei peptidi rappresenterebbe in qualche modo una “tonalità” emotiva. Secondo la Pert quello che soggettivamente avvertiamo come una sensazione emotiva, che sia di tristezza, di paura, di rabbia oppure di euforia o felicità è il risultato dell’azione dei neuropeptidi e del loro legarsi con specifici recettori.

Noi viviamo una infinita gamma di tonalità emotive che danno colore alla nostra vita, tuttavia se si osserva più attentamente si coglie che spesso proviamo tonalità differenti di uno stesso “colore”, sfumature diverse ma riconducibili ad una specifica emozione di base, come suggerito da Ekman.

Se pensiamo ad esempio alla paura vediamo che le sue sfumature possono essere varie: ansia, nervosimo, agitazione, fobia, disagio, panico, terrore, sgomento, spavento, trepidazione, preoccupazione, e altre ancora. Quello che cambia è l’intensità che proviamo nel viverle, cioè il livello di energia che viene messo in gioco dal sistema nervoso autonomo. L’ansia che “normalmente” proviamo è meno intensa dello spavento, il quale è meno intenso del panico, che è meno intenso del terrore. Da un punto di vista qualitativo possiamo dire che l’emozione è la stessa, da un punto di vista quantitativo invece no, c’è un’intensità diversa dovuta ad un maggiore metabolismo energetico.

La stessa cosa vale per la rabbia, le cui tonalità possono essere: fastidio, insofferenza, agitazione, rammarico, ira, disappunto, collera, furore, sdegno, dispetto, indignazione e cosi via.

Per la tristezza possiamo parlare di: malinconia, depressione, sconforto, disperazione, angoscia, malumore, dispiacere, delusione, scontentezza.

Allo stesso modo per la gioia le sfumature possono essere: allegria, felicità, contentezza, esultanza, soddisfazione, beatitudine, delizia, piacere, entusiasmo e altre ancora che il nostro vocabolario riesce a suggerirci.

Secondo la Pert questa varietà di sfumature o di tonalità emotive sono frutto dell’azione specifica dei neuropeptidi che diventano il linguaggio utilizzato per esprimere un’emozione.

Ecco allora che il sentirsi scontenti o arrabbiati, o impauriti, o felici, diventa la rielaborazione cognitiva di sensazioni corporee che sono innescate dall’azione di queste molecole. La Pert le definisce sostanze informazionali ‒ concetto del tutto simile ai marcatori somatici di Damasio ‒ che attivano processi di varia natura interagendo con vari sistemi neurobiologici. Le sue considerazioni, hanno portato ad immaginare che i vari sistemi che sono oggetto di studio da parte di discipline scientifiche diverse, come nel caso del cervello e del sistema nervoso (neuroscienze), del sistema endocrino (endocrinologia) e del sistema immunitario (immunologia), sono in realtà sistemi che fanno parte di una complessa rete psicosomatica che caratterizza l’organismo umano e che vede i neuropeptidi come i messaggeri che informano e mettono in comunicazione questi sistemi.

Detta in altro modo: i neuropeptidi parlano e i recettori cellulari ascoltano, i primi trasmettono e i secondi ricevono. I neuropeptidi sono in definitiva l’alfabeto chimico che i vari sistemi neurobiologici utilizzano per comporre le parole che usano per scambiarsi informazioni e comunicare fra loro. Per le sue osservazioni e considerazioni, Candace Pert viene oggi considerata fra i pionieri della Psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI) una nuova disciplina che cerca di costruire in termini scientifici una visione unitaria e psicosomatica dell’essere umano.

La Pert, come Damasio, si spinse a ipotizzare che la mente, a cui riconosce una dimensione immateriale, affondi le sue radici nel corpo e sia costituita essenzialmente da informazioni che vengono elaborate non solo nel cervello, ma nell’intero corpo. Queste informazioni scorrono e si compenetrano nel corpo, grazie all’azione e al ruolo dei neuropeptidi che rappresenterebbero, come si è detto, l’alfabeto chimico alla base della comunicazione e del linguaggio fra la mente e il corpo e le emozioni sono parte di questo dialogo.

 

Dipendenza emozionale e modi di essere

Joe Dispenza, americano di origine italiane da parte dei nonni, noto come studioso del cervello, con alle spalle una formazione in biochimica e chiropratica, conosceva il lavoro della Pert ed in un certo senso le sue osservazioni e ricerche lo vanno ad integrare.

