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Adolescenza e Droghe

di Doriano Dal Cengio

Questi due termini vengono sempre più spesso abbinati fra loro. Sembra ci sia un legame stretto fra questa fase della vita e la sperimentazione di sostanze psicoattive. Per lo più se ne parla come problema sociale  accentuando aspetti allarmistici sulle condizioni di rischio che gli adolescenti di oggi  incontrano di fronte ad un mercato delle sostanze alteranti sempre più aggressivo e ricco di proposte. Quello che ci interessa affrontare in questo articolo è perché questa relazione può essere così stretta e quale significato può avere da un punto di vista psicologico questo incontro per chi lo vive. Che nesso può esserci fra una fase della vita caratterizzata dallo sviluppo, dalla crescita, da importanti elementi di cambiamento sia sul piano fisico che psichico e l’utilizzo di sostanze che hanno la capacità di interferire con la chimica cerebrale producendo stati alterati di percezione della realtà sia interna che esterna?

 

Una realtà in espansione

Sull’Adolescenza soprattutto sulle sue caratteristiche psicologiche, sui compiti di sviluppo tipici di questa fase e sui principali bisogni emergenti ci siamo già espressi nell’articolo Adolescenza.

Ci interessa qui richiamare alcuni concetti che si relazionano con ciò che diremo.

L’Adolescenza è quella fase della vita in cui si verifica la percezione di una realtà non solo in trasformazione ma soprattutto in espansione e crescita. Lo si coglie dal punto di vista del corpo che crescendo dilata i propri confini e tratteggia una nuova identità fortemente definita sul piano di genere. Se durante l’infanzia è visibile la differenza e quindi il riconoscimento del maschile e del femminile, nell’Adolescenza la differenza di genere è caratterizzata dal riconoscimento di una propria personale dimensione sessuale. Si diventa uomo e donna, con quello che ne consegue, non solo sul piano fisico, ma anche in termini di desiderio, di immagine di sé, di esperienze, di relazione, di identità. Il corpo si espande e si trasforma per assumere un’immagine che identifica il passaggio verso l’età adulta.

Anche nel mondo interno vediamo che la dimensione emotivo-affettiva è in espansione. L’adolescente sente di più, le emozioni e i sentimenti percepiti sembrano più intensi e le sfumature più articolate, al punto che l’articolazione del mondo emotivo interno diventa più difficile da contenere e più complicato da gestire. L’adolescente non sa bene perché sente più intensamente quello che vive, a volte non sa bene definire quello che sente, sa solo che è così. E in questo amplificarsi della dimensione emotiva cerca comunque di riconoscersi, di darsi un senso che possa aiutarlo a definirsi meglio.

Prendiamo per esempio l’ansia che rappresenta forse “la regina” dei vissuti emotivi in Adolescenza. L’ansia è generalmente sconosciuta durante l’infanzia. Il bambino prova paura, non ansia. Il bambino può aver paura del buio, degli sconosciuti, dell’abbandono etc., ma l’ansia intesa come stato di agitazione interna, senso di insicurezza, forma di paura indistinta o paura senza oggetto si comincia a percepire e a vivere quando si entra nella fase della pre-adolescenza e dell’adolescenza e non è casuale, come nulla in natura. Mentre le paure e le fobie hanno un oggetto di riferimento specifico (ragni, topi, serpenti, luoghi aperti o luoghi chiusi etc), oggetto o situazione che viene percepito come minaccioso o  pericoloso, l’ansia che tutti conosciamo si relaziona per lo più ad una prova da superare (un classico è l’interrogazione o l’esame scolastico) prova il cui esito non è scontato per cui in questo caso la minaccia o il pericolo che scatena l’attivazione psicofisiologica, è quello di fallire. L’ansia è la paura di non farcela, di andare incontro ad un fallimento. Possiamo dire che entriamo in ansia tutte le volte che ci dobbiamo misurare con un compito, una prova, una sfida, in cui dobbiamo mostrare e dimostrare il nostro valore, le nostre capacità, quello che sappiamo e quello che sappiamo fare, detto in altre parole l’ansia si presenta tutte le volte che dobbiamo dimostrare quello che siamo. Siccome quello che siamo ci riconduce alla nostra identità, alla percezione di sé, e sappiamo che l’Adolescenza è per definizione la fase dell’età in cui si entra in uno stato di confusione di identità come la definisce Erik Erikson, in cui non si sa bene chi si è, perché non ci si riconosce più nel corpo che si abita né si capisce quello che si muove dentro, ecco che l’ansia si presenta tutte le volte che un aspetto di sé (sul piano fisico, o intellettuale, o sportivo) viene messo alla prova, valutato, esposto al giudizio. L’ansia in Adolescenza è quel vissuto che esprime quel senso di incertezza e insicurezza che si percepisce nell’in-definizione di sè. Non è quindi casuale che questo vissuto emotivo con tutte le varie sfumature quantitative (stato ansioso, crisi d’ansia, attacco di panico. etc.) si presenti in una fase in cui è proprio l’identità acquisita nel corso dei primi  dieci anni di vita ad andare in crisi e quindi la persona che la vive si trovi dentro una dimensione di confusione di identità. Come si fa a mostrarsi, a mettersi alla prova, a fare vedere chi si è se non si sa bene cosa si è? E’ evidente che ogni prova porta con sé la possibilità del fallimento e quindi sul piano emotivo la paura di fallire.

