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La Realtà delle Cose (2^ parte)

di Doriano Dal Cengio

Il cervello umano è la cosa più complessa, affascinate e misteriosa del nostro organismo. Con i suoi 100 miliardi di cellule nervose, ognuna delle quali può entrare mediamente in contatto con 50 o 100mila altri neuroni, crea una rete enorme, una ragnatela di interconnessioni vastissima che ha portato gli scienziati ad ipotizzare che il numero di possibili contatti nervosi presenti nel cervello umano superi il numero stimato di corpi celesti presenti nell’Universo. Oggi le neuroscienze che vengono considerate la nuova frontiera della ricerca sul cervello e non solo, ci hanno svelato molto ma probabilmente non hanno scoperto ancora tutto.

 

Il cervello olografico e la natura quantistica della mente

Karl Pribram è stato un neurochirurgo che a partire dagli anni del dopoguerra si è interessato molto al cervello. Di origine austriaca, cresciuto in America, ha preferito dedicarsi alla ricerca più che alla clinica. E’ stato professore di psichiatria a Stanford e presso varie università americane. E’ noto soprattutto per le ricerche che hanno permesso di definire meglio la natura del sistema limbico (cervello emotivo) e dei legami fra questo sistema neurobiologico deputato alla rielaborazione degli stimoli emozionali e la corteccia frontale, ha inoltre approfondito il ruolo dei gangli della base nell’organizzazione delle emozioni e della motivazione. E’ conosciuto anche per l’ipotesi olografica del cervello (o modello olonomico) che ha elaborato in collaborazione con il fisico David Bohm che aveva proposto l’idea di un Universo Olografico.

Le posizioni di Pribram, che hanno trovato nel tempo un certo consenso nella comunità scientifica, partirono dai suoi interrogativi sulla memoria. Dove vengono custoditi i ricordi?

La memoria, come la coscienza, è tuttora uno dei grandi misteri che riguardano il funzionamento e le potenzialità del nostro cervello. Tra l’altro va evidenziato il legame stretto che c’è fra memoria e coscienza, perché è ormai condivisa l’idea che non può esserci atto cosciente senza ricordi, in quanto i ricordi sono frutto dell’esperienza che si codifica in memoria, dando origine all’apprendimento e la coscienza rappresenta la capacità della mente di interconnettere le esperienze passate (apprendimenti) con l’elaborazione degli stimoli proposti dall’esperienza vissuta nel presente.

E’ ormai assodato che i ricordi non vengono conservati da qualche parte nel cervello, come si credeva in un primo momento, non esiste un luogo della memoria. Finora si è individuato il ruolo dell’ippocampo, una struttura appartenente al sistema limbico, che sembra svolgere un ruolo importante nell’elaborazione e selezione delle informazioni che passano dalla cosiddetta memoria a breve termine, quella in cui sono contenute le informazioni che elaboriamo nel presente, alla memoria a lungo termine dove risiedono le informazioni legate al passato. Attualmente si ritiene che i ricordi vengano ricostruiti o recuperati assemblando pacchetti di informazioni distribuite in tutto il cervello. Questo è quanto credeva anche Pribram, il quale arrivò a sostenere che le informazioni non vengono registrate nei singoli neuroni, né a livello sinaptico, anche se è dimostrato che nuovi apprendimenti favoriscono l’aumento di connessioni sinaptiche fra reti neurali coinvolte, pensava piuttosto che fossero il risultato di oscillazioni elettriche a livello neurale che creano schemi o onde di interferenza in cui si codificano le informazioni. Il cervello, e in particolare la corteccia, da questo punto di vista avrebbe la capacità di convertire le onde di interferenza in ricordi. Questo spiegherebbe, secondo Pribram, da un lato la capacità del cervello di immagazzinare un’enorme quantità di informazioni in uno spazio relativamente ridotto e dall’altro la sua ipotesi olografica, in quanto la distribuzione non locale delle informazioni permette una connessione immediata fra le parti come ipotizzato nell’Universo Olografico immaginato da Bohm. 

L’ipotesi di fondo è che l’esperienza vissuta venga scomposta come tante tessere di un mosaico sulla base delle informazioni fornite dagli organi di senso e dalle sensazioni emotive associate a quella esperienza e distribuite su tutto il cervello coinvolgendo nuclei cellulari specializzati in quel singolo aspetto (visivo, acustico, tattile etc). Come nell’immagine olografica in cui il singolo frammento contiene l’intera immagine che si ricostruisce grazie all’interferenza di due onde che si incrociano, così il ricordo potrebbe essere ricostruito grazie all’interferenza prodotta dall’attività dei vari neuroni coinvolti nei “frammenti” del ricordo. Se il ricordo è distribuito in tutto il cervello, l’atto di ricordare potrebbe essere innescato da uno stimolo che attiva l’interferenza neurale, permettendo la ricomposizione dei singoli aspetti del ricordo. Questo aspetto è stato confermato da studi non solo di Pribram ma anche di altri ricercatori che lavorando con animali di laboratorio avevano potuto constatare che questi potevano ricordare, ad esempio il percorso di un labirinto, anche se veniva loro asportato buona parte del cervello.

Rimane inoltre suggestiva l’idea che la rete olografica dell’Universo abbia una corrispondenza col nostro universo personale rappresentato da quel complesso groviglio di reti neurali che è il cervello, dove è iscritta in forma di ricordi/immagini la nostra vita.

Ancora una volta torna in mente la visione esoterica, dove il detto … così in alto, così in basso … attribuito ad Ermete Trimegisto, leggendario personaggio ellenico che si ritiene autore del Corpus Hermeticum, ben si sposa con l’ipotesi olografica di Pribram-Bohm.

L’idea di un cervello che funzioni anche con modalità quantistiche è un’ipotesi sostenuta non solo da Pribram. In questa direzione vanno anche le osservazioni e le ipotesi di Roger Penrose e di Stuart Hameroff, fisico e matematico inglese il primo, medico anestesista e ricercatore americano il secondo. Penrose e Hameroff avevano condotto studi e osservazioni separate ma entrambi interessati al funzionamento del cervello e al ruolo della coscienza. Nel 1992 iniziarono a collaborare mettendo insieme le rispettive conoscenze e arrivando all’ipotesi espressa nel loro modello ORCH-OR (ORCHestrated Objective Reduction), in cui ipotizzarono che la coscienza potrebbe essere l’espressione del funzionamento quantistico del cervello. Hameroff pose l’attenzione sui microtubuli, formazioni intracellulari che costituiscono l’ossatura dei neuroni cerebrali e che potrebbero essere, a suo giudizio, adatti ad una trasmissione quantistica in quanto in collegamento con i microtubuli di altri neuroni attraverso le cosiddette giunzioni gap, che sarebbero un diverso modo di trasmettere informazioni rispetto alle più note connessioni sinaptiche. Quando il divario tra le cellule è sufficientemente piccolo è possibile che le informazioni passino attraverso il cosiddetto tunnel quantico favorendo una trasmissione di informazioni rapido e capace di propagarsi su una vasta area cerebrale dando vita ad un atto cosciente. Quindi la coscienza o l’atto cosciente sarebbero nella visione di Penrose-Hameroff, il risultato del collasso d’onda conseguente ad una trasmissione quantistica di informazione che vede alla base l’attività dei microtubuli neurali.

Va detto che questa teoria ha trovato diffidenza e ostilità in ambito scientifico. Non sappiamo se è vera o meno, sappiamo però che spesso in ambito scientifico idee azzardate o innovative vengano viste nell’immediato con diffidenza se non con franca ostilità, perché anche gli scienziati come qualsiasi persona si affezionano alla “verità” che considerano vera. Ognuno di noi è rassicurato più da ciò che conosce, che da ciò che non conosce, per cui c’è una certa diffidenza verso il nuovo, tanto più se il nuovo rappresenta un cambio di paradigma, uno stravolgimento di un certo modo di vedere o percepire le cose.

