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Emozioni e Sentimenti

di Doriano Dal Cengio

 

Viviamo in un’epoca in cui si dà ampio risalto alle emozioni. Contrariamente al passato in cui la dimensione emotiva veniva nascosta per cultura, per pudore, per riservatezza, oggi invece si tende ad esibire, a mostrare ciò che la gente vive intimamente. Molti format televisivi hanno fatto la loro fortuna creando le condizioni perché le persone coinvolte in trasmissione vivessero “in diretta” le loro emozioni, mostrassero i loro sentimenti, come se ci fosse un elemento di morbosità da un lato e di interesse dall’altro nel vedere quello che una persona prova. Senza entrare nel merito della scelta televisiva, quello che si coglie però è l’evidente interesse del pubblico (e quindi di tutti noi) per tutto ciò che riguarda l’intimità, la dimensione emotiva, la questione dei sentimenti. Il motivo è facilmente intuibile: tutti noi viviamo di emozioni, la nostra realtà è fatta di sentimenti, anzi la qualità della nostra vita è principalmente definita dalla qualità nella nostra dimensione emotiva, per cui osservare le reazioni degli altri, “sbirciare” nell’animo degli altri ci incuriosisce e ci coinvolge perché sappiamo che è quello che dà sapore e colore alla vita. Infatti non sono tanto le cose che ci accadono, i fatti in sé, o gli eventi che si inseriscono nella nostra vita a definire la qualità della nostra giornata, quanto le emozioni che questi fatti o eventi suscitano in noi, la reazione emotiva che provocano in noi. Stiamo bene o stiamo male a seconda delle emozioni che proviamo.

Ma cosa sono le emozioni? Perché ci emozioniamo? A cosa servono? Emozioni e sentimenti sono la stessa cosa? 

 

Il Piacere ed il Dolore

Per cercare di rispondere a queste domande dobbiamo andare a ritroso nella nostra storia inserendo le riflessioni in una prospettiva ontogenetica, che ha come assunto base il fatto che l’embrione umano dal concepimento in poi ha racchiuso in sé tutto il suo potenziale di sviluppo, come il seme comprende in sè l’albero che si svilupperà. La programmazione biologica, che ha come base quella che potremmo definire “l’intelligenza genetica”, prevede l’organizzazione sequenziale di strutture nervose che diverranno la base del funzionamento di strutture psichiche. La progressiva maturazione del sistema nervoso si accompagnerà alla progressiva organizzazione del sistema cognitivo (il Pensare) e del sistema emotivo-affettivo (il Sentire). Sappiamo che l’interazione con l’ambiente stimola il sistema nervoso a produrre connessioni fra aree la cui attivazione dà luogo a esperienze psichiche. Dal punto di vista psicologico possiamo dire che l’interazione con l’ambiente produce esperienza e l’esperienza interiorizzata diventa apprendimento e l’organizzazione degli apprendimenti diventa struttura psichica, cioè personalità. Le neuroscienze a partire dagli studi negli anni novanta di Jay Giedd, ricercatore del National Institute of Mental Health di Bethesda (USA), ci dicono che la maturazione cerebrale  e quindi le connessioni fra le varie strutture cerebrali, richiede tempi lunghi. Sostengono infatti che nell’essere umano tale maturazione avviene nel corso dei primi vent’anni, mentre quella psichica sembra necessiti molto di più, forse tutta una vita.

Ma quali sono gli aspetti del sistema emotivo e come si sviluppano?

Osservando un neonato si coglie che il Sentire precede il Pensare. L’apparato biologico, che sottostà alla percezione delle sensazioni, matura prima di quello che supporta l’organizzazione del pensiero. La conoscenza del mondo che un neonato inizia a maturare, passa attraverso le sensazioni che precedono e probabilmente stimolano l’attivazione di quelle strutture con cui si producono e organizzano i pensieri.