Adesso sappiamo, grazie alle Neuroscienze, che durante questa fase della vita c’è una maggiore eccitazione nelle strutture dell’area limbica e si suppone che questa maggiore attivazione sia funzionale alla creazione di nuove sinapsi che vanno a consolidare e articolare maggiormente nuove reti neurali che permettono il collegamento più complesso con altre strutture cerebrali e in particolare con i lobi prefrontali. La maturazione cerebrale di cui ci parlano le Neuroscienze che collocano in questo periodo della vita il raggiungimento dell’assetto neurobiologico individuale implica, attraverso quel fenomeno che viene chiamato plasticità neurale, il completamento dei collegamenti fra le varie strutture cerebrali. Detto in altre parole le varie strutture o i vari sistemi cerebrali iniziano a comunicare fra loro in modo più articolato e completo perché si sono completate “le strade” di collegamento (reti neurali) in cui scorrono le informazioni. E siccome le informazioni hanno una base biochimica in quanto le parole usate dalle cellule per comunicare fra loro (neuroni compresi) sono molecole chimiche (neurotrasmettitori, peptidi, ormoni etc) ecco che la famosa “tempesta ormonale” di cui si parla a proposito dell’Adolescenza altro non è che un proliferare di molecole che vengono prodotte e messe a disposizione dei vari sistemi neurobiologici per arricchire il linguaggio usato per comunicare fra loro in modo da poter gestire un numero più complesso di informazioni. La posta in gioco è un aumento della capacità di articolazione del pensiero e un maggiore controllo sui vissuti emotivi. Questo significa prepararsi ad entrare nel mondo degli adulti e questo significa acquisire una maggiore definizione di sé, cioè una propria identità.

La crisi adolescenziale (ricordiamo che il termine crisi deriva dal greco krisis che significa scelta, decisione) è una crisi di identità che porta con sé la necessità di scelte e decisioni. Sfuma l’identità costruita durante l’infanzia conseguente all’interazione e al rispecchiamento effettuato dalle figure parentali di riferimento, si entra in uno stato di confusione di identità in cui non si sa bene chi si è, ci si accorge che il corpo cambia e non è più lo stesso, ci si sente travolgere da emozioni più intense, si affacciano nuovi interessi e si colgono nuovi pensieri. Questa instabilità conseguente alla confusione di identità viene vissuta con disagio ed è proprio la necessità di far fronte a questo disagio che spinge l’individuo a muoversi e ad iniziare una sua personale ricerca. L’adolescente si sente spinto (spesso senza esserne consapevole) verso una ricerca di senso (chi sono), che ha come meta la definizione di una propria identità, e questa ricerca passa inevitabilmente attraverso esperienze, esperienze che come sappiamo producono nuovi apprendimenti e gli apprendimenti vecchi e nuovi sono alla base della costruzione dell’IO e quindi dell’identità. L’adolescente solitamente tutto questo non lo sa perché nessuno lo prepara a questo passaggio e a questa avventura, ma scoprirà dopo un certo arco di tempo, diciamo quando avrà 23/25 anni, che quel senso di incertezza e insicurezza che provava una decina di anni prima si sarà attenuato per  lasciare il posto ad una maggiore conoscenza di sé, ad una maggiore consapevolezza di sé in rapporto agli altri, ad una più consapevole gestione del propria vita emotivo-affettiva, avrà acquisito nel frattempo un bagaglio di competenze maggiore e questo grazie anche all’iter scolastico frequentato e avrà sviluppato un proprio sistema di giudizio etico-morale che lo aiuterà a discriminare le scelte future. Si sentirà più grande, magari non un adulto, ma sicuramente una persona che si sente più solida rispetto ad una decina di anni prima quando questo processo ha avuto inizio.