 

I biofotoni e la comunicazione quantistica 

Di tutto questo ne sa qualcosa Fritz Albert Popp, biofisico tedesco, considerato negli anni Settanta una promessa della scienza moderna, trovandosi poi ad avere una complicata carriera accademica, proprio per le sue ricerche innovative che non trovarono immediato consenso fra la comunità scientifica del suo tempo. Popp era interessato a trovare la cura per il cancro, i suoi studi con sostanze cancerogene (benzopirene) lo portarono a scoprire che queste sostanze assorbono luce ma poi la riemettono a frequenze diverse, in particolare scoprì che queste sostanze reagiscono ad una specifica lunghezza d’onda di 380 nanometri. Scoprì inoltre che su questa frequenza si attivano anche i processi di foto-riparazione che permettono la riparazione cellulare attraverso la luce, questa coincidenza lo portò a pensare ad un collegamento fra le due cose ma soprattutto ad ipotizzare che il fenomeno della foto-riparazione potesse essere collegato al fatto che non solo ci fosse una reazione cellulare alla luce, ma che ci fosse un qualche tipo di luce nel corpo. Con l’aiuto di un suo studente mise a punto una macchina che utilizzando un fotomoltiplicatore permettesse di misurare deboli emissioni di luce. Scoprì sottoponendo ad indagine vari sistemi biologici (vegetali e animali) che effettivamente c’era una emissione di quelli che lui chiamò biofotoni, cioè quanti di luce. Che la materia vivente reagisse alla luce era cosa nota, ma che la emettesse era una novità. Fritz Albert Popp andò oltre, cercando di capire da dove venisse emessa e perché. Le sue osservazioni lo portarono a individuare nell’elica del DNA un ruolo importante nell’emissione e ricezione di biofotoni, intravvedendo nel DNA una sorta di antenna che emette e riceve segnali luminosi attraverso i quali distribuisce informazioni utili all’organizzazione di ogni processo cellulare.

L’ipotesi di Popp era che l’emissione di biofotoni rappresentasse un altro livello di comunicazione cellulare. Le cellule comunicano in vari modi fra loro, a livello chimico oppure a livello bioelettrico, o nel caso dei biofotoni a livello quantistico. La trasmissione quantistica è il modo di trasmettere informazioni più veloce in assoluto e questo potrebbe, a suo giudizio, avere un ruolo nel coordinare l’intero funzionamento cellulare. Se è vero che in ogni cellula umana avvengono 100mila reazioni chimiche al secondo e che ogni organo del nostro corpo, pensiamo ad esempio al fegato o allo stomaco, è composto da miliardi di cellule, quale tipo di informazione coordina il lavoro d’insieme di queste cellule? Come fanno le cellule a sapere cosa fare e come collaborare fra loro per fare quello che fanno? Secondo Popp questo lavoro di coordinamento fra vaste popolazioni di cellule potrebbe avvenire attraverso una comunicazione quantistica basata sull’utilizzo dei biofotoni. Il lavoro di Fritz Albert Popp interessò tra gli altri anche Karl Pribram, che vide nelle considerazioni di Popp una conferma della sua ipotesi di organizzazione olografica del cervello in quanto lo schema o onda di interferenza da lui ipotizzato potrebbe vedere proprio nella trasmissione biofotonica l’elemento chiave. Il campo biofotonico del cervello e più in generale del sistema nervoso, potrebbe essere concepito, secondo Pribram, come un’interfaccia capace di integrare aspetti dell’esperienza umana che non sono fisici, come ad esempio le attività della mente, del pensiero, della psiche, che nell’esperienza di ognuno di noi hanno una rilevanza reale ma che diventa difficile collocare fisicamente.

Il lavoro di Popp si spinse oltre, cominciando ad indagare, come era nelle sue intenzioni iniziali, il rapporto fra cellule sane e cellule malate. Scoprì che in entrambe è presente luce ma in modo diverso. Secondo i suoi studi, le cellule sane emettono deboli segnali di luce ma con una maggiore coerenza (frequenza d’onda coerente come nel caso della luce laser), mentre quelle malate sembrano emettere maggiori quantità di luce ma in modo incoerente e disorganizzato, come se si fosse persa l’armonia di fondo che regola la risonanza intracellulare. Detta in parole semplici, la buona salute è uno stato di comunicazione subatomica coerente, mentre la cattiva salute è uno stato in cui questa comunicazione è disarmonica e incoerente per cui i processi che organizzano il lavoro e lo scambio informativo intra e intercellulare, che regolano la crescita e la rigenerazione delle cellule e che controllano tutti i processi biochimici, sono disturbati.

Queste osservazioni supportano l’idea che non solo il cervello funzioni a livello quantistico, come sostenuto da Pribram o da Penrose e Hameroff, ma che tutto il corpo funzioni anche attraverso un tipo di regolazione basata su informazioni quantistiche. Questo va in linea con quanti sostengono che la cellula vivente abbia una sua intelligenza, sia dotata cioè di una mente che guida i processi intracellulari attraverso la comunicazione biofotonica, come sostenuto da Popp. Ma allo stesso modo possiamo pensare che l’insieme di cellule che costituiscono un organo mettano insieme le loro intelligenze producendo una “mente d’organo”, che comunica a vari livelli con gli altri organi dando vita ad una rete informativa che si esprime a livelli diversi utilizzando linguaggi comunicativi diversi a seconda del codice o alfabeto utilizzato, ma che di fatto rappresenta nel suo insieme “un doppio” del corpo fisico come sostenuto del resto dalle discipline spiritualistiche. In questa direzione è interessante notare, come sia stato dimostrato, che i punti cutanei corrispondenti ai punti dell’agopuntura emettono più biofotoni del resto della cute. Ancora una volta ritroviamo l’idea espressa da varie tradizioni in merito all’esistenza di una energia invisibile che attraversa il corpo e lo anima rendendolo vivo, mettendo così in luce diversa tutte quelle discipline impegnate a lavorare sull’energia sottile, come l’omeopatia, l’agopuntura, il qi gong, il reiki, la pranoterapia o altro ancora.

 

Mente conscia e mente inconscia

Le novità introdotte dal paradigma quantistico, stanno aprendo nuove prospettive in ambito scientifico ma più in generale nell’ambito delle conoscenze interpretative della realtà e in particolare della nostra personale realtà. L’elemento forse più innovativo dal punto di vista concettuale è l’interconnessione fra tutte le cose. L’idea che esista un Campo di energia intelligente che si esprime come una enorme ragnatela di connessione vibratoria che impregna tutto l’Universo con energie a frequenza diversificata di cui siamo parte, cambia il modo di percepire la realtà e per molti versi cambia il nostro modo di percepirci.

Se l’Universo è la manifestazione del Campo che “materializza” differenti realtà a seconda delle differenti espressioni vibratorie, anche noi che siamo parte dell’Universo siamo espressione di differenti realtà vibratorie. Il corpo, come la materia è una delle espressioni dell’energia, quella più densa, ma ci sono altre dimensioni più sottili che ci appartengono e che seppur inconsapevolmente, fanno parte del nostro modo di essere. Abbiamo visto che si sta affermando l’idea che non solo il cervello ma l’intero corpo vive una sua dimensione quantistica attraverso l’utilizzo dei biofotoni come veicolo informativo e di coordinamento di tutti i processi biologici. Si sta sempre più affermando l’idea che la mente sia espressione di una energia di tipo quantistico sia nella sua manifestazione conscia che nella sua dimensione inconscia. Che ci sia una dimensione della nostra mente o della nostra psiche che “vive” ad un livello inconscio ormai è dato per scontato. Freud ha avuto il merito con la sua teoria psicoanalitica, di andare oltre alla visione illuministica che metteva al centro dell’umano la razionalità cosciente, aprendo uno sguardo sull’altra dimensione, quella irrazionale, quella nascosta, quella pulsionale. Forse ancora più di lui si è spinto Carl Gustav Jung, psichiatra e psicoanalista svizzero, con la sua idea di inconscio collettivo. Il rapporto che legava Freud a Jung è piuttosto noto. Freud di circa vent’anni più vecchio di Jung era rimasto affascinato dalla personalità del giovane allievo, intravvedendo in lui il suo erede. Poi il dissenso e la rottura, dovuta ad un Freud infastidito dalle posizioni troppo spiritualistiche di Jung che affascinato dalle filosofie orientali, dall’alchimia, e poi dall’incontro con Pauli, cercava di allargare la sua visione andando oltre alla stretta ortodossia freudiana. Del resto, come si è detto, Freud probabilmente per accreditare la sua teoria presso la comunità scientifica del suo tempo, doveva, per essere credibile rimanere dentro una visione meccanicistica e deterministica.

Jung con la sua proposta di inconscio collettivo immaginava l’esistenza di una dimensione psichica comune a tutti gli uomini che si rifaceva ad una conoscenza arcaica e primordiale che si esprimeva attraverso gli Archetipi universali. Nell’inconscio collettivo era iscritta la storia dell’umanità e la sua stessa evoluzione che si tramandava di generazione in generazione come parte del bagaglio genetico e che si manifestava secondo categorie di pensiero comuni (archetipi universali). Lo stesso principio di sincronicità condiviso con Pauli permetteva un passo avanti sul piano della conoscenza perché introduceva l’idea che gli eventi e i fenomeni possono essere collegati fra loro non necessariamente e solo su un piano causale, ma attraverso anche una logica di significato, di senso, che portava il legame fra gli eventi ad esprimersi ad un livello simbolico.