Il neonato avverte da subito sensazioni piacevoli e spiacevoli. Pur vivendo in un universo psichico indifferenziato il neonato reagisce istintivamente (reazione neurovegetativa) di fronte a ciò che vive come piacevole e a ciò che vive come spiacevole, cioè doloroso. Sigmund Freud stesso nella sua riflessione sull’organizzazione dell’apparato psichico postulò l’esistenza di un principio di piacere che pose alla base di tutto il funzionamento psichico. Per Freud la ricerca del piacere è il motore che dirige il flusso e il fluire dell'energia psichica. Sostiene che la ricerca del piacere, intesa come la ricerca di esperienze gratificanti, è alla base non solo di tutta l’organizzazione psichica, ma anche della motivazione esistenziale. In altre parole, che ne siamo consapevoli o meno, secondo la visione freudiana (e non solo) il nostro agire nel mondo è motivato dalla ricerca di gratificazioni. Più  “accumuliamo” gratificazioni durante la nostra giornata e più possiamo dire di sentirci soddisfatti e felici. Se questa prospettiva ci trova convinti assertori, può diventare interessante, per il tema che stiamo trattando, prendere in considerazione non solo il piacere ma anche e soprattutto, il suo opposto cioè il dolore, che sicuramente, come il piacere, ha un risvolto emotivo. Il neonato infatti di fronte ad una sensazione piacevole, come dopo la poppata si rilassa, mentre di fronte ad una sensazione dolorosa, come nel caso dello stimolo della fame, si agita.

Ora considerando il dolore, vediamo che l’esperienza dolorosa innesca, non solo nel neonato ma in ognuno di noi, una reazione, come se ci sentissimo in qualche modo feriti. La ferita, di qualsiasi natura essa sia (aggressione, frustrazione, offesa…) fa scattare automaticamente una reazione neurovegetativa, funzionale a mettere a disposizione dell’Organismo un quantum di energia necessario per far fronte all’evento. Il dolore è probabilmente la prima esperienza emotiva di tipo spiacevole che facciamo in quanto viene vissuto come reazione ad una sofferenza di tipo fisico. Il pianto di un neonato affamato è un pianto di dolore non qualificabile come nessun altra emozione. E’ difficile collocare il dolore nell’ambito delle emozioni pur avendo esso una dimensione emotiva, in quanto l’esperienza del dolore sembra essere così primitiva da precedere quella emotiva. Se come vedremo le emozioni sono la sintesi di un vissuto corporeo (reazione neurovegetativa) e di una valutazione mentale, nel caso del dolore la valutazione mentale è assente, perché nel neonato non sono ancora funzionanti le strutture cerebrali atte a produrre esperienze mentali di valutazione. C’è la percezione dolorosa vissuta nel corpo che assume rilevanza emotiva semplicemente perché viene interessato il funzionamento di strutture nervose che si attivano quando ricevono determinati imput percettivi. Probabilmente il dolore o l’esperienza dolorosa, è il precursore di tutte le emozioni spiacevoli. E’ partendo dal dolore che nel tempo, grazie alla progressiva maturazione del sistema cognitivo, si andranno a strutturare le emozioni cosiddette primarie.

 

Il Dolore e le Emozioni

Il dolore inteso come reazione emotiva ad una ferita ci rimanda alla rabbia che come vedremo verrà definita in termini molto simili in quanto spesso la reazione al dolore è una reazione aggressiva. La reazione ad una ferita è istintuale quanto il dolore stesso ed è una istintiva reazione di attacco (basta pensare alle reazioni degli animali). La rabbia sembra quindi essere una delle evoluzioni emotive del dolore, nel senso che nel corso della crescita le situazioni che suscitano dolore tenderanno ad essere vissute sempre più con rabbia. Quanto più crescendo l’oggetto che produce una ferita verrà riconosciuto e identificato, tanto più il vissuto corrispondente sarà di rabbia (verso quell’oggetto). Da questo punto di vista possiamo dire che il dolore è rabbia senza oggetto, in quanto l’attivazione neurovegetativa è la stessa, ma manca la proiezione mentale che identifica l’oggetto.

Va detto però che anche la perdita dell’oggetto soprattutto se amato, produce una ferita e infatti se pensiamo all’esperienza del lutto credo si possa dire che il primo vissuto è più di dolore che di tristezza, la tristezza si afferma successivamente come reazione alla consapevolezza della perdita dell’oggetto quando questa esperienza entra cioè nel campo della coscienza.

Quindi il dolore è la reazione emotiva ad una ferita che impariamo a riconoscere molto presto in termini evolutivi prima ancora che il sistema cognitivo si sia sufficientemente evoluto per riconoscere ed identificare lo stimolo di tale esperienza. Quando si arriva a tale maturazione l’esperienza del dolore tenderà a dare origine a seconda delle situazioni ad un vissuto di rabbia o di tristezza.