E’ evidente che questa ricerca, per la complessità che presenta, implica la necessità di una mente nuova. E infatti anche la dimensione cognitiva e l’organizzazione del pensiero vanno incontro in questa fase ad una espansione e trasformazione.

Jean Piaget all’interno della sua ricerca nel campo dell’epistemologia genetica aveva proposto negli anni ‘50 un modello di sviluppo cognitivo che partendo dall’infanzia arrivava all’adolescenza anticipando quello che qualche decennio dopo verrà confermato dalla ricerca neuroscientifica. Quello che ci suggerisce Piaget è che la mente, intesa come insieme di funzioni superiori che comprendono il pensiero logico e astratto, la coscienza, l’immaginazione, l’intuizione, la memoria e così via, nell’Adolescenza fa un salto che si caratterizza principalmente nell’espansione delle sue capacità. Non è solo il corpo che si espande, cresce diventa grande ma di pari passo anche la mente cresce e diventa più grande.

Il passaggio alla logica ipotetico-deduttiva e all’accesso alla dimensione astratta del pensiero permette all’adolescente di entrare in una dimensione nuova dove il mentale allarga i propri confini e si affaccia a nuove prospettive e questo gli permette di contemplare una realtà che va al di là di quella percepita concretamente dai sensi. La realtà diventa immaginabile. E’ il livello in cui è possibile immaginare la realtà, immaginare le possibili varianti del reale e immaginare come agire e modificare la realtà prima ancora di poterlo sperimentare, è lo stadio, per dirla con Piaget, in cui il bambino diventa scienziato.

Questo comporta una serie di conseguenze. L’adolescente non ha bisogno di fare esperienza della realtà per conoscerla, la può immaginare. Può elaborare le informazioni che gli provengono dalle esperienze che fa, per dar vita a costrutti mentali che non hanno la necessità di essere sperimentati per essere riconosciuti come veri, ma sono veri solo perché li ha pensati, li ha immaginati, li ha manipolati e modificati mentalmente. Questo conferisce all’adolescente un senso di potenza e superiorità. Assapora, pur non essendolo, il fatto di essere diventato grande, cioè adulto.

Che implicazioni possono esserci? Se la mente espande le sue capacità e allarga i suoi confini, allora si possono davvero vedere nuovi orizzonti. E’ dovuto a questo l’ampliamento di interessi tipico dell’adolescente. Non sa bene chi è, ma sente che dentro di sé quello che prova è diverso da quello che provava prima, sente che il suo mondo emotivo si sta arricchendo di nuove sensazioni, sente che la sua mente si fa più brillante e curiosa, coglie, per lo più in modo confuso e inconsapevole, che adesso è pronto per spiccare il volo e allora cosa fa?

Si affaccia al mondo ed inizia ad esplorarlo, perché percepisce che solo “là fuori” può capire chi è e che cosa può essere. Per fare questo ha bisogno di sentirsi libero, ha bisogno di prendere le distanze  da ciò che ha  rappresentato il suo mondo fino a quel momento. E siccome  il suo mondo nei primi 10 -12 anni di vita è stato rappresentato prevalentemente dalle relazioni con i propri genitori, ha bisogno di prendere le distanze non solo fisicamente da loro, ma dalle loro rappresentazioni interiorizzate, dal loro modo di pensare, sentire e valutare la realtà. E’ quel processo che gli psicologi  chiamano di individuazione e svincolo. L’adolescente ha bisogno di separarsi per potersi definire cioè individuare, perché solo differenziandosi è possibile cominciare a capire chi si è.

A questo punto cosa succede?