Dispenza sostiene, come Damasio anche se in modo un po’ diverso, che ogni esperienza che noi viviamo dà vita ad un suo correlato cognitivo ed emotivo che interessa sia la mente che il corpo. Questo implica che quando noi facciamo una esperienza, le informazioni collegate a quell’esperienza vengono veicolate attraverso i nostri sensi  al cervello che le elabora. L’arrivo delle informazioni sensoriali produce una reazione chimica nel cervello che dà vita ad un pensiero che può essere cosciente o subcosciente. Il fatto che l’esperienza provochi una reazione chimica a livello cerebrale fa si che ci sia il rilascio di molecole (neuropeptidi) che attraverso il sistema nervoso, endocrino, sanguigno, inondano il corpo di messaggeri chimici. Ecco che così il corpo nel suo insieme si trova a vivere e sentire quell’esperienza.

Secondo Dispenza, ogni attivazione a livello cerebrale innescata dall’esperienza, produce una cascata di sostanze chimiche che permette al corpo di vivere una sensazione. Se l’esperienza che abbiamo vissuto, per fare un esempio, è stata sgradevole, il cervello ne elabora le informazioni, costruisce un pensiero o una serie di pensieri che vanno a classificare quella esperienza come negativa rilasciando sostanze chimiche che trasmettono al corpo una sensazione di disagio se non di disgusto. Se l’esperienza è stata coinvolgente o toccante in senso negativo, il cervello può elaborare informazioni che classificano quell’esperienza come pericolosa rilasciando sostanze chimiche che trasmettono al corpo una sensazione di allerta o di paura. Se invece quell’esperienza è stata per noi piacevole, il cervello elabora informazioni di apprezzamento per ciò che si è vissuto e rilascia sostanze che comunicano al corpo una sensazione di benessere, soddisfazione o di gioia.

Ciò che viviamo stimola il cervello a rilasciare molecole che producono nel corpo sensazioni emotive, per cui, sostiene Dispenza, il corpo sente sulla base di ciò che il cervello pensa.

I pensieri sono il linguaggio del cervello come le sensazioni sono il linguaggio del corpo. Il primo elabora l’esperienza e il secondo la sente. È in questa relazione che il pensiero diventa chimica, cioè materia. L’immateriale innesca un processo che diventa materiale.

Il cervello inoltre, attraverso una fitta rete di innervazioni, monitora costantemente il corpo e le sue sensazioni, riceve ed elabora informazioni non solo dal mondo esterno (esperienze) ma anche dal mondo interno. Ad esempio, può registrare che il corpo in una data situazione sta provando sensazioni che hanno prodotto emozioni di paura o di gioia, o di rabbia e di conseguenza, sulla base di queste informazioni interne di ritorno, elabora un pensiero.

Quindi, sollecitato da una esperienza, il corpo sente ciò che si sta pensando, ma nel continuo feedback fra corpo e cervello, anche il cervello comincia a pensare sulla base di ciò che il corpo sente.  Lo scambio continuo fra queste due dimensioni, cognitiva ed emotiva, costruisce nel tempo un certo modo di essere, caratterizzato da una certa tipologia di pensieri accompagnati da specifici vissuti emotivi. Secondo Dispenza, questo continuo scambio fra pensieri e sensazioni emotive, fra mente e corpo struttura nel tempo ciò che diventiamo, definendo le caratteristiche della nostra personalità.

Immaginiamo, per fare un esempio, una persona che sulla base delle esperienze vissute costruisca l’idea che il mondo è un luogo pericoloso, e che lei non si senta sufficientemente pronta ad affrontarlo in quanto pensa di non avere strumenti adeguati per proteggersi. È molto probabile che  questi pensieri diventino nel tempo delle convinzioni, cioè delle credenze, facendo sperimentare più volte a quella persona sensazioni di paura (dal pensare al sentire). Queste sensazioni di paura che si ripropongono nel tempo in varie circostanze, vengono registrate a livello cerebrale (circuito di feedback) stimolando ulteriormente pensieri di inadeguatezza e incapacità (dal sentire al pensare). Quello che si andrà a strutturare e percepire nel corso del tempo è sostanzialmente un modo di essere centrato su una convinzione di incapacità e su un vissuto di insicurezza e paura.