Anche l’idea di inconscio è andata modificandosi nel tempo passando da quello freudiano, sede di pulsioni primordiali e primitive, a quello junghiano sede di spinte evolutive (principio di individuazione) a quello eriksoniano, sede di potenzialità creative. Attualmente sulla scia della maggiore popolarità del paradigma quantistico o olistico si è portati a pensare all’inconscio come ad una dimensione della mente che ha uno stretto legame con il Campo Quantico.

Il Campo Quantico viene solitamente descritto come una dimensione caratterizzata dall’assenza di causalità, dove non esiste né lo spazio né il tempo, dove è presente la non località e al contempo la globalità perché ogni dimensione è collegata a tutte le dimensioni del Campo, dove tutto è possibile in termini di configurazioni, ma non prevedibile (principio di indeterminazione), tutte categorie o concetti questi che possono essere utilizzati per descrivere l’inconscio o il subconscio come qualcuno lo chiama. Anche questa dimensione psichica sembra caratterizzata da continue fluttuazioni o da sovrapposizioni di stati dove gli elementi della storia personale si sovrappongono e si mescolano secondo scansioni temporali non lineari, per cui un elemento richiama o si lega ad altre configurazioni psichiche della propria esperienza come accade ad esempio nei sogni, dove il personale si mescola col collettivo, o le esperienze infantili con i ricordi diurni. L’inconscio è caotico come le energie che vibrano nel mondo quantistico, è imprevedibile come l’orbita degli elettroni del mondo subatomico, l’atto cosciente in questa prospettiva si realizza quando il filtro dell’osservazione o dell’attenzione lo attualizza come selezione fra più possibilità, esattamente come il collasso d’onda attualizza la posizione di un elettrone quando si cerca di misurarlo.

Si sta inoltre affermando l’idea che la mente inconscia sia molto più estesa di quella conscia che per lo più viene ricondotta all’attività cerebrale e in particolare al ruolo dei lobi frontali, mentre si pensa che quella inconscia sia estesa a tutto il corpo, tanto che, secondo alcuni, il corpo è l’interfaccia dell’inconscio, il corpo è la “voce” dell’inconscio come del resto sostenuto anche dalla visione psicosomatica. La coscienza intesa come capacità di essere consapevoli e autoconsapevoli, cresce, si nutre ed evolve come capacità di attingere e rielaborare informazioni presenti nella mente inconscia, informazioni che sono entangled, cioè interconnesse.

Alcuni autori che stanno rielaborando in chiave più psicologica le novità introdotte dal paradigma quantistico, stanno immaginando, come si diceva, che la mente, soprattutto nella sua dimensione più inconscia sia strettamente collegata alla mente universale intesa come espressione del Campo Quantico. L’idea di una connessione fra la mente individuale e l’energia intelligente del Campo potrebbe spiegare quei fenomeni curiosi e spesso inspiegabili, anche se documentati, che rientrano nella cornice dei fenomeni E.S.P. (percezione extra sensoriale). Parliamo di sincronicità, che abbiamo visto essere la simultanea manifestazioni di due eventi acausali uniti da un legame di senso o di significato, parliamo di telepatia intesa come trasmissione del pensiero e quindi la capacità di ricevere e trasmettere messaggi da una mente all’altra, di chiaroveggenza intesa come capacità di percepire informazioni che travalicano la dimensione spazio-temporale ordinaria, di precognizione intesa come capacità di cogliere eventi non ancora accaduti, di psicometria cioè la capacità di percepire la storia di un oggetto tenendolo in mano e così via. Questi fenomeni sarebbero spiegabili ritenendo possibile travalicare la dimensione spazio-temporale che governa la realtà ordinaria, in cui si svolge normalmente la vita di ognuno di noi (mondo della materia), per accedere ad una dimensione altra, dove il campo delle possibilità risulta molto più esteso se non infinito (mondo dell’energia).

 

Il Campo akashico e la memoria dell’Universo

Secondo le tradizioni antiche esiste una memoria dell’Universo che nella tradizione Vedica viene chiamata Akasha, che in sanscrito significa etere o spazio. L’etere veniva considerato il primo dei cinque elementi alla base dell’intero Universo (etere, aria, fuoco, acqua, terra). L’etere nelle tradizioni antiche era l’elemento più puro che comprendeva gli altri elementi, tanto che in tutte le tradizioni veniva considerato come l’elemento più sottile e imponderabile che riempiva e dava “densità” all’Universo, al punto che fino all’Ottocento si pensava che fosse l’elemento attraverso cui si propagava la luce, concetto poi smentito, come del resto si smentì l’esistenza dell’etere stesso. Sempre nell’Ottocento si cominciò a parlare di archivi o registri akashici, intesi come una enorme biblioteca cosmica, energetica e vibrazionale che raccoglieva tutte le informazioni appartenute ad ogni essere vivente vissuto fin dall’alba della comparsa della vita e quindi si riteneva contenesse informazioni sul passato di tutta l’umanità ma anche tutte le possibilità future intese come ciò che potrebbe essere o accadere. Si sostiene che questa dimensione di memoria universale fosse presente negli antichi testi di tutte le tradizioni, nella Bibbia per fare un esempio, veniva chiamata “il libro della vita” e gli studiosi sostengono che questa idea appartenesse anche ai Sumeri, ai Babilonesi, agli Ebrei, ai Maya etc.

Sentiamo parlare dei registri akashici, anche all’interno delle tradizioni spiritualistiche ed esoteriche di fine Ottocento, dove individui dotati di particolare capacità sensitive sostenevano di poter avere accesso a questa conoscenza. Ne parla la russa Helena P. Blavatsky, fondatrice della società Teosofica, ne parla lo stesso Rudolf Steiner, ma soprattutto ne parla Edgar Cayce un sensitivo statunitense che a cavallo del Novecento divenne molto popolare per le consulenze che concedeva in stato di trance profonda. Sosteneva di attingere le informazioni che rivelava alle persone che chiedevano la sua consultazione principalmente da due fonti: dalla mente inconscia delle persone in consulenza e dal libro della vita, il registro akashico. Cayce nelle sue trance, nelle trascrizioni delle sue sedute, nei suoi libri, sosteneva che i registri akashici erano iscritti in una specie di energia eterica, simile al pensiero, a cui lui poteva accedere con la mediazione di una figura che faceva da guida. Le informazioni a cui lui aveva accesso non riguardavano solamente il passato della persona, ma anche il suo possibile futuro, non erano “semplici” memorie di ciò che è stato, ma anche di ciò che avrebbe potuto essere. Sosteneva inoltre che essendo una dimensione “parallela” il Campo akashico, poteva interagire con la vita delle persone in vari modi, attraverso trance o stati modificati di coscienza come nel suo caso, oppure attraverso i sogni, oppure poteva ispirare intuizioni, o idee, favorendo e stimolando così la crescita della consapevolezza umana.

Più di recente ne ha parlato anche Ervin Laslo, ungherese, filosofo della scienza e teorico dei sistemi, docente universitario, consulente dell’ONU, due volte candidato al Nobel per la Pace e noto, almeno in Italia, per essere il fondatore del Club di Budapest, un’organizzazione internazionale che raccoglie tra l’altro, premi Nobel e capi di stato interessati a sviluppare una nuova consapevolezza e una nuova etica che possa aiutare i popoli e le nazioni ad affrontare i cambiamenti futuri del nuovo millennio. Nel 2009 Laslo pubblica La scienza e il campo Akashico, in cui riprende il concetto espresso dalle varie tradizioni religiose e spirituali, comparandolo con le novità introdotte dalla meccanica quantistica. Per Laslo parlare di Campo Akashico e Campo Quantico significa parlare sostanzialmente della stessa cosa. Ripropone l’esistenza di un Campo di energia intelligente che compenetra ogni cosa e condividendo l’idea che l’energia è informazione, ecco che l’energia del Campo, in-forma nel senso che dà ordine e forma all’intero Universo. L’energia del Campo (detta anche energia del campo punto zero) compenetra il tutto esattamente come si riteneva facesse l’etere (o Akashia) nelle tradizioni antiche. Questo Campo di energia intelligente contiene tutte le informazioni e quindi la memoria di tutto quello che è nato e si è sviluppato nel tempo e nello spazio, vita compresa, ed è per questo che contiene informazioni di ciò che potenzialmente avverrà. Laslo pensa che il campo Akashico sia un ologramma e che possa essere assimilato all’idea di ordine implicito espresso da Bohm. Pensa che essendo noi “generati” dal Campo abbiamo affinità con esso e quindi possiamo interagire col Campo stesso. Laslo vede nell’evoluzione della mente e in particolare della coscienza un possibile punto di contatto e interazione con l’energia del Campo. Torniamo così ad una idea condivisa ed espressa da tutte le tradizioni che sottolineano un legame con una realtà superiore da cui veniamo e di cui siamo parte. Che si parli di anima, di mente, di coscienza, di Sé, come risvolto personale di un’anima mundi, di una mente universale, di una coscienza cosmica, di un Sé transpersonale, quello che emerge è il collegamento fra queste due dimensioni, per cui diventa plausibile che in determinate condizioni di particolari stati di coscienza si possa entrare in contatto e attingere alle informazioni del Campo, come sostengono, sciamani, mistici, intuitivi, sensitivi di tutte le epoche.