 Ma se andiamo ad approfondire notiamo che anche la paura ha a che fare in qualche modo con il dolore in quanto l’esperienza dolorosa lascia una traccia cioè un ricordo e quindi proprio per questo può essere rievocata e di conseguenza temuta. Se come vedremo la paura è la percezione di una minaccia o di un pericolo, noi vediamo che l’oggetto minaccioso per essere riconosciuto come tale deve essere già stato conosciuto come un oggetto che ha causato un danno cioè un dolore. In altre parole l’esperienza del dolore può nel tempo dare origine al timore che quella esperienza si possa ripetere ecco che allora il nostro immaginario comincia a popolarsi di oggetti o esperienze potenzialmente dolorose di cui aver paura.

Per la mia esperienza sono portato a credere che i bambini percepiscano il dolore ma non la sofferenza, in quanto la sofferenza ha una sua dimensione mentale o cognitiva che il dolore non ha. Il dolore si trasforma in sofferenza grazie ad un processo di pensiero. E’ necessaria una certa capacità di elaborazione mentale che si acquisisce nel corso dello sviluppo cognitivo. Probabilmente dopo i 9 - 11 anni quando, dal punto di vista intellettivo, si avvia quella che secondo Piaget è la formazione del pensiero astratto. La sofferenza interiore, intesa come consapevolezza di un dolore, si avvicina alla tristezza sul piano emotivo e probabilmente in termini evolutivi ne è una anticipazione.

Secondo vari autori le ferite infantili lasciano un segno, una traccia, in quanto percepite come dolorose. Nella preadolescenza e nella adolescenza i vissuti infantili riemergono, dal segno si innesca un pensiero, una interpretazione, un interrogativo. Nasce la sofferenza interiore che con queste caratteristiche, è tipica dell’adolescenza in quanto per la prima volta nella vita si sperimentano sensazioni che coinvolgono contemporaneamente il corpo, il sentire e il pensare. Infatti durante l’adolescenza il sistema cognitivo si avvia a maturazione e si completa anche l’integrazione con il sistema emotivo che sul piano della percezione e della capacità di espressione è già completamente funzionante. Questa integrazione è per certi versi il “compito evolutivo” dell’adolescenza, l’ultimo tassello che preannuncia la maturità, almeno sul piano biologico e permetterà una gamma di possibilità percettive più articolate e complesse, necessarie sul piano esperienziale per “produrre” o favorire maturità psicologica.

Quindi per riassumere: da un punto di vista emotivo le esperienze precoci che l’essere umano fa sperimentando la vita, sono il piacere e il dolore. Dall’esperienza del piacere si svilupperà la gioia, mentre dal dolore si svilupperanno a seconda dei contesti (il ruolo degli oggetti in rapporto alle esperienze) la paura, la rabbia e la tristezza.

 

Le Emozioni

Le emozioni sono strettamente collegate al corpo, hanno origini nel biologico. Le teorie che hanno cercato di inquadrare il fenomeno sono molte e tuttora non definitive. Diciamo che le varie ipotesi interpretative che si sono succedute nel tempo convergono nel riconoscere la dimensione psico-somatica dell’esperienza emotiva. Viene tuttora accettato il ruolo adattivo delle emozioni proposto nell’ottocento dagli evoluzionisti (Lamarck, Darwin, Spencer) per cui nel corso della filogenesi, gli stati emotivi sono serviti agli animali e all’essere umano per  adattarsi all’ambiente e per potervi sopravvivere. Essendo direttamente collegate al sistema percettivo e quindi ai sensi, le emozioni sono servite (e per molti versi tuttora servono) a conoscere l’ambiente, a riconoscere i pericoli o le situazioni minacciose, a “sentire” se a determinati contesti o situazioni ci si può avvicinare o è opportuno allontanarsi. Le emozioni sono dei sensori conoscitivi “viscerali”, dei “marcatori somatici” come sostiene Damasio, degli strumenti di conoscenza  che integrando il sentire con il pensare, ci aiutano a costruire la nostra idea di mondo. E’ condivisa l’idea che sia il corpo il palcoscenico privilegiato in cui si manifestano gli stati emotivi. Noi ci sentiamo emozionati quando percepiamo che qualcosa sta succedendo in modo particolare al nostro corpo. Il cuore batte più forte, le mani diventano più umide, ci sentiamo arrossire o impallidire, le gambe a volte ci tremano, la pancia è sottosopra. Siamo emozionati. Percependo questi cambiamenti fisiologici, che sono sinonimo di attivazione nervosa (aurosal) secondo la teoria cognitiva (Arnold, Schacter, Singer, Lazarus) la nostra mente comincia a pensare e a valutare (appraisal), cercando una causa che ci spieghi il motivo di queste modificazioni corporee.