Detta con parole di Joe Dispenza, quella persona ha costruito l’abitudine di essere se stessa centrato sull’insicurezza e sulla paura. Va da sé che questo processo si costruisce nel tempo e il fatto di prendere atto delle proprie paure e di constatare le proprie incapacità non aiuta a modificare la situazione perché sappiamo che i pensieri consci ripetuti nel tempo diventano inconsci e quindi agiscono ad un livello più corporeo, per cui il corpo diventa l’interfaccia dell’inconscio, ne diventa la sua voce, la sua espressione, come sostenuto anche dalla moderna concezione psicosomatica.

Se, come abbiamo detto, le emozioni si manifestano nel corpo come conseguenza di una esperienza, va anche ricordato che le esperienze diventano apprendimento attraverso la loro memorizzazione, per cui i pensieri e le emozioni legate a quell’esperienza diventano ricordi. Infatti tutti i ricordi significativi hanno una base emozionale innescata dai pensieri ad essi collegati. Più accumuliamo esperienze, dall’infanzia in poi, più si accumulano ricordi che diventano parte di noi, perché rappresentano la nostra storia e noi siamo la nostra storia, siamo ciò che abbiamo vissuto. Questo vale anche per i pensieri e le convinzioni che costruiamo su di noi, sugli altri e sul mondo, con tutti i correlati emotivi ad essi collegati. Ecco che la nostra storia e l’idea che abbiamo di noi non è solo rappresentata dai pensieri che più ci hanno caratterizzato con le relative convinzioni che abbiamo costruito, ma anche dalle sensazioni emotive che più spesso abbiamo vissuto.

Dispenza sostiene che il corpo si abitua a tali vissuti emotivi, cioè a quella miscela di sostanze chimiche che innescano le sensazioni emotive, come sostenuto dalla Pert. Continuando a sperimentare sempre più spesso una certa emozione, le varie cellule del corpo si sensibilizzano a quelle sostanze informazionali fino ad averne di bisogno. Le cellule del corpo si abituano a quelle sostanze chimiche al punto da richiederle, le vogliono per riprovare quelle specifiche emozioni. Questa situazione viene definita da Dispenza, dipendenza emozionale, perché di dipendenza si tratta. Un po’ come avviene con la droga o con l’alcol, in cui il corpo dopo un certo periodo di assunzioni si sensibilizza a certe molecole (oppioidi, cocaina, etanolo …) per cui alla fine le richiede innescando a livello mentale quel fenomeno noto come craving, cioè un  forte desiderio di quella specifica sostanza. Come nella dipendenza da droghe anche nella dipendenza emozionale, è quello che il corpo sente ad innescare quello che il cervello pensa. Anche in questo caso è il corpo che plasma la mente, come in tutte le dipendenze da sostanze. Il corpo chiede quella sostanza chimica che ha sperimentato in termini di processi emozionali sollecitando il cervello ad elaborare pensieri che rievocano una certa sensazione emotiva. Va detto inoltre che tutte le droghe agiscono come modulatori emotivi, gli effetti possono differenziarsi da una sostanza all’altra, ma tutte innescano una amplificazione delle sensazioni emotive ed è proprio in questo aspetto che risiede la loro pericolosa attrattiva.

Anche nel caso della dipendenza emozionale, il corpo sviluppa una assuefazione al flusso di molecole che il cervello rilascia in seguito alle esperienze vissute e finisce per richiederle. Questo spiegherebbe perché, spesso, indipendentemente dalle esperienze che una persona vive nel presente, il vissuto emotivo che emerge in relazione a tali esperienze, tende ad essere quello più sperimentato in passato.

Tornando all’esempio della persona che ha costruito un modo di essere centrato sull’insicurezza, sul senso di inadeguatezza e sulla paura che si ripropongono in ogni nuova situazione, secondo l’ipotesi di Dispenza, avrà talmente condizionato le cellule del suo corpo che si ritroverà ad elaborare inconsciamente pensieri di inadeguatezza rispetto a ciò che vive per poter stimolare il rilascio di quelle sostanze capaci di farle rivivere quel vissuto di ansia e paura a lei tanto familiare.

Quello che si crea è un circuito di feedback che si rinforza nel tempo e si auto-alimenta dando al corpo le molecole di cui ha bisogno e al cervello i pensieri che gli sono più abituali. È un circolo vizioso che richiama la stessa dinamica corpo-mente riconoscibile nella dipendenza da sostanze.