Una delle ipotesi che viene avanzata è che tutta l’evoluzione umana su questo pianeta sia stata influenzata dal Campo grazie al contributo di persone particolari che riuscendo ad entrare in contatto attingevano informazioni dal Campo o dai registri Akashici dove tutto è contenuto. Del resto va detto che molti scienziati, artisti, letterati sostengono che certe intuizioni o certe visioni che hanno chiarito o illuminato la loro ricerca sono avvenute in situazioni particolari, come ad esempio in sogno. Alcuni ipotizzano che il progresso in senso lato (tecnologico, etico, sanitario, giuridico, …) a cui abbiamo assistito nel corso degli ultimi cento, centocinquant’anni, sia dovuto ad un più rapido accesso alle informazioni presenti nel Campo che in questo modo guida l’evoluzione dell’umanità, così come milioni di anni fa l’energia/informazione/coscienza del Campo ha aiutato l’aggregarsi di atomi per dar vita a molecole e poi a cellule e quindi a organismi sempre più complessi aiutando così lo sviluppo della vita su questo pianeta, per arrivare a sviluppare poi la mente e nell’essere umano la coscienza che rappresenta, nella scala evolutiva, l’elemento più avanzato della materia vivente.

All’interno di questa visione c’è chi si spinge ad ipotizzare che la memoria personale quella che raccoglie i ricordi di ognuno di noi, non risieda nel nostro cervello, ma sia immagazzinata nel Campo e che il nostro cervello in fondo sia “solo” uno strumento di estrazione e recupero di informazioni e ricordi contenuti nel Campo. I ricordi sarebbero, secondo questa azzardata ipotesi, una emissione coerente di informazioni d’onda dal Campo. Questa ipotesi spiegherebbe, secondo i sostenitori, perché una minuscola associazione, come un suono, un odore, un’immagine, possa scatenare in un’istante una moltitudine di informazioni riguardanti eventi successi molti anni prima. Se fosse vero, il meccanismo alla base del recupero di informazioni mnestiche sarebbe molto simile al meccanismo percettivo. Il  cervello come trasduttore o antenna ricettiva sarebbe in grado di recuperare l’informazione “vecchia” cioè il ricordo, così come sarebbe in grado di processare l’informazione “nuova” quella percepita o intuita e questo potrebbe spiegare fenomeni come l’intuizione e la creatività, che solitamente sono processi che non scaturiscono da una analitica e razionale elaborazione del pensiero, ma da improvvisi insight, in cui le idee “arrivano” all’improvviso e spesso diventa difficile spiegare come si è giunti a concepirle.

 

Il Campo unificato della coscienza e l’effetto Maharishi

L’idea di una connessione tra la mente del singolo individuo e la mente di tutti gli individui del pianeta in una sorta di rete internet mentale che mette in collegamento l’intera umanità e quest’ultima alla mente universale del Campo, è stata riproposta negli anni Sessanta da Maharishi Mahesh Yogi, con la sua idea del Campo unificato della coscienza.

Maharishi è stato un maestro indiano divenuto famoso per l’ampia diffusione che ha avuto in quel periodo in occidente la sua Meditazione Trascendentale (MT) e il programma MT-siddhi. Prima di intraprendere il suo percorso spirituale, Maharishi aveva conseguito una laurea in Fisica e quindi conosceva i nuovi orientamenti che nel corso del secolo si stavano affermando nel mondo della fisica. Infatti l’idea di un Campo unificato della coscienza, ricorda per assonanza il sogno irrealizzato di Einstein, quello di arrivare ad una teoria del campo unificato che potesse riunire in un’unica teoria tutte le energie conosciute, aspetto questo che adesso sembra si stia realizzando con la teoria delle superstringhe.

Maharishi sostiene che la mente umana si esprime su più livelli di consapevolezza, dal più grossolano al più sottile, dall’eccitato al meno eccitato, dal differenziato all’unificato. Solitamente noi siamo consapevoli dei livelli più attivi e superficiali della mente che si esprimono per lo più nella percezione sensoriale e nell’elaborazione del pensiero. Quando si parla di coscienza solitamente si considerano tre livelli di coscienza: lo stato di veglia, di sonno e di sogno. Tre livelli in cui l’attività della mente presenta caratteristiche diverse e specifiche. Inoltre nel caso dello stato di veglia, possiamo dire che la coscienza comprende tre livelli in cui si struttura il processo cosciente: il livello dell’”osservatore” (campo della soggettività), del “processo di osservazione” (attività percettiva ed elaborazione del pensiero) e dell’”osservato” (l’oggetto dell’esperienza). Maharishi  sostiene che c’è uno quarto stato di coscienza, che è lo stato meditativo, che rappresenta una dimensione della mente particolare e altrettanto reale come gli altri tre. Durante la pratica della meditazione, l’attività mentale rallenta, il flusso di pensieri si riduce sia che si utilizzi come strumento un mantra (suono interiore o preghiera), come nel caso della MT o altre pratiche della tradizione vedica, sia che ci si concentri sul ritmo del respiro, come nel caso della Vipassana buddhista o Mindfulness, per posizionarsi progressivamente in una dimensione definita da Robert K. Wallace “stato ipometabolico ad alta vigilanza” per usare le parole del primo scienziato che negli anni Settanta ha condotto una ricerca su vasta scala con praticanti l’MT nel tentativo di  definire ciò che accadeva nel corpo, in modo da delineare una fisiologia della meditazione. Durante la meditazione, la mente scivola da uno stato di eccitazione (veglia) caratterizzato da ampia diffusione a livello cerebrale di onde discontinue (onde Beta) ad uno stato di quiete diverso dal sonno, caratterizzato dalla diffusione su entrambi gli emisferi di onde cerebrali lente e sincronizzate (onde alpha e theta). Progressivamente sfumano i confini della percezione, sfuma la realtà dell’oggetto di osservazione (mantra o respiro) per ritrovarsi soggettivamente in uno stato di consapevolezza espansa e indefinita, in cui l’osservatore, il processo di osservazione, l’oggetto di osservazione si fondono per lasciare spazio ad uno stato, che Maharishi definisce di “pura coscienza” o samhita che in sanscrito significa coscienza unificata.

E’ una dimensione in cui la coscienza dilata i suoi confini per sperimentare uno stato puramente astratto e illimitato di connessione con il tutto. E’ il fondersi della coscienza personale con la Coscienza Universale, cioè con il Campo di intelligenza/informazione/energia che governa il tutto. Si ripropone ancora una volta l’idea che non siamo separati, ma siamo parte del tutto.

Sul piano dell’identità personale ognuno di noi percepisce di avere una propria identità, che sperimentiamo nella realtà quotidiana come un insieme di caratteristiche personali che chiamiamo Io, o personalità. Questa dimensione sul piano soggettivo possiamo dire che cambia nel corso della vita. Sappiamo di aver avuto una identità infantile, che poi è cambiata durante l’adolescenza e poi ci siamo sentiti ancora diversi quando siamo diventati adulti e così via, siamo cambiati, ci sentiamo cambiati in relazione allo scorrere del nostro tempo, ma nel cambiamento, ognuno di noi sperimenta, “sente” di avere una continuità con se stesso, percepisce un filo conduttore che percorre e lega le varie identità sperimentate nel tempo, dandoci una sensazione di continuità. Questa sensazione di continuità è rappresentata dal Sé personale che si esplicita nella coscienza di Sé, che sia in psicologia che nelle discipline spirituali si riconosce essere l’essenza, il nucleo fondante di ciò che siamo e che non muta nel tempo, ma ci accompagna per tutta la nostra esperienza terrena. Nella tradizione vedica, come si è detto, il Sé personale (Atman) è parte del più vasto Sé transpersonale (Brahman), la coscienza universale.