L’adolescente osserva i propri genitori e li vede diversi perchè la sua prospettiva è cambiata. Non sono più quegli esseri forti e potenti che sapevano sempre tutto e che avevano sempre ragione. Adesso quello che si sente potente è lui. Le figure genitoriali appaiono invece contradditorie, ambigue, incoerenti, false, in una parola inaffidabili. Come sanno tutti i genitori di adolescenti, iniziano le contestazioni, iniziano le critiche, iniziano le lunghe discussioni che diventano spesso territorio di una sfida fra intelligenze in cui l’adolescente si lancia in disquisizioni logiche, in cui va a cercare gli elementi deboli delle argomentazioni genitoriali e a infilarsi con argomentazioni critiche in cui evidenzia le loro contraddizioni. Questo lo sanno anche gli insegnanti perché questo esercizio di intelligenza critica e oppositiva viene portato anche nelle aule scolastiche. Ecco allora la sua tendenza alla polemica, all’opposizione discorsiva, alla pedanteria, all’assunzione di atteggiamenti provocatori, alla condivisione di tesi estremistiche, alla difficoltà a percepire oltre alla regola anche le eccezioni, a conciliare i desideri con l’azione e a riconoscere la componente di rischio di alcuni suoi comportamenti. Il suo universo mentale o cognitivo è estremamente egocentrico e quindi rigido, poco elastico perché se accettasse di esserlo verrebbe minata la sua onnipotenza logica sulla quale invece si aggrappa per cercare di darsi delle certezze. Quello che pensa diventa vero, solo per il fatto di essere pensato. Non c’è spazio per il dubbio. Il dubbio dà fastidio. Anche gli elementi della realtà che vanno a insinuare il dubbio vengono rimossi, tenuti fuori dalla spazio cosciente. Tutti i discorsi ascrivibili all’egocentrismo dell’adolescente, all’onnipotenza dell’adolescente, alla sua curiosità e voglia di sperimentare cose nuove per conoscere e farsi una sua personale idea del mondo sono la conseguenza di questo salto che la mente fa in questo periodo della vita.

Questa nuova disposizione determina una sorta di piacere a giocare con le idee e i contenuti mentali per cui si ha una notevole accelerazione dell’ideazione (sogni ad occhi aperti). Lo scoprire di possedere questa nuova facoltà dà una sensazione di onnipotenza (effervescenza). Tutto questo sembra in contrasto con la mutevolezza delle idee e delle opinioni, con gli sbalzi d’umore, con gli improvvisi cambiamenti a cui ci abitua l’adolescente, in realtà questa nuova facoltà ha bisogno, per consolidarsi, di novità  e quindi di nuovi oggetti, di nuove idee.

E’ come se l’adolescente avesse bisogno di nuovi stimoli, di nuove realtà con cui misurarsi per soddisfare una fame di conoscenza che a lui stesso risulta per molti versi nuova.

Questa sua propensione a cercare il nuovo, questo suo bisogno di conoscenza lo spinge verso il fuori, lo spinge verso il mondo dei coetanei con cui condivide idee, sensazioni, esperienze. Avendo lasciato il “porto sicuro” rappresentato dalla famiglia e accettato di navigare in mare aperto, non sapendo bene qual è la rotta, ha bisogno di compagni con cui condividere il viaggio. E’ noto che il mondo dei pari diventa in adolescenza la nuova famiglia di riferimento perché diventa il luogo dei rispecchiamenti, si condividono look, linguaggi, idee, passioni, esperienze, avventure perché questo condividere rinforza il rispecchiamento, ci si riflette nell’altro e quindi si diventa come l’altro, solo così ci si ri-conosce.

 

Droghe e Psiche

Le droghe sono oggetti che usano un linguaggio chimico per parlare alla dimensione psichica, come fanno del resto gli psicofarmaci. Non è casuale infatti che nel mondo anglosassone si utilizzi lo stesso termine drugs sia per indicare i farmaci che le droghe propriamente dette. Per capirne il funzionamento bisogna partire da una premessa che riguarda i sistemi neurobiologici. I sistemi neurobiologici sono delle reti neurali che coinvolgono differenti strutture cerebrali e che utilizzano come mediatore per comunicare fra loro una determinata molecola nota come neurotrasmettitore. Questi sistemi neurobiologici dialogano fra loro modulando quello che viene soggettivamente vissuto come sensazione, emozione, stato d’animo, pensiero e poi comportamento. Le droghe si inseriscono a questo livello alterando il dialogo fra questi sistemi, in questo modo influenzano e alterano la dimensione psichica nelle sua componente emotiva, cognitiva e comportamentale.

Il lavoro di Candace Pert negli anni Settanta, che ha portato alla scoperta dei recettori degli oppiacei a livello cellulare, ha aperto una strada.