Nell’esempio considerato abbiamo parlato di paura, ma possiamo parlare di altri vissuti emotivi come la rabbia, ad esempio. Ci sono persone che tendenzialmente rispondono a qualsiasi situazione nuova con modalità aggressive, dove è predominante un vissuto collerico. Persone che magari nella loro esperienza hanno subito delle ingiustizie, o subito maltrattamenti, o sono state ripetutamente ferite nella loro sensibilità e quindi hanno sperimentato spesso un vissuto di rabbia. Questa familiarità con la rabbia le predisporrà a reagire alle nuove situazioni con un atteggiamento aggressivo. È probabilmente il loro modo di proteggersi, attaccare per difendersi possiamo dire, ma quello che ci interessa far notare è che questo modo di porsi farà rivivere un vissuto di rabbia e aggressività che conoscono bene, anzi sarà proprio questo vissuto che le spingerà ad affrontare nuove situazioni con un atteggiamento aggressivo, perché la rabbia provata dà loro sicurezza, in quanto è il vissuto più sperimentato.

Lo stesso meccanismo lo vediamo in azione anche in situazioni di soddisfazione e di gioia. Ci sono persone che tendono ad avere nei confronti della vita un atteggiamento positivo. Sulla base delle esperienze vissute, hanno sviluppato ricorrenti pensieri di fiducia, di autostima, di successo, con relativo rilascio di sostanze che hanno fatto sperimentare sensazioni di gioia, soddisfazione e appagamento. Queste persone tenderanno ad affrontare la vita con un atteggiamento di fiduciosa speranza e cercheranno di interpretare le esperienze che vivono con pensieri ottimistici in cui l’elaborazione dell’esperienza, anche se di per sé magari non positiva, sarà tendenzialmente orientata alla ricerca di una via d’uscita che superi l’evento negativo. Cercheranno comunque di confermare l’idea o la convinzione di fondo che loro sono persone che possono farcela, che possono riprendersi, che non si arrendono, perché quello che più o meno consciamente vogliono e li spinge ad agire o reagire in un certo modo, è il riprovare quelle piacevoli sensazioni di appagamento e gioia che hanno prevalso nel loro sentire.

Il meccanismo è sempre lo stesso. Esperienze significative vissute, magari nell’infanzia o successivamente, che si sono ripetute inducendo certi pensieri con il relativo rilascio di sostanze chimiche che hanno dato origine a particolari sensazioni emotive le quali, a loro volta, hanno sollecitato specifici pensieri creando nel tempo modi di essere.

Nel caso in cui si sviluppi un sistema di convinzioni e vissuti emotivi positivi ci troveremo di fronte a persone tendenzialmente soddisfatte, appagate e probabilmente anche felici. Viceversa quando si struttura un modo di pensare e sentire tendenzialmente negativo, è molto probabile che ci troveremo di fronte a persone insoddisfatte, scontente e a volte problematiche.

Come nel caso delle dipendenze da sostanze, non è solo la personalità a cambiare ma anche il corpo va incontro nel tempo a degli scompensi e quindi a delle malattie, così anche nella dipendenza emozionale, nel tempo un certo modo di essere lascerà il segno, creando le condizioni per un certo logoramento che porterà allo sviluppo di patologie.

Dispenza sostiene che questo logoramento è paragonabile a quello che avviene in situazioni di stress cronico, perché la base neurobiologica è la stessa ed è legata all’iperattivazione del sistema nervoso simpatico. Nella normale dinamica psicologica, come si è detto, le emozioni hanno una durata temporale breve. Si può essere felici o tristi o in preda alla rabbia o alla paura per un certo tempo dopodiché il corpo sollecitato dalla ricerca di omeostasi ‒ la sindrome generale di adattamento di Selye ‒ ritorna ad un suo equilibrio energetico e ad una sua stabilità emotiva. Questa azione di riequilibrio è innescata dall’azione e reazione fra i due sottosistemi del sistema nervoso autonomo, cioè quello simpatico e parasimpatico. Quando però questa sollecitazione si protrae nel tempo, perché magari alimentata da certi pensieri, ecco che le emozioni si riprendono la scena nel nostro teatro interiore e il corpo si ritrova, come nelle situazioni di stress prolungato “invaso” dalle sostanze chimiche prodotte e finisce per logorarsi ed indebolirsi rischiando di ammalarsi.