E’ nella natura della nostra mente cercare spiegazioni, fare valutazioni. Di fronte a qualcosa di ignoto la nostra mente si mette automaticamente in moto e cerca di capire. E’ automatico, è nella sua natura. Non tolleriamo “gestalt” aperte, perché creano incertezza e disagio, abbiamo bisogno di “chiudere il cerchio”, darci cioè delle spiegazioni. La spiegazione che la mente trova, secondo i cognitivisti, connota, e definisce, la qualità delle emozioni, per cui noi diremmo che stiamo provando paura anziché rabbia.

Le emozioni sono pertanto delle risposte di tipo psicofisiologico che l’Organismo nel suo complesso mette in atto di fronte a certi stimoli. Secondo la psicologia le emozioni sono delle risposte psicofisiologiche direttamente correlate ad uno stato di squilibrio o meglio di disequilibrio. Nella situazione di inerzia non c’è emozione, si può dire che nello stato di inerzia o quiete c’è benessere in quanto non c’è alcun elemento turbativo. Non si può e lo vedremo più avanti parlare di gioia in quanto la gioia è comunque energia, movimento, eccitazione. Nello stato di quiete c’è benessere, beatitudine, appagamento, non gioia. Le situazioni di disequilibrio possono essere varie: uno stato di bisogno o necessità, un conflitto interiore o esteriore, la percezione dell’esistenza di un problema, di una minaccia, o di un pericolo, situazioni stressanti, o anche situazioni positive di forte coinvolgimento come nel caso dell’innamoramento.

In pratica un evento, che può essere di varia natura, interessa l’individuo, lo coinvolge. L’Organismo si attiva modificando i propri parametri fisiologici. Nella fattispecie abbiamo l’attivazione del metabolismo degli zuccheri e dei grassi, sudorazione, vasodilatazione, accelerazione del battito cardiaco per favorire l’afflusso di sangue ai muscoli, etc. In pratica l’Organismo si attiva producendo energia e si prepara ad affrontare l’evento, si verifica la cosiddetta  “la reazione d’allarme” così definita da Walter B. Cannon negli anni venti, funzionale a preparare le migliori condizioni organiche per reagire all’evento. Tale reazione può essere fight or flight, di attacco o fuga, o di “adattamento” come suggerirà successivamente Hans Seyle, teorico dello stress come sindrome generale di adattamento. In ogni caso l’Organismo ha bisogno di energia, e l’attivazione metabolica necessaria per produrre energia (eccitazione) viene vissuta soggettivamente come emozione o stato emotivo.

 

Quali Emozioni?

Su quante siano le emozioni, primarie o secondarie, pure o miste, semplici o complesse, il dibattito è tuttora aperto. Ricordiamo il lavoro di Paul Ekman negli anni sessanta, che lavorando sulle varie espressioni facciali con i Fore, una sperduta popolazione della Nuova Guinea confrontate poi con le valutazioni assegnate dagli americani alle stesse espressioni mimiche, concluse che le emozioni, quelle fondamentali sono indipendenti dalla cultura, sono probabilmente innate e sono 6: felicità, rabbia, tristezza, paura, disgusto  e sorpresa. Caroll Izard invece, negli anni settanta sostenne che le emozioni innate e quindi fondamentali erano 10: paura, dolore, gioia, disgusto, interesse, sorpresa, disprezzo, vergogna, tristezza, colpa. Successivamente Robert Plutchik degli anni ottanta propose il suo modello che prevedeva l’esistenza di 8 emozioni primarie: gioia, tristezza, rabbia, paura, sorpresa, disgusto, fiducia e aspettativa. Ognuna di queste emozioni può variare d’intensità lungo un continuum in cui il vissuto emotivo varia da un livello di bassa intensità  ad alta intensità (es. apprensione-paura-terrore). Queste variazioni favoriscono, secondo Plutchik, il combinarsi tra loro delle varie emozioni creando sfumature diverse che danno vita ad emozioni complesse che amplificano la soggettiva varietà dei toni emotivi.

Ma al di là del numero reale delle emozioni primarie, varie scuole psicologiche e soprattutto psicoterapeutiche tendono a soffermarsi, come faremo noi, sulle 4 emozioni considerate di base o primarie: paura, rabbia, tristezza e gioia. La differenza fra queste quattro emozioni non sta tanto nell’attivazione fisiologica in quanto i parametri interessati sono sostanzialmente gli stessi (sudorazione, battiti, vampate di calore etc.) quanto nella valutazione che il soggetto fa delle cause che hanno scatenato l’attivazione fisiologica. Vediamo le quattro emozioni separatamente.