John Hagelin, fisico teorico statunitense, studioso di meccanica quantistica e in particolare della teoria delle superstringhe, professore presso la Maharisihi University of Management e presidente della David Lynch Fondation, che si propone di diffondere la pratica della Meditazione Trascendentale nelle scuole per favorire l’evoluzione di quelli che saranno i protagonisti del futuro, sostiene che l’esperienza del campo unificato della coscienza proposta da Maharishi è l’esperienza soggettiva del campo unificato studiato dalla fisica. Anche Hagelin ritiene che il Campo Unificato (Campo Quantico), si esprima con livelli di energia diversificata ma interconnessa in modo coerente, da cui ha avuto origine il tutto e a cui il tutto appartiene. Noi siamo parte di questo Campo e siamo interconnessi con tutti gli elementi del Campo e possiamo sperimentare questa sensazione di unità e coerenza durante gli stati di meditazione profonda, quando la mente va oltre il livello personale di coscienza per fare esperienza di unità e fusione col grande oceano della coscienza universale. Questa esperienza di fusione e di “Oneness” è quella descritta dai mistici di tutti i tempi, alcuni la chiamano estasi mistica, altri illuminazione, altri ancora trascendenza o unione mistica, ma sul piano esperienziale è una esperienza di “dissolvimento” dei confini del proprio Io per approdare ad una dimensione di consapevolezza espansa, coerente e unitaria. Questa dimensione permette una forte connessione con il Campo Unificato al punto da poter interagire con esso. Il cosiddetto “effetto Maharishi” è la dimostrazione scientifica di questa possibilità.

Maharishi era convinto che le pratiche da lui messe a punto, non fossero solo pratiche che migliorano la vita dei praticanti in termini di equilibrio personale, benessere e salute ma potessero influenzare l’ambiente circostante attraverso un effetto di super-radianza, cioè un’onda di coerenza e armonia. Detto in altre parole, l’accesso ad una coscienza espansa e di connessione con il Campo unificato della coscienza, permette di irradiare una benefica onda di coerenza e armonia che può influenzare in modo positivo le persone, i gruppi, i contesti dell’ambiente circostante. Vennero fatti vari esperimenti negli anni Settanta/Ottanta, che diedero conferma di questo. L’evento più noto per la sua portata e per l’interesse che venne sollevato a livello mondiale fu fatto alla fine del 1983 e inizio 1984 presso la sede della Maharishi University of Management nello Iowa, dove Maharishi convocò per tre settimane circa 7000 meditanti esperti per quello che passò alla storia come un “assaggio mondiale dell’utopia”. L’obiettivo era quello di produrre un’onda di coerenza ed armonia che potesse influenzare il pianeta. La scelta del numero di meditanti venne giustificata col fatto che si avvicinava alla radice quadrata dell’1% della popolazione mondiale, che veniva ritenuto da Maharishi, sufficiente per rappresentare una massa critica di influenza. Durante l’evento, a cui parteciparono anche John Hagelin, Robert K. Wallace, come tutto lo staff dell’Università, vennero monitorati vari indicatori sociologici fra cui le statistiche redatte dall’FBI. Quello che emerse è che ci fu effettivamente in quelle tre settimane, un miglioramento registrato su scala mondiale come ad esempio, la riduzione di episodi di violenza, (diminuzione di omicidi, furti, aggressioni), la riduzione di incidenti stradali, l’attenuazione nei conflitti in zone di guerra, la riduzione di morti nei conflitti, la riduzione di morti in catastrofi naturali, si registrò anche un aumento in quel periodo dei mercati azionari (borse) etc.

L’effetto Maharishi dimostrò due cose importanti: la prima è che la mente può influenzare la realtà, possiamo modificare la realtà non solo attraverso il nostro agire (azioni) ma anche attraverso la nostra dimensione mentale; la seconda confermò l’esistenza di una interconnessione che lega le coscienze dell’intera umanità, cioè un campo unificato della coscienza, su cui è possibile agire una volta arrivati al raggiungimento di una massa critica capace di esprimere coerenza (super-radianza).

 

La mente può influenzare la materia?

L’idea che la mente possa influenzare la realtà e in particolare la materia, è un’idea accarezzata da tempo. Negli anni Settanta qualcuno ha avuto la “folle” idea di cercare di verificarlo, chiedendosi se era possibile influenzare la realtà esterna come ad esempio l’attività di strumenti meccanici attraverso la concentrazione mentale. La cosa per una serie di coincidenze si concretizzò nel progetto P.E.A.R. (Princeton Engineering Anomalies Research), un progetto di ricerca sulle anomalie create dalla coscienza, che durò circa 27 anni in cui si progettarono molti esperimenti tutti volti ad analizzare se ed eventualmente in che misura, la coscienza umana potesse interagire con la materia, modificandola.

Il progetto venne sponsorizzato e portato avanti inizialmente con una certa diffidenza, dall’allora preside della facoltà di scienze applicate dell’Università di Princeton, Robert G. Jahn, già professore di fisica applicata presso la stessa università. Jahn era stato coinvolto nel 1979 da una studentessa che gli aveva parlato degli esperimenti fatti anni prima da un fisico tedesco, Helmut Schimdt che aveva lavorato e insegnato in America dove aveva eseguito molte prove con i R.E.G. (Random Event Generator) cioè Generatori di Eventi Casuali di sua costruzione, evidenziando interessanti risultati sulla possibilità della mente di modificare l’esito prodotto dallo strumento. Dopo aver visionato la letteratura sull’argomento, Jhan si incuriosì e decise di dar vita ad un laboratorio che nel corso degli anni divenne sempre più sofisticato, grazie anche all’uso di computer e soprattutto dei fondi recuperati da Jhan. Il senso della sperimentazione, su cui si dilunga Lynne McTaggart nel suo interessante libro, The Field (Il Campo Quantico, nell’edizione italiana) è questo. Un generatore di eventi casuali basato sulla produzione di esiti binari uno o zero, che per similitudine corrisponde al lancio di una moneta che può dare come esito o testa o croce, nella ripetizione prolungata delle prove, darà come esito il 50% testa e il 50% croce, allo stesso modo un generatore casuale di uno o zero avrà la stessa probabilità di produrre dopo mille o diecimila prove o più la stessa percentuale di esiti. Supponiamo che si decida di chiedere ad una persona di concentrarsi di fronte allo strumento perché escano nelle prove più numeri uno o più zero a seconda di cosa sceglie, il risultato finale sarà ancora il 50%?

E’ questo che si sono chiesti Helmut Schimdt, prima e Robert G. Jahn dopo e assieme a loro molti altri ricercatori, come Dean Radin o Roger D. Nelson, che replicarono più volte gli stessi esperimenti arricchendo le procedure. Queste sperimentazioni dimostrarono, secondo i ricercatori, che il risultato è diverso dal 50% e anche se parliamo di esiti limitati, si ritenne possibile attraverso l’intenzione, incidere in maniera più o meno significativa sulla produzione di eventi casuali prodotti da macchine elettriche. Adesso che siamo alla soglia di nuove sperimentazioni con l’intelligenza artificiale, con i computer quantistici e la ricerca si sta dirigendo sempre più verso l’interazione mente umana e computer, può non apparire una sorpresa, ma allora lo fu. La scienza ufficiale reagì con diffidenza, le sperimentazioni vennero criticate sul piano metodologico e si cercò di confinare la sperimentazione nel campo del paranormale e dei fenomeni psicocinetici, come spesso accade quando la scienza si trova di fronte ad anomalie, a fenomeni che non hanno una spiegazione scientificamente accettabile secondo il pensiero scientifico dominante. L’ipotesi sostenuta da Jahn, e come vedremo in seguito da altri, è che la coscienza focalizzata esprima un livello di coerenza di tipo quantistico e quindi possa interagire a questo livello con la materia, perché a livello basico siamo fatti tutti della stessa sostanza atomica e soprattutto subatomica.

 

La mente può influenzare la materia vivente?

Sulla scia di questi lavori l’interesse si amplificò e qualcuno cominciò a chiedersi se la coscienza e l’intenzionalità potessero influenzare la materia vivente. Fra questi troviamo William Braud, psicologo sperimentale, già docente e ricercatore presso l’Università di Houston, dove si era dedicato prevalentemente a studi centrati sull’apprendimento, la memoria, la motivazione etc.

Braud quando stava ancora facendo il suo dottorato di ricerca aveva conosciuto nel 1971 Edgar Mitchell, astronauta da poco rientrato dalla missione Apollo 14, missione che lo aveva portato a vivere esperienze di amplificazione della coscienza. Mitchell, molto coinvolto dall’esperienza vissuta, voleva scrivere un libro sulla consapevolezza e quindi si rivolse all’Università di Houston per capire se c’erano studi e ricerche sulla coscienza incontrandovi Braud. Mitchell che considera la sua esperienza nello spazio un’esperienza di trasformazione personale, fonderà successivamente l'Institute of Noetic Sciences (IONS) in California, un centro di ricerca tutt’ora molto attivo nello studio del potenziale umano. Il legame fra Braud e Mitchell continuò negli anni e sarà proprio per interessamento di Mitchell che Braud abbandonerà l’Università di Houston per entrare come ricercatore presso il Mind Science Foundation, un'organizzazione di ricerca privata con sede a San Antonio, in Texas, dove incontrerà Helmut Schmidt e le sue macchine R.E.G. iniziando ad interessarsi all’influenza della mente sulla materia. Negli anni che seguirono, Braud condusse molti esperimenti sulla trasmissione del pensiero e sull’influenza della mente sulla materia vivente. Lavorò con diverse tipologie di pesci che emettono deboli segnali elettrici funzionali probabilmente alla navigazione, utilizzando persone che si concentravano per modificare la rotta dei pesci, lavorò con i globuli rossi chiedendo agli “influenzatori” di proteggerli quando venivano messi in soluzioni saline sfavorevoli, condusse esperimenti sulla modifica dell’attività del sistema nervoso autonomo chiedendo a volontari di concentrarsi per modificare la risposta elettrodermale (indicatore di  eccitazione simpaticotonica) di persone poste in stanze diverse e ignare della sperimentazione, condusse molte altre sperimentazioni funzionali ad indagare il benessere, la salute, il funzionamento del sistema immunitario.