 

Personalità e malattia

Si ritiene che le malattie più diffuse in occidente siano le cardiopatie e le neoplasie. Nel tempo, soprattutto negli Stati Uniti dove queste patologie sembrano particolarmente presenti si sono sviluppati vari filoni di ricerca volti a individuare i principali fattori di rischio legati agli stili di vita, all’alimentazione, all’inquinamento, alla genetica e così via. Alcuni di questi studi hanno cercato di indagare il nesso fra personalità e il possibile rischio di ammalarsi di queste due patologie così diffuse. Questi studi sono avvenuti per lo più in ambito clinico andando a vedere se fra i pazienti, ad esempio affetti da una cardiopatia, ci fossero dei tratti di personalità specifici, oppure se invece venissero rappresentati tutti i tratti di personalità più comuni.

A partire dagli anni Sessanta in poi si è cominciato a parlare di personalità di tipo A, in contrapposizione alla personalità di tipo B, poi si è cominciato a parlare di personalità di tipo C e infine di personalità di tipo D.

Vediamo cosa hanno rilevato questi studi e in che misura certi modi di essere, certi stili cognitivi ed emotivi possono correlarsi ad alcune patologie.

Personalità di tipo A

I tratti di questo tipo di personalità sono stati definiti da due cardiologi americani, Meyer Friedman e Ray Rosenman, che negli anni Sessanta hanno condotto vari studi, in alcuni casi predittivi, dell’insorgenza di malattie coronariche. Secondo loro, negli Stati Uniti, il 70% delle persone che sviluppano una cardiopatia rientra in questo tipo di personalità.

Le persone che hanno queste caratteristiche, tendono ad essere molto esigenti con se stessi e quindi inevitabilmente autocritici, poco inclini a perdonarsi gli errori, risultano inoltre fortemente competitivi, sono nel loro ambito lavorativo dei combattenti, hanno scarsa pazienza, hanno fretta, sono spesso ambiziosi, puntano in alto, danno molto valore al lavoro come ambito di realizzazione ed espressione di successo personale.

Sul piano emotivo sono persone tendenzialmente aggressive, spesso ostili, dove l’ostilità è una forma malcelata di rabbia, appaiono fredde, hanno bisogno di contenersi e controllarsi e controllare le situazioni, sono invidiose e infastidite dal successo altrui, mancano di empatia e di compassione. È chiaro che questo insieme di tratti denota uno stato di tensione interno prolungato, in quanto queste persone sono predisposte alla lotta e alla competizione, vivono in stato di allerta continuo. Soffrono di ipertensione, spesso mangiano male e in fretta. È questo stato di tensione continua che li espone a possibili malattie coronariche, ad infarti, ictus etc.

Personalità di tipo B

Anche questa tipologia di persone è stata definita da Friedman e Rosenman, ed in qualche modo rappresenta l’opposto della personalità A.

Le persone appartenenti a questa tipologia sono persone tranquille, che non vivono la vita come una corsa continua, anzi tendono ad essere lenti nel fare le cose. Non sentono il bisogno di dimostrare agli altri il loro valore, in quanto sentono come naturale essere ciò che sono e si accettano sia nei loro pregi che nei loro difetti. Sono tolleranti con se stessi e con gli altri, per questo risultano portatori di empatia e calore umano, si dimostrano sensibili nei confronti degli altri, che attraggono per la loro capacità di accogliere senza ferire. Possono avere problemi di autostima perché non dovendo apparire migliori degli altri, rischiano di avere un atteggiamento pigro e rinunciatario, ma sembra siano dotati di immaginazione e creatività. Sono ovviamente più sani della tipologia A, perché più rilassati, più flessibili anche nei confronti di se stessi. Hanno di solito relazioni stabili che forniscono supporto sociale ed affettivo, perché riescono a creare una atmosfera più serena e rilassata che li pone nella condizione di essere sul piano sociale ricercati dagli altri proprio perché empatici e non competitivi.

Personalità di tipo C

Questa tipologia di tratti è stata descritta negli anni Ottanta da due ricercatori inglesi, Morris T. e Greer S. e venne messa in relazione con le neoplasie. Lo studio di pazienti oncologici ha portato a definire dei tratti abbastanza comuni, anche se va detto che questi studi sono stati condotti per lo più con target di donne affette da cancro al seno. Questo ha sollevato delle critiche in quanto sembra che la personalità di tipo C sia meno generalizzabile rispetto alle varie neoplasie e più specifica delle donne con tumori al seno.