Paura: è la sensazione che proviamo quando percepiamo la presenza di un pericolo. Qualcosa ci minaccia o sta per minacciarci e questo qualcosa viene soggettivamente vissuto (valutato) come superiore a noi, è una situazione che come prima valutazione ci appare superiore alle nostre forze, noi percepiamo che le nostre risorse o capacità, sono insufficienti per fronteggiare l’evento minaccioso. La paura ci dice: scappa, fuggi, evita, allontanati. Nella  stessa categoria vanno a collocarsi fenomeni simili come l’ansia, le fobie o il panico. Sono manifestazioni di intensità diversa di un fenomeno qualitativamente simile. La differenza, oltre che sull’intensità, si riconosce nella presenza più o meno definita dell’oggetto. Nelle paure e nelle fobie solitamente l’oggetto è definito, invece nell’ansia e nelle situazioni di panico l’oggetto è più sfumato e meno facilmente riconoscibile. La differenza principale però sta nel fatto che mentre nella paura l’oggetto viene percepito come minaccioso, nell’ansia più che un oggetto da temere c’è una prova da sostenere in cui non è sicuro il successo (v. esame scolastico o gara sportiva) per cui la minaccia in questo caso è quella di fallire. L’ansia è la paura di non farcela, di andare incontro ad un fallimento.

Rabbia: è il vissuto che proviamo quando ci sentiamo aggrediti. Non tanto sul piano fisico (in tal caso spesso è più la paura a prevalere) quanto sul piano psichico, come può essere una aggressione verbale, un’offesa, un rifiuto, un’aspettativa delusa o un torto subito. In pratica la rabbia è quella sensazione che proviamo quando qualcosa o qualcuno ci ferisce, provocandoci appunto una ferita, e quindi un dolore. L’evento o la situazione che ci ha aggredito, offeso, ferito, dà origine ad una reazione (o controreazione): l’organismo si attiva e mette a disposizione energia, ci sentiamo pronti a difenderci, valutiamo la situazione e sentiamo che possiamo farcela perché percepiamo che l’evento è qualcosa alla nostra portata e quindi agiamo. La rabbia ci dice quindi: attacca, reagisci, aggredisci. Se secondo questa lettura, la rabbia è attivazione finalizzata al “combattimento” come suggerisce lo schema di Cannon, fight or flight, spesso nella nostra cultura all’aggressione fisica si sostituisce l’aggressione verbale, l’insulto, oppure si evita la relazione con l’altro per timore o condizionamento sociale e la rabbia viene vissuta internamente come dialogo interno, è “l’arrabbiatura” che non trova una direzione, uno sbocco e rischia di scaricarsi internamente ad esempio su organi bersaglio come lo stomaco, cuore o il fegato.

Tristezza: è il vissuto che noi proviamo quando qualcosa è andato perduto o qualcosa che ci si aspettava accadesse non si è mai realizzato. E’ la sensazione della mancanza, qualcosa si è rotto, è andato perduto, non esiste più. E’ l’emozione del lutto. Anche in questo caso ci sentiamo feriti ma la sensazione soggettiva è che non possiamo farci niente. Mentre nelle due emozioni precedenti, paura e rabbia, l’energia prodotta tende a farci agire, a metterci in movimento o per fuggire o per attaccare, in questo caso l’energia prodotta ristagna, non sembra avere una direzione perché non c’è una direzione verso cui andare, in quanto è proprio l’oggetto, cioè la causa ad essere assente. Per usare un’immagine possiamo dire che nella tristezza è come se l’energia fosse bloccata, non fluisse e in questo ristagno diventasse  densa, cioè pesante. Quando si è tristi ci sentiamo appesantiti, stanchi, come se si venisse schiacciati da un forte peso. Se si ha la possibilità di direzionare l’energia verso l’esterno, metterla fuori, attraverso il pianto ad esempio o lo sfogo con una persona che ci sta ad ascoltare, ecco che improvvisamente ci sentiamo più leggeri, l’energia ha ripreso a fluire. Si è messo fuori qualcosa che si tratteneva dentro. La tristezza ci dice: non c’è direzione verso cui andare, stai fermo. Ci sono molte affinità con la disperazione. Per certi versi la tristezza che è l’emozione dell’assenza o della perdita, se amplificata e prolungata nel tempo si trasforma in disperazione o depressione. La disperazione è la mancanza di speranza (di-sperare), ci sentiamo disperati quando non vediamo via d’uscita, soggettivamente viviamo una sensazione di impotenza dovuto al fatto che non sappiamo cosa fare per uscire dalla situazione che stiamo vivendo. Visto che la speranza è il nome che diamo all’eccitazione che proviamo quando ci aspettiamo che succeda qualcosa di piacevole (se fosse qualcosa di spiacevole parleremmo di paura) possiamo dire che la speranza è la proiezione di un desiderio e di conseguenza la disperazione è la consapevolezza dell’impossibilità di realizzare il desiderio. Sul piano emotivo il vissuto che si prova è dato dalla successione (o fusione) di tristezza e dolore.