Tutti questi studi, pubblicati in numerose riviste e libri, portarono Braud ad interrogarsi sulla natura della mente, sul perché alcuni individui sono più influenzatori di altri, cosa succede veramente in un processo di influenza, anticipando e fornendo la base ai successivi studi sui fenomeni di guarigione a distanza. L’idea di Braud era che la concentrazione necessaria per influenzare una realtà esterna implicasse una sorta di sincronizzazione coerente dell’attività mentale che veniva trasmessa, in modo particolare, quando la mente si acquietava entrando soprattutto in uno stato di coerenza alpha, come avviene negli stati meditativi. Gli studi di Braud con esseri umani confermarono che “l’influenzato”, collocato in un’altra stanza, tendeva ad avere nel corso dell’esperimento un allineamento, una sincronizzazione con le onde cerebrali del soggetto influenzante, creando così, secondo Braud, un effetto di risonanza, cioè un livello di interconnessione, sensibile alla trasmissione di informazioni, come probabilmente accadeva nel già citato “effetto Maharishi” o anche nel cosiddetto “Buddhafield” un fenomeno di sincronizzazione emisferica coinvolgente un gruppo di persone in meditazione, descritto nelle sue ricerche dall’italiano Nitamo F. Montecucco, medico e ricercatore nell’ambito delle neuroscienze (v. l’articolo, Meditazione, Scienza e Ben-essere).

Sulla stessa scia degli studi di Braud troviamo anche il lavoro di William Tiller, oggi emerito professore di Scienza e Ingegneria dei materiali dell’Università di Stanford, dove ha lavorato come docente e ricercatore. Parallelamente a questa attività di scienziato per cui ha avuto numerosi riconoscimenti, Tiller coltiva interessi filosofici e spirituali che lo spinsero a sostenere e partecipare alla fondazione dell’Institute of Noetic Sciences (IONS) di Edgar Mitchell. Fra i tanti esperimenti condotti da lui e il suo gruppo, il più noto e “assurdo” è quello della “scatola che ingabbia l’intenzione”. Tiller prese una “scatola nera” delle dimensioni di un telecomando contenente una memoria elettrica. La sua idea era quella di provare a registrare un’intenzione (nel suo caso modificazione del ph dell’acqua) su una memoria elettronica che in seguito sarebbe stata rilasciata per influenzare il mondo fisico, in questo caso un processo chimico. L’idea di modificare il valore del ph dell’acqua di una unità (in più o in meno), avrebbe significato, per Tiller, un cambiamento della materia notevole. Così predispose l’esperimento convocando un gruppo di meditanti esperti a cui chiese di focalizzare l’intenzione per quindici minuti sulla scatola contenente la memoria elettrica. La scatola poi venne avvolta in un foglio di alluminio, inserita in una gabbia Faraday che isola dall’influenza di possibili campi elettromagnetici e spedita in un laboratorio distante 2400 km assieme ad un’altra scatola, nelle medesime condizioni ma non influenzata dall’imprinting dei meditanti. Nel laboratorio le due scatole vennero messe vicino a provette contenente dell’acqua. L’esperimento si sostiene ebbe successo, le provette accostate alla scatola “influenzata” modificarono il ph dell’acqua in esse contenute, mentre non successe nulla nell’accostamento con la scatola di controllo.

Tiller è fermamente convinto dell’esistenza di “energie sottili” che vanno al di là delle quattro forze fondamentali individuate dalla fisica (il campo unificato di Einstein), energie che “obbediscono” alla coscienza e quindi all’intenzione. Queste “energie” le troviamo agire in certe pratiche terapeutiche e nei fenomeni paranormali e sono insite nella materia vivente. Ritiene possibile, pensando in un’ottica evolutiva, che l’essere umano possa evolvere nella sua natura psichica al punto da utilizzare la mente, la coscienza, per influenzare stabilmente la realtà e la materia. Sostiene, come del resto anche Laslo, che l’Universo (il Campo Quantico) a cui siamo connessi sia la scuola che ci guida nell’esplorazione della nostra dimensione esistenziale per imparare ad esprimere con coerenza il nostro libero arbitrio per favorire un’evoluzione della coscienza nel genere umano.

 

Esiste una coscienza globale?

Mentre Braud e Tiller conducevano le loro ricerche sull’influenza della mente, nell’ambito del progetto P.E.A.R. si svilupparono altre iniziative come il Global Consciousness Project, un progetto di studio sulla consapevolezza globale diretto dallo psicologo Roger D. Nelson, che collaborò per più di vent’anni con il Laboratorio P.E.A.R. Vennero disseminati in vari punti del pianeta più di 70 generatori di eventi casuali (R.E.G.) in funzione permanente. I dati di produzione casuale venivano inviati attraverso internet ad un elaboratore computerizzato collocato presso il laboratorio P.E.A.R. di Princeton, che li registrava e misurava. In questo caso non era l’intenzionalità oggetto di studio, quello che interessava vedere, era se si registravano delle anomalie nella probabilità di tipo casuale e se queste anomalie potessero essere collegabili a determinati eventi. Il lavoro venne portato avanti da Nelson e Dean Radin che per primo aveva testato la reazione di un generatore R.E.G. durante un evento che aveva tenuto milioni di americani incollati alla televisione per seguire il processo tenutosi nel giugno del 1994 a O.J. Simpson, un attore molto popolare accusato dell’omicidio della moglie. In quell’occasione Radin registrò delle anomalie nella produzione casuale del generatore R.E.G.

La stessa anomalia nell’esito probabilistico, Nelson e Radin la misurarono in varie altre occasioni in cui eventi ebbero risonanza mondiale, come ad esempio la morte della principessa Diana avvenuta  a Parigi il 31 agosto del 1997 e soprattutto nel giorno del funerale il 6 settembre 1997, la stessa rilevazione di anomalie nella produzione casuale si registrò a livello planetario durante il bombardamento da parte delle forze Nato a Belgrado avvenuto il 24 marzo del 1999, per arrivare poi al crollo delle Torri Gemelle che incollò davanti alla TV milioni di persone in tutto il mondo, nell’11 settembre del 2001. L’ipotesi formulata da Nelson e Radin è che l’anomalia registrata dai R.E.G. fosse conseguente ad un’onda di emotività collettiva che coinvolgendo milioni di persone si era diffusa in tutto il pianeta al punto da “turbare” il funzionamento di produzione casuale degli strumenti. Le emozioni, lo sappiamo, sono energia psichica come lo sono i pensieri. Gli studi dell’HeartMath Institute, un ente californiano che dagli anni Novanta effettua ricerche sul magnetismo del cuore, hanno dimostrato che il campo magnetico prodotto dal cuore e che si propaga attorno alla persona (da un metro a tre metri) è molto più forte (5000 volte sostengono i ricercatori) di quello prodotto dal cervello. Le stesse ricerche sul cervello del resto hanno dimostrato che i pensieri hanno alla loro base lo scambio di energia bioelettrica tra neuroni e quindi creano un campo elettromagnetico che si propaga oltre il cervello.

Che onda di energia si può mettere in movimento quando milioni di persone “sentono e pensano” contemporaneamente la stessa cosa?

Nelson e Radin parlano di coscienza globale, intesa come una rete che connette e collega le menti dell’intera umanità, avvallando in un certo senso l’ipotesi suggerita anni prima dal filosofo gesuita Pierre Teilhard de Chardin che formulò il concetto di Noosfera (da nous che in greco significa mente) intesa come coscienza collettiva che scaturisce dall’interazione fra le menti umane. Come nel corso del popolamento della terra gli esseri umani aggregandosi e interagendo fra loro hanno dato vita ad una complessa rete sociale globale fatta di attività, scambi, comunicazioni, così De Chardin ipotizza che contemporaneamente a questo sviluppo sia cresciuta nel tempo una rete mentale globale a cui ha dato il nome di Noosfera, dando l’idea di una grande mente collettiva che costituisce “la corteccia pensante” del pianeta. Più l’interazione umana aumenta e più la Noosfera cresce e si sviluppa in termini di consapevolezza globale. Le assonanze con il Campo unificato di coscienza proposto da Maharishi, sono evidenti, ma l’idea di una coscienza collettiva richiama anche l’ipotesi Gaia proposta alla fine degli anni Settanta da James Lovelock, chimico, biofisico e ambientalista britannico che negli anni Sessanta lavorò per la NASA, l’ente spaziale americano.