Il punto di partenza della Pert, biochimica e psicofarmacologa del National Institute of Mental Health (NIMH) è stata questa considerazione: se assumendo una sostanza dall’esterno, come può essere una droga, ne sentiamo gli effetti significa che da qualche parte del corpo e del cervello ci sono dei siti a cui le molecole di tale sostanza possono agganciarsi. La ricerca di questi siti, indagando sugli effetti degli oppiacei, l’ha portata a scoprire l’esistenza dei recettori cellulari degli oppiacei. Il passaggio successivo su cui ha riflettuto Candace Pert è stata quest’altra considerazione: se nel cervello e nel corpo ci sono dei recettori che legano una certa sostanza assunta dall’esterno, significa che anche nel corpo vengono prodotte sostanze endogene simili per struttura a quelle esogene che si legano a quei recettori e questo tipo di ricerca l’ha portata a scoprire una particolare categoria di neuropeptidi che sono gli oppioidi endogeni (endorfine) per cui si è arrivati successivamente a identificare il cosiddetto sistema neurobiologico degli oppioidi endogeni. Si è scoperto che tale sistema svolge un ruolo nell’attivazione di varie funzioni all’interno sia del corpo che della psiche. Le endorfine svolgono come gli oppioidi esogeni (eroina, morfina, codeina, metadone. etc) un’azione analgesica ed eccitante, sono il nostro antidolorifico naturale e vengono rilasciate in quantità elevata quando l’organismo ne ha bisogno per attenuare l’impatto di stati dolorosi. Svolgono inoltre un ruolo nella percezione del senso di appagamento e benessere, controllano l’appetito, regolano il sonno, agiscono sulla termoregolazione e interferiscono nella secrezione di altre sostanze che regolano l’attività di altri sistemi neurobiologici.

Lo stesso discorso vale per il sistema neurobiologico degli endocannabinoidi. Identificati negli anni Novanta quando studiando l’azione della cannabis si arrivò alla scoperta dei recettori dei cannabinoidi (CB1 e CB2) e all’identificazione, da parte di un gruppo di ricerca israeliano, del primo endocannabinoide che venne denominato anandamide (dal sanscrito ananda che significa beatitudine) sono stati successivamente studiati scoprendo le molteplici interazioni. I recettori cellulari dei cannabinoidi sono fra i più diffusi sia a livello cerebrale che corporeo e sembra che questo sistema neurobiologico svolga un ruolo di modulazione sul funzionamento di altri sistemi agendo di conseguenza su molteplici livelli e funzioni. Influenza le funzioni cognitive superiori, giocando un ruolo sull’attenzione, sulla memoria, sulla capacità di apprendimento, sulla capacità di prendere decisioni, agisce sulla sfera emotiva amplificando la percezione emotiva sia nella direzione del benessere e felicità che nell’amplificazione di stati ansiosi. Interviene nel coordinamento motorio, nella percezione del dolore, agisce sul sistema immunitario, su quello cardiologico, modula la sensazione di sazietà e di appetito, svolge un ruolo di neuroprotezione cellulare e molte altre cose ancora.

Se i derivati dell’oppio e i derivati della cannabis agiscono direttamente su questi due sistemi, va detto che le droghe in generale (compresa eroina e marijuana) agiscono anche su altri sistemi neurobiologici come ad esempio quello serotinergico e dopaminergico e altri ancora. Consideriamo ad esempio il sistema serotinergico che utilizza come mediatore la serotonina e coinvolge varie strutture mesencefaliche collegandosi attraverso fasci neurali con le strutture limbiche tra le quali l’ippocampo e aree della corteccia cerebrale, vediamo che attraverso questi collegamenti la molecola della serotonina svolge un ruolo importante. Funziona come regolatore dell’umore, svolge un ruolo nel controllo dell’appetito, del sonno, dell’attivazione energetica psicofisica e della modulazione del dolore. Gioca un ruolo nel contenimento dell’aggressività e più in generale favorisce l’equilibrio della reazione emotiva. L’interesse per questa molecola ha influenzato la ricerca farmacologica  per cui i moderni antidepressivi i cosiddetti SSRI (selective serotonin reutake inhibitors) agiscono inibendo la ricaptazione della serotonina e permettendo di mantenere alti i livelli di  serotonina a livello sinaptico. La ricerca scientifica suggerisce che le sostanze psicoattive soprattutto ad effetti psichedelici, cioè alteranti della percezione, come l’LSD, o l’ecstasy (MDMA) e affini o la cannabis interagiscano con questo sistema innalzando i livelli di serotonina a livello sinaptico tanto che possono portare a quella che viene conosciuta come sindrome serotinergica che implica stati di allucinazione, agitazione, confusione mentale, ipertermia, sudorazione, ipertensione, tachicardia, nausea e altro.

E’ dimostrato inoltre che tutte le droghe interagiscono in modo specifico con il sistema dopaminergico che ha come centrale il ruolo della dopamina, un altro importante neurotrasmettitore. Anche questo sistema, come il precedente, vede una serie di diramazioni dall’area mesencefalica, in particolare dalla substantia nigra e dall’area tegmentale ventrale da cui partono collegamenti neurali con il nucleo accumbens, l’amigdala e ippocampo (