Gioia: è il nome che diamo all’emozione che si prova quando un desiderio, o un’aspettativa, o un bisogno è stato soddisfatto, o un problema è stato risolto. E’ l’eccitazione dell’appagamento e della soddisfazione. Ci si sente elettrici, eccitati, contenti, soddisfatti. Mentre le altre emozioni considerate hanno un risvolto negativo nel loro vissuto, la gioia è invece l’unica emozione positiva. Le sfumature di questa emozione possono essere tante come tanti sono i sinonimi nel linguaggio comune: felicità, soddisfazione, contentezza, allegria, delizia etc. In realtà sono tutte sfumature di un’unica emozione che è appunto la gioia. La gioia da un punto di vista ontologico nasce, si è detto, dall’esperienza del piacere, tutto ciò che viviamo come fonte di piacere ci procura gioia al punto che poi diventa difficile distinguere il piacere dalla gioia. Da un punto di vista esperenziale, questi vissuti si fondono e quindi soggettivamente possono essere considerati un tutt’uno, in realtà pensiamo che la gioia come emozione sia la conseguenza del piacere che in sè non è un’emozione ma una esperienza, il cui risultato è appunto una sensazione di gioia, di appagamento, di soddisfazione.

 

I Sentimenti

Il termine sentimento viene spesso usato nel linguaggio comune come sinonimo di emozione, in realtà ci sono delle affinità ma anche delle differenze. Anche nei sentimenti c’è un sentire corporeo generato da una attivazione nervosa e i parametri in gioco sono gli stessi degli stati emotivi, che si integrano con una componente mentale che però non è centrata come per le emozioni su una valutazione, quanto su una rielaborazione fatta di immagini e pensieri che vanno semmai a sostenere o alimentare una certa emozione. Possiamo pertanto definire i sentimenti come un riflesso mentalizzato delle emozioni in quanto c’è un investimento mentale maggiore. Vediamo infatti che in entrambi i casi c’è una componente eccitatoria di tipo nervoso (aurosal), solo che nei sentimenti è soprattutto la mente ad essere coinvolta oltre che il corpo, mentre nelle emozioni è coinvolto  soprattutto il corpo oltre che la mente. I sentimenti in altre parole sono un modo di “sentire” con la mente.

Visto il ruolo particolare della mente e quindi del pensiero nei sentimenti vissuti, va da sé che le emozioni vengono sperimentate prima e i sentimenti successivamente. Abbiamo già detto come la componente affettiva ha a che fare con le relazioni e quindi  i sentimenti diventano possibili quando è possibile concettualizzare una relazione. Probabilmente è possibile vivere compiutamente i vari sentimenti dalla preadolescenza in poi quando l’accesso al pensiero astratto permette una rielaborazione cognitiva dei legami di attaccamento. Questo non significa che prima non si possano vivere sentimenti d’amore o di odio tanto per fare degli esempi, solo che questi sentimenti non reggono la prova del tempo perché non c’è uno sviluppo cognitivo che permetta di farlo. Un bambino può odiare ma per un tempo breve, come dire, gli passa presto. Se si va a vedere la sua è più una arrabbiatura che non un vero sentimento di odio. La dimensione temporale infatti è un’altra differenza  sostanziale fra emozioni e sentimenti. Le emozioni vengono vissute nel qui ed ora ed hanno una durata breve, i sentimenti invece tendono a durare nel tempo in quanto alimentati dalla mente. Nel corso dello sviluppo, come abbiamo visto, si passa da una percezione dicotomica centrata  su piacere - dolore ad una percezione più variegata di tipo emotivo, per passare poi ad una ancor più variegata gamma di stati d’animo, detti sentimenti. I sentimenti nascono quindi come evoluzione della possibilità di provare emozioni, sono un passo avanti, un gradino successivo favorito dalla maggiore strutturazione cognitiva. Il  rapporto fra i sentimenti e le emozioni è così stretto che non possono esistere sentimenti senza emozioni, mentre si possono vivere delle emozioni senza che necessariamente si sviluppino dei sentimenti in quanto la discriminante è il livello di eccitazione mentale che ne conseguirà. Va sottolineato però che se è vero che un sentimento nasce da una emozione è altrettanto vero che un certo sentimento si alimenta nel tempo reiterando tale emozione e nutrendosi di questa. Come vedremo più avanti l’odio è un sentimento che nasce dalla rabbia, tale sentimento si può alimentare nel tempo grazie ad una serie di pensieri  o rielaborazioni che lo sostengo i quali “riportano a galla” la rabbia originaria che verrà sentita e provata nuovamente fuori da un contesto temporale reale. Quella persona può averci ferito con le sue parole un mese fa, ma noi alimentando il nostro odio nei suoi confronti con pensieri vari, recuperiamo la sensazione di rabbia anche se è passato del tempo dal fatto reale.