Lovelock propose l’idea che il pianeta Terra, Gaia come veniva chiamata nella mitologia greca, fosse un sistema vivente. Il fatto che ospitasse la vita lo rendeva un sistema vivo, caratterizzato da equilibri dinamici guidati dall’omeostasi fra tutti gli organismi viventi popolanti il pianeta. Come il nostro corpo è popolato da miliardi di cellule e milioni di microrganismi che interagiscono mantenendo un equilibrio dinamico, così Gaia, la Madre Terra è popolata da organismi che convivono interagendo in modo sistemico e autoregolante. In questo ecosistema globale l’umanità rappresenta il cervello planetario di Gaia, come, secondo alcuni, i continenti ne rappresentano il corpo, le foreste e i boschi i polmoni, i mari e i fiumi il sistema linfatico, il vento il respiro di Gaia e così via. Ecco che la coscienza globale, la mente collettiva, il cervello planetario, il campo unificato della coscienza, ma anche l’inconscio collettivo, sono tutti concetti che pur venendo da fonti diverse evidenziano una visione unitaria, olistica ed ecosistemica, che dovrebbe farci sentire parte di un tutto, che non solo ci lega in quanto specie umana, ma ci riconnette anche al corpo che ci ospita, a quel pianeta Terra che con i suoi allagamenti, con i suoi terremoti, con le sue eruzioni vulcaniche, con i suoi cambiamenti climatici, sta cercando di svegliarci ad una nuova consapevolezza, sta cercando di orientarci verso una coscienza globale, sta cercando di stimolare il suo “sistema nervoso” planetario, la sua mente globale,  perché si possa prendere cura della sua sofferenza.

 

Prospettiva quantistica e implicazioni psicologiche

La meccanica quantistica ci costringe a guardare la realtà delle cose con occhi diversi. Solitamente siamo portati a pensare che le cose accadono, che la vita scorre all’insegna di una certa imprevedibilità. Non siamo noi a scegliere il nostro destino, ma è il destino che ci viene incontro e noi in qualche modo lo viviamo per come si presenta. C’è una certa dose di passività che ci accomuna nei confronti della vita, perché le cose ci accadono e spesso pensiamo che sia inevitabile, non possiamo farci niente. Se penso al mio lavoro, mi rendo conto che solitamente intraprendono un percorso psicologico o una psicoterapia, persone che soffrono e stanno male per qualcosa, sono persone che per vari motivi sono insoddisfatte e stanno subendo la vita che non è come l'avrebbero voluta, si sentono vittime di qualcosa più grande di loro, che non riescono a modificare. C’è chi si sente vittima di relazioni sbagliate, chi si sente vittima di affetti complicati, chi si sente vittima di un passato pesante, chi si sente vittima di una dipendenza condizionante, chi si sente vittima di un lavoro che non piace o di un ambiente di lavoro insoddisfacente, c’è chi si sente vittima perché non si è mai sentito amato, c’è chi si sente vittima perché osteggiato e maltrattato dagli altri e non capisce perché, c’è chi si sente vittima perché non si sente compreso, stimato, apprezzato, valorizzato e così via, la lista potrebbe essere lunghissima.

Alla base del dolore e della sofferenza umana, come sostiene Paul Watzlawick noto psicoterapeuta ed esponente di spicco della cosiddetta Scuola di Palo Alto, c’è il divario fra come le cose sono e come si vorrebbe che fossero. E’ il divario fra ciò che si percepisce e si crede vero e ciò che ci si aspetta o desidera, più questo divario è alto e più alta è la sofferenza psicologica. La questione della sofferenza psicologica è riconducibile a come viene percepita la realtà, a come ognuno di noi legge la realtà che lo riguarda e lo circonda perché, come si sa, è lo sguardo che determina ciò che si vede.

La realtà, come ci ricorda giustamente Aldous Huxley, non è ciò che ci accade, ma quello che facciamo con ciò che ci accade.

Siamo stati tutti educati in famiglia e a scuola a osservare il mondo secondo una logica newtoniana, di conseguenza siamo un po’ tutti portati a pensare ad esempio, che le cose stanno proprio così e non possono che essere così (stabilità della realtà), che il prima determina il dopo, che ogni causa produce un effetto, che il passato condiziona il presente e determina il futuro. Se gli occhiali con cui guardiamo e di conseguenza affrontiamo la realtà delle cose è questa, è molto probabile che nel guardare le cose che compongono il nostro universo, cioè la nostra realtà, andiamo a selezionare, a cercare, a individuare gli elementi della realtà che confermano la logica di partenza, cioè la nostra idea di realtà, quella visione che riteniamo vera, quella che ci viene confermata proprio guardando il nostro passato, perché in fondo siamo convinti che il nostro passato condiziona il presente e determina il futuro. Detto in altre parole, se penso che gli altri non mi amano, sarò portato a vedere e a cogliere tutte quelle situazioni che mi confermano la convinzione di partenza: gli altri non mi amano.

Se penso che la mia storia è stata pesante, nel senso che ho vissuto nell’infanzia o durante l’adolescenza, episodi traumatici, di abbandono, di maltrattamento, di lutto e così via, e coltivo la convinzione che non potrò mai fare una vita “normale” con una storia così, che non potrò mai essere felice o soddisfatto con un passato così, è molto probabile che nel mio presente sarò sensibile nel selezionare, nel cogliere, nel vedere, tutti quegli eventi "pesanti" che accadono nella mia vita e che mi confermeranno l’assioma di partenza e cioè che non potrò mai essere felice, perché il passato non si può cambiare, anzi continua a riflettersi e a condizionare il mio presente.

Se in fondo penso di avere scarse capacità e un basso livello di autostima perché non ho avuto genitori “perfetti” che mi hanno insegnato ad apprezzarmi e a valorizzarmi e di conseguenza penso di non avere molte chance da giocarmi nella vita, è molto probabile che mi muoverò nella vita facendo varie scelte sbagliate che mi confermeranno le mie incapacità.

Siamo dentro a quel meccanismo che Freud chiamava, di coazione a ripetere. Il fatto di riproporre continuamente determinati schemi di lettura e valutazione della realtà a cui seguono poi inevitabilmente la ripetizione degli stessi schemi comportamentali (scelte, azioni, decisioni), fanno si che nulla possa cambiare, perché nell’esperienza soggettiva della persona le cose sono sempre state così e quindi se sono sempre state così è ovvio che non si possono cambiare. E’ come se dicessimo, per fare un esempio, che vedendo da sempre nascere il sole ad est e tramontare ad ovest, è ovvio che è il sole a muoversi e la terra a stare ferma. E’ l’assioma o il paradigma di partenza che condiziona la percezione, la valutazione e la conclusione che poi ne consegue, se cambia l’assioma di partenza si modifica tutto il processo percettivo con quello che ne consegue. Siamo esseri abitudinari, abbiamo bisogno di conferme, abbiamo bisogno di sapere che la nostra realtà è stabile, è quella che conosciamo da sempre, anche se non ci piace, anche se ci fa stare male, perché comunque il noto, ciò che conosciamo, è pur sempre più rassicurante dell’ignoto, ciò che non conosciamo.

Questo modo di vedere la realtà, richiama per certi versi l’ambito dei giochi psicologici descritti da Eric Berne, psicoterapeuta fondatore dell’Analisi Transazionale, che con la sua teoria ci invita ad osservare l’agire umano, le relazioni umane, le scelte di vita, le decisioni prese, come mosse di giochi che tutti noi facciamo e che vanno a confermare le convinzioni che stanno alla base (assiomi) di quello che lui chiama il copione esistenziale, cioè la parte che decidiamo di recitare nel corso della nostra vita, sia che ce la siamo scelta, sia che ce l’abbiano data (nel corso dell’infanzia).

Solitamente quando le persone iniziano una psicoterapia, non pongono né esprimono un bisogno di cambiamento, loro chiedono di essere aiutati a soffrire meno o se possibile a sopportare meglio ciò che gli accade. Quello che si osserva è che non sempre nel corso della terapia sono disponibili ad un cambio di prospettiva (cioè di paradigma) che invece sappiamo essere l’elemento chiave del cambiamento, perché quando cambia la prospettiva da cui si guardano le cose, le cose cambiano e di conseguenza cambia tutto quello che ne segue, percezione, valutazione, convinzioni, decisioni e così via, come abbiamo visto con il passaggio dalla fisica classica a quella quantistica.