In ogni caso si ritengono più a rischio di sviluppare una neoplasia quelle persone che sono emotivamente contenute, inibite soprattutto rispetto alla rabbia. Sono persone che non mostrano facilmente i loro sentimenti, sono persone riservate e trattenute sul piano emotivo. Sul piano relazionale sono persone compiacenti, collaborative, piuttosto conformiste, che se possono evitano i conflitti, sono laboriose e perfezioniste nelle cose che fanno. Sono persone che affrontano la vita sulla difensiva, che possono apparire inibite, titubanti, indecise, tendono alla negazione ed oltre a reprimere la propria emotività tendono a prendersela con se stessi, esponendosi più facilmente a sensi di colpa e all’auto-aggressività,

Personalità di tipo D

Nel 1995 vennero concettualizzati da parte dell’olandese Denollet e colleghi, i tratti della personalità di tipo D, che riassume i fattori di vulnerabilità per soggetti che rischiano disturbi cardiovascolari. In particolare vengono descritti due tratti di personalità che sono: l’affettività negativa e l’inibizione sociale.

Con affettività negativa si intende la tendenza a sperimentare stati emotivi negativi in molteplici e differenti circostanze. Sono persone pessimiste che colgono per lo più gli aspetti negativi delle varie situazioni e questa negatività che li caratterizza si esplicita in un basso livello di autostima accompagnata da diffusa sintomatologia somatica. L’altro aspetto quello dell’inibizione sociale riguarda invece la tendenza a non manifestare le proprie emozioni e i propri stati d’animo sul piano relazionale. Appaiono quindi persone inibite, chiuse, riservate, insicure poco inclini a chiedere aiuto. Tendenzialmente sviluppano una sindrome depressiva caratterizzata da rancore cronico, rabbia, pessimismo e isolamento sociale. Studi in differenti paesi nella popolazione degli infartuati segnalano la presenza di questi tratti in circa il 25 - 50 % del target considerato.

 

Emozioni e salute

Questi studi mettono in evidenza che le caratteristiche personali sia in termini di stile cognitivo che di stile emotivo, hanno una loro influenza sul corpo e sullo stato di salute fisica.

La personalità di tipo A ha sviluppato una modalità combattiva e aggressiva in rapporto alle vicissitudini esistenziali. La tensione emotiva mette l’intero Organismo sotto pressione vivendo prevalentemente uno stato di allarme, secondo i parametri di lotta o fuga, individuati da Walter Cannon. La personalità di tipo A è sempre pronta alla lotta al punto da diventare un modo di essere, un modo di rapportarsi col mondo. Per cui non sorprende che possa andare incontro a disturbi coronarici, perché queste persone sono costantemente in tensione, costantemente pronte a  combattere. Prima o poi, il sistema Organismo si “rompe o collassa”.

Allo stesso modo la personalità di tipo C nel suo essere inibita, molto difesa, contratta, nel tener  tutto dentro, incapace di esprimere le proprie emozioni dà l’idea di una situazione in cui l’energia è bloccata, non fluisce, una energia che ristagna. Mentre nella tipologia di tipo A, l’energia vitale viene continuamente stimolata fino ad esaurirsi, nella tipologia di tipo C, l’energia vitale non fluisce, ristagna, si condensa. Il cancro viene considerato come la conseguenza di mutazioni genetiche che danno vita ad un organismo estraneo, che ha vita autonoma che cresce per conto suo. Il cancro è qualcosa altro da Sé. Del resto una persona inibita, bloccata, timorosa è una persona che non si esprime, che non è se stessa, che tendenzialmente subisce gli eventi e gli altri, che è incapace di essere ciò che è o potrebbe essere, quindi è qualcosa d’altro. Gli studi sulla genetica ci dicono che noi produciamo continuamente mutazioni genetiche, ma questo non significa sviluppare automaticamente una neoplasia, perché il nostro sistema immunitario, quella parte del nostro Organismo deputata a proteggerci dai corpi estranei, ci protegge eliminando le cellule mutanti, come del resto elimina virus e batteri. Il sistema immunitario è il guardiano della nostra identità psicofisica, il protettore del nostro Sé, ma se la nostra identità è indefinita perché non riusciamo ad esprimerla, non riusciamo ad essere noi stessi, anche il nostro sistema immunitario si confonde, non riesce più a riconoscerci e se non riesce a riconoscerci non riesce a difenderci.