Passiamo ora a vedere la relazione esistente fra le quattro emozioni base che abbiamo preso in considerazione e i possibili sentimenti che ne possono conseguire.

Dalla Paura all’Insicurezza

L’insicurezza è un sentimento caratterizzato da pensieri di sfiducia, di incapacità, di diffidenza, di sospettosità, accompagnato da una sensazione più o meno accentuata di ansia continua. Se la paura, come abbiamo visto, è l’emozione che si prova di fronte a qualcosa di minaccioso che sentiamo più grande di noi e nei confronti del quale ci sentiamo impreparati, l’insicurezza è quella sensazione di  inadeguatezza che ci accompagna e che ci fa pensare di non essere all’altezza, di non essere in grado di far fronte agli eventi della vita. Se nel caso della paura è un oggetto che ci spaventa nel caso dell’insicurezza è la vita e il vivere nel suo complesso che ci spaventa. L’esperienza prolungata della paura, nel corso dell’infanzia ma non solo, ci porta a pensare che noi non siamo in grado di fronteggiare le situazioni, cominciamo a crederci e a darlo per scontato, arrivando così ad anticipare con una serie di pensieri svalutanti le varie situazioni che diventano più grandi di noi ancora prima di incontrarle nella realtà. L’esperienza reiterata della paura riduce la nostra autostima, introduce l’idea di incapacità e quindi di fallimento, rafforzando l’idea di noi come delle persone che non hanno le risorse adeguate per far fronte alle cose. Ci sentiamo insicuri e questa sensazione medierà notevolmente il nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con il mondo, dando vita nel tempo a spunti di rilevanza clinica come stati ansiosi continui, nevrosi d’ansia, fobie e attacchi di panico.

Dalla Rabbia all’Odio

L’odio è un sentimento caratterizzato da un forte investimento aggressivo nei confronti di una persona, di una cosa, di un’idea o di un ideale. L’odio nasce dalla rabbia. Quella persona ci ha ferito in qualche modo, proviamo rabbia nei suoi confronti e cominciamo a coltivarla interiormente attraverso l’immaginazione, dando corso a pensieri e immagini la trasformiamo in odio. La nostra mente è occupata a pensare a quella persona che ci ha offeso, mancato di rispetto, non capito, deluso, in una parola ferito e più ci pensiamo e più ci sentiamo arrabbiati. Alimentiamo la rabbia e la trasformiamo  in odio. Anche in questo caso l’odio può essere descritto con una serie di sinonimi, in cui proviamo le stesse cose magari in forma più o meno attenuata, come nel caso del rancore, dell’ostilità, del disprezzo, del rifiuto etc., sono sentimenti diversificati ma riconducibili ad un medesimo sentire. Da un punto di vista clinico spesso le ferite precoci lasciano delle gestalt aperte, delle ferite che non si chiudono mai, dando spazio ad una rabbia che viene reiterata nel tempo magari coinvolgendo oggetti e situazioni diverse. Di solito queste persone sono arrabbiate, possiamo dire, con la vita perché sentono che la vita è stata profondamente ingiusta con loro, così come ingiuste sono state le persone significative che hanno incontrato, a partire dai loro genitori. Questo senso di ingiustizia e di ferita subita, le porta spesso ad alimentare questa rabbia instaurando sul piano relazionale giochi psicologici che le portano a confermare sul piano copionale la propria posizione di vittima, e questo le autorizza per una questione di rivalsa o di reazione ad esercitare su un piano sociale una posizione persecutoria, tipica di chi in fondo ce l’ha con tutto e con tutti.