Va detto in ogni caso che la Psicologia, soprattutto quella accademica, non ci ha aiutato molto nel corso dei cent’anni e più della sua esistenza, perché in linea con l’approccio deterministico proprio del pensiero scientifico, ci ha convinto che anche noi siamo in fondo determinati, o dalle pulsioni del nostro mondo interiore, o dai geni dei nostri genitori, o dall’educazione che ci hanno impartito, o dagli stimoli ambientali che ci hanno condizionato, favorendo la predisposizione verso una posizione esistenziale di sostanziale passività, che connota il passato come l’elemento chiave da cui ne consegue tutto il resto.

Dobbiamo aspettare la nascita della Psicologia Umanistica negli anni Sessanta per avere una nuova prospettiva sulla condizione umana. La Psicologia Umanistica (di cui abbiamo già scritto nel nostro magazine), considerata la terza forza in psicologia assieme alla scuola psicoanalitica da un lato e quella comportamentista dall’altro, introduce l’idea che non siamo più (o solo) in balia delle nostre pulsioni inconsce, né siamo automaticamente condizionati dagli stimoli ambientali, siamo esseri che possono scegliere, che possono decidere, siamo noi i protagonisti attivi della nostra vita, sia che scegliamo o meno, sia che facciamo o meno, comunque sia, abbiamo una rilevante quota di responsabilità su ciò che ci accade. In questo approccio psicologico non viene negato il valore del passato, ma ci si focalizza maggiormente sul presente ed il cosiddetto qui ed ora, diventa per alcuni esponenti di questo movimento psicologico l’elemento chiave anche nel condurre il lavoro psicoterapeutico.

Il pensiero e le teorie espresse da Abraham Maslow, da Carl Rogers, da Eric Berne, da Fritz Perls, per citare forse i più noti di questo approccio psicologico e psicoterapeutico, vanno tutte nella direzione di dare all’essere umano la possibilità di scelta, di renderlo protagonista della sua vita, artefice attivo del suo destino. L’affermarsi inoltre, in ambito psicologico, di idee derivanti dal costruttivismo filosofico, di cui Paul Watzlawick è stato fra i più attivi sostenitori, hanno rafforzato l’idea che ognuno di noi costruisce la propria realtà, attraverso la percezione che ha della realtà, attraverso il tipo di lettura che fa della realtà, e quindi attraverso le scelte che opera nella realtà.

Non viene negato il valore della propria storia, delle vicissitudini favorevoli o sfavorevoli che l’hanno caratterizzata, dei condizionamenti subiti nel corso dell’infanzia, delle influenze parentali e culturali, dell’importanza dei propri vissuti emotivi, casomai si cerca di portare l’attenzione (in psicoterapia ma non solo) su cosa si fa e cosa si decide di fare con tutti questi aspetti che entrano in gioco, in modo da cogliere in che modo interferiscono nella definizione della propria realtà e che ruolo hanno nelle scelte che vanno a costruire il proprio destino.

La discussa “interpretazione di Copenaghen” di Bohr e Heisemberg, ci dice che è l’osservazione a determinare l’osservato, è l’osservazione a far “collassare” la realtà, che la realtà delle cose non è definita a priori, stabile e immutabile come sosteneva Newton, ma si crea e ricrea continuamente sulla base di ciò che noi osserviamo o vogliamo vedere, perché la realtà delle cose è continuo mutamento, è continua trasformazione come sostenuto già 2500 anni fa da Eraclito e Lao Tzu.

Immaginiamo per un momento una realtà in cui riusciamo ad educare i nostri figli e a scuola i nostri allievi (e perché no, i nostri pazienti), secondo l’idea che il passato è passato e non torna più, a meno che non lo vogliamo rivivere, che la vita si vive e si costruisce solo nel presente perché il presente è l’unico momento realmente reale in cui si può agire, che le cose non ci accadono perché devono accadere, ma che siamo noi a farle accadere perché le attiriamo nel nostro campo percettivo attraverso l’osservazione, che noi non siamo vittime passive di destini imprevedibili ma attivi costruttori di realtà che determinano destini prevedibili, sia nel bene che nel male, che il futuro non è scritto, ma si trova in una delle molteplici dimensioni potenziali nell’infinito spazio di possibilità del Campo Quantico e che siamo noi con le nostre osservazioni, con le nostre scelte e quindi con le nostre intenzioni a farlo collassare e attualizzare nel nostra vita.

Vista così possiamo pensare che la realtà delle cose che entra nella mia vita, nella tua vita, nella vita dei nostri figli, dei nostri studenti, continuerà ad essere la stessa di prima? Determinata e imprevedibile?

Se poi coltiviamo l’idea e la trasmettiamo ai nostri figli o ai nostri studenti, che siamo tutti parte di una mente più ampia, in cui la mia mente e la tua mente sono connesse assieme a quella di altre mille o milioni di persone e magari condividiamo l’idea di introdurre nella nostra vita pratiche e scelte che ci indirizzano verso una consapevolezza nuova, come magari fanno altre mille o milioni di persone sensibili e consapevoli in modo da creare una “massa critica influente” come sostenuto da Maharishi, auspicato da Ervin Laslo e Nitamo F. Montecucco con il loro Club di Budapest, o immaginato da James Redfield nei i suoi romanzi sulla saga di Celestino, o evidenziato dalle ricerche del sociologo Paul Ray e della psicologa Sherry Anderson sul fenomeno dei “creativi culturali” o  dimostrato dalle ricerche di Dean Radin e Roger D. Nelson all’interno del loro Global Consciousness Project, possiamo pensare che il destino del pianeta Gaia continuerà a rotolare sul binario morto in cui lo abbiamo messo?

O ancora, se immaginiamo per un momento di dare credito ai lavori e alle ricerche di William Braud o William Tiller e come loro tanti altri, sulla capacità della mente di modificare la realtà, sulla capacità della coscienza intenzionale di modificare la direzione dei pesci, o di aiutare i globuli rossi posti in condizioni sfavorevoli, o di modificare il funzionamento del sistema nervoso autonomo di un’altra persona o il ph dell’acqua per citarne alcuni esempi riportati in questo articolo, possiamo magari cominciare ad accettare l’idea che non solo siamo responsabili della nostra salute, ma che magari possiamo utilizzare le capacità della nostra mente per guarire o per facilitare il processo di guarigione. Se con la mente è possibile, in certe condizioni, modificare la materia vivente e non, si può immaginare che sia possibile modificare anche la nostra materia vivente, cioè i processi vitali che animano il nostro corpo.

Se questa idea cominciamo a condividerla e farla nostra, magari riusciamo ad immaginare, che utilizzando visualizzazioni, affermazioni positive e intenzionali, o utilizzando pratiche mentali di tipo meditativo, possiamo ad esempio, rinforzare il nostro sistema immunitario. Possiamo magari immaginare di aggredire le cellule tumorali distruggendole come suggerito da alcune meditazioni proposte da Carl O. Simonton, oncologo statunitense considerato il padre della moderna psiconcologia, o possiamo immaginare di affrontare non più in modo passivo e rassegnato i vari disturbi fisici o le varie malattie. Si tratta in altre parole di cambiare prospettiva, assumendo un ruolo più attivo rispetto alla nostra salute, come sostenuto e incoraggiato dai “nuovi guru” del pensiero quantistico come Joe Dispenza, Roy Martina, Gregg Braden, Bruce Lipton, Deepak Chopra o la citata Lynne McTaggert e altri ancora, che sono convinti sostenitori del primato della mente sul corpo e dell’energia sulla materia. Il loro messaggio sembra essere: cambia la tua energia e modifica la tua materia, perché come sostiene Einstein, energia e materia sono la stessa cosa.

Concetti questi, che pur rifacendosi alla prospettiva quantistica non sono nuovi, ma rimandano ad uno degli assunti espressi della filosofia vedica da cui deriva lo yoga, in cui si sostiene che l’energia, intesa come energia vitale o energia cosmica (prana), obbedisce, segue, viene diretta, dalla coscienza, dall’atto intenzionale cosciente, come asserito anche da discipline che sono parte della concezione medica cinese, come il qi gong o il tai chi.

Tutto questo è utopia? E’ solo un viaggio artistico della nostra mente immaginativa? Un sogno ad occhi aperti prodotto dalla nostra spregiudicata fantasia, magari spinta dal desiderio che in fondo la realtà delle cose non sia proprio quella che ci sembra in apparenza?

Forse … forse è proprio così, ma magari è utile ricordare quello che ha detto Albert Einstein in uno dei tanti aforismi che ci ha lasciato, frutto delle sue riflessioni filosofiche sicuramente ispirate dopo aver diretto lo sguardo nella dimensione quantistica:

 … Ci sono due modi per vivere la vita. Uno è pensare che niente è un miracolo. L’altro è pensare che tutto è un miracolo…