La personalità di tipo D con il suo pessimismo, la sua visione negativa della vita, la sua chiusura affettiva e relazionale, rimanda l’immagine di una persona che, come la personalità di tipo C, non riesce ad aprirsi al mondo e ad interagire con disponibilità relazionale. La differenza fra le due tipologie personologiche è che in questo caso non è tanto l’inibizione e l’incapacità espressiva a definire il modo di essere, quanto il rancore, l’invidia, la rabbia accumulata che limita l’apertura affettiva, la condivisione emotiva e la fiducia nell’altro oltre che in se stessi. Diventa comprensibile che questa tipologia di persone possa andare incontro ad una dimensione depressiva oltre che a problemi di cuore. L’inibizione sociale e l’affettività negativa portano all’isolamento e quindi alla solitudine che diventa l’anticamera della depressione in quanto conseguenza dell’assenza e della mancanza di relazioni.

L’aspetto interessante delle osservazioni proposte dai vari ricercatori citati, è che esiste un continuum fra la dimensione psichica e quella corporea. Non sono due realtà separate, sono semmai due facce della stessa medaglia che sono in stretta connessione fra loro al punto da rispecchiarsi l’una nell’altra come sostenuto dalla moderna psicosomatica. Infatti in ambito psicosomatico si ritiene che i sintomi, espressione di un certo disagio, si rivelano in entrambe le dimensioni. Il sintomo fisico ha una sua corrispondenza in ambito psichico e viceversa, perché è l’Organismo nel suo complesso che si ammala e questo malessere si esprime in forme diverse su entrambi i livelli. I neuropeptidi, le molecole delle emozioni, vengono identificati come l’alfabeto che queste due dimensioni utilizzano per parlarsi. I pensieri e le emozioni che sono nella nostra percezione, espressione della sfera psichica, la dimensione più “astratta e immateriale”, comunicano col corpo attraverso molecole chimiche che vengono prodotte e rilasciate, arrivando a portare al corpo un messaggio, che lo recepisce sentendolo. Le emozioni sono il feedback psichico del messaggio ricevuto in quanto fanno da ponte, come si è detto, tra il pensare del cervello e il sentire del corpo.

Importante in questo senso è il ruolo del sistema nervoso autonomo con le sue interfacce del simpatico e parasimpatico, su cui negli ultimi decenni si è portato sempre più l’attenzione perché sembra costituisca il principale canale di trasmissione che permette questo dialogo.

Abbiamo visto con Dispenza, l’importanza del ruolo delle emozioni e del cocktail di sostanze chimiche che le producono, non solo nel definire il nostro modo di essere ma anche nel condizionare il nostro equilibrio psico-fisico. Ormai sono in molti i ricercatori che mettono in evidenza il ruolo dello stress nel favorire l’insorgere di varie malattie. Se la teoria di Selye ci spiega il necessario alternarsi dell’attivazione dei due sistemi autonomi per favorire capacità di reazione e adattamento a nuove situazioni, è ormai condivisa l’idea che una eccessiva e prolungata attivazione dei due sistemi porti ad un logoramento del corpo lasciando spazio all’insorgere di malattie.

Uno fra i primi studiosi a portare l’attenzione su questi aspetti è stato Franz Alexander, medico e psicoanalista ungherese emigrato negli Stati Uniti, come molti suoi colleghi dopo l’ascesa al potere di Hitler in Germania. Alexander, che viene considerato fra i padri della moderna medicina psicosomatica, si interessò al lavoro di Walter Cannon e allo studio del ruolo del sistema nervoso autonomo. Secondo lui la collera protratta, ad esempio, o la tendenza a reagire aggressivamente nei confronti delle situazioni conflittuali o critiche (modalità di attacco), alla lunga può dare corso ad uno stato di tensione emotiva continua, generata dall’iperattività del sistema simpatico. Sul piano somatico questa iperattivazione può portare allo sviluppo di cefalee ricorrenti, o a ipertensione e disturbi cardiaci, come sottolineato anche da Friedman e Rosenman, oppure a varie forme di dermatiti, artriti o anche al diabete.

Viceversa, l’attivazione prolungata del sistema parasimpatico, che nella sua lettura promuove la ricerca di sicurezza protettiva (reazione di fuga) che si accompagna a vissuti d’ansia e di paura, porterebbe nel tempo a vari disturbi intestinali, come ulcere, coliti, o anche all’asma. 

Da questo punto di vista i nostri stati d’animo, i nostri vissuti emotivi, non sono solo degli aspetti che possono rendere la nostra vita più o meno gradevole o più o meno triste, ma hanno un riflesso anche sulla nostra salute fisica. Del resto è  noto che la tristezza e la depressione, così come l’ansia cronica indeboliscono il nostro sistema immunitario, predisponendoci a varie malattie.

Può sembrare riduttivo e semplicistico, ma possiamo dire che più siamo soddisfatti della nostra vita, più viviamo il presente e il futuro con progettualità, più diamo un senso evolutivo al nostro vivere e coltiviamo pensieri ottimistici e fiduciosi, più viviamo emozioni e sentimenti positivi di serenità, soddisfazione, compassione, empatia e più il nostro corpo produrrà sostanze in grado di riflettere questo “stato di grazia” mantenendoci in salute.

Viceversa se viviamo la nostra vita dando spazio al rancore, ai rimorsi o alle paure, se abbiamo una visione pessimistica del presente e preoccupata del futuro, se viviamo spesso emozioni e sentimenti negativi come rabbia, paura, tristezza, sfiducia e insicurezza, più il nostro corpo produrrà sostanze che comunicheranno ai vari sistemi psicosomatici coinvolti questo stato di “debolezza e vulnerabilità” creando le premesse per lo sviluppo di malattie.

L’immagine di noi che emerge da questi studi è quella di esseri viventi che si sono evoluti nel tempo grazie alla formazione di sistemi complessi interconnessi fra loro e dove l’informazione (e quindi il messaggio) diventa l’elemento chiave dell’unità psicosomatica. L’informazione regola la salute e la malattia, l’informazione regola la capacità di guarigione e di recupero della salute. La consapevolezza di questo processo potrebbe essere la chiave per una medicina del futuro che vede il coinvolgimento attivo del paziente e in particolare del suo mentale per favorire processi di guarigione o favorire la salute e la prevenzione delle malattie.

Esemplare in questo senso è la storia di Norman Cousins, giornalista, docente e scrittore americano, attivista per la causa pacifista negli anni della guerra fredda. Verso la metà degli anni Sessanta dopo una missione diplomatica a Mosca per conto del governo americano si ammalò di una grave malattia degenerativa. La diagnosi fu di spondilite anchilosante, una forma aggressiva di artrite ad eziologia autoimmune e genetica che lascia pochissime speranze di sopravvivenza. Le sue condizioni peggiorarono rapidamente al punto da non riuscire più a camminare trovandosi costretto a rimanere costantemente a letto. Assistito secondo le cure di allora, le sue condizioni non miglioravano e tutto lasciava presagire il peggio. Un giorno stanco delle massicce dosi di antidolorifici e antiinfiammatori che oltre ad indebolirlo lo rendevano sempre più triste, decise di lasciare la clinica presso cui era ricoverato per trasferirsi in una camera d’albergo dove venne assistito da una infermiera e dal suo medico personale, il dott. Hitzig.

Carattere caparbio e combattivo, Norman decise di prendere in mano la situazione immergendosi in letture  e ricerche che trattavano soprattutto il legame mente-corpo. Come racconterà nel suo libro Volontà di guarire. Anatomia di una malattia, (1979)  scoprì nelle sue ricerche, che le emozioni negative influiscono in maniera significativa sul sistema endocrino e immunitario, per cui si pose la domanda: «se le emozioni negative provocano alterazioni chimiche negative, le emozioni positive non potrebbero provocare modificazioni positive?».

Decise di eliminare gli antidolorifici e gli antiinfiammatori, sostituendoli per via endovenosa con dosi massicce di acido arscorbico (vitamina C), assicurandosi poi durante giorno delle sane risate grazie all’ausilio di libri e di film comici, soprattutto quelli che vedevano protagonisti i tre fratelli Marx, attori comici molto apprezzati all’epoca e per lui irresistibili. Le sue condizioni cominciarono a migliorare, dopo una settimana cominciò a muovere i pollici senza sentire dolore, cosa che lo incoraggiò a continuare il suo esperimento. Dopo pochi mesi Cousins era del tutto ristabilito, in grado di camminare e di muoversi. Sulla sua esperienza scrisse articoli e libri, tenne conferenze, ispirando ulteriormente la ricerca sul rapporto emozioni e salute, venne insignito di numerose lauree ad honoris causa. Visse per altri 25 anni dopo quella esperienza, morendo all’età di 75 anni.

Pensiamoci.