Dalla Tristezza alla Melanconia

La melanconia è un sentimento caratterizzato da  una sorta di tristezza di fondo, a volte inconsapevole, che porta un soggetto a vivere passivamente, subendo e adattandosi agli eventi esterni nella convinzione che non possa avervi un ruolo determinante. Spesso si manifesta con una visione della vita sostanzialmente pessimistica accompagnata da pensieri autocolpevolizzanti, autosvalutanti, e da un senso generale di stanchezza. La melanconia è quello stato d’animo che ci accompagna nel tempo quando realizziamo più o meno consapevolmente che nella nostra vita manca qualcosa. Se la tristezza è l’emozione della perdita, la melanconia è il sentimento della mancanza. Anche in questo caso sono i pensieri che occupano la nostra mente a prolungare, reiterare quel senso di tristezza che ri-viviamo ogni qual volta ci soffermiamo su ciò che è andato perduto o su ciò che non c’è mai stato. L’aggravarsi della situazione di tristezza, del rimuginare mentale, con i risvolti sul piano poi del comportamento (apatia, chiusura, dolore interiore) possono portare ad un aggravamento della situazione portando così all’affermarsi di una sindrome, quella depressiva, che a seconda del quadro sintomatologico può essere più o meno grave.

Dalla Gioia all’Amore

L’Amore è un sentimento caratterizzato da un forte investimento affettivo nei confronti di una persona, di una cosa, di un’idea o di un ideale, in altre parole nei confronti dell’oggetto amato. L’emozione che genera l’amore è la gioia. L’incontro con quella persona, quella cosa, quell’idea ci ha fatto provare qualcosa di piacevole, ci sentiamo eccitati coinvolti, gioiosi, ecco che il nostro interesse nei confronti di quello specifico “oggetto” che ci ha fatto provare quella particolare sensazione che chiamiamo gioia, aumenta, e quindi se si tratta di una persona scatta il desiderio di rivederla, se si tratta di una cosa il desiderio è di possederla, di un’idea di farla nostra. Aumenta l’investimento che se corrisposto fa nascere un legame. Il piacere che proviamo in tale relazione fa aumentare l’attaccamento e quindi il sentimento d’amore. L’esperienza del piacere produce desiderio, la soddisfazione del desiderio genera gioia, l’oggetto al centro di questa dinamica diventa l’oggetto amato. Visto che le emozioni sono energia possiamo dire, che l’amore è una energia che attrae, che avvicina, come l’odio è invece una energia che respinge, allontana. La nostra mente viene fortemente coinvolta per cui pensiamo intensamente alla persona amata quando questa non è presente, fantastichiamo, desideriamo rivederla e tutti questi pensieri ci coinvolgono emotivamente riprovando le sensazioni piacevoli che provavamo in sua presenza. Se quello descritto è il sentimento provato nell’innamoramento, diciamo che ci sono tutta una gamma di sfumature che ripropongono situazioni accostabili comunque all’amore. Si può parlare di affetto, trasporto, simpatia, attrazione, passione e via dicendo. Sono tutti stati d’animo riconducibili all’amore e all’emozione che l’ha generato, la gioia.

La dimensione del sentire e quindi la dimensione emotiva, affettiva, dei sentimenti vissuti è molto importante perché, come si è detto all’inizio, è questa dimensione che colora e dà senso alla nostra vita. Il benessere o il malessere personale come l’equilibrio o lo squilibrio personale viene definito principalmente dalla qualità della nostra vita emotiva più che dalla qualità della nostra vita intellettiva. L’ascolto pertanto di cosa ci dicono le emozioni che proviamo, il riconoscimento degli stati d’animo che viviamo, proprio per la notevole importanza che rivestono per il nostro personale equilibrio, dovrebbero far parte delle capacità e delle competenze di ogni persona. Questa capacità di ascolto dovrebbe essere il primo obiettivo di una “nuova” materia di studio, che potremmo chiamare “educazione emotiva”, che però non viene insegnata né a scuola né purtroppo a volte neanche in famiglia.

 

Pubblicato il 19.02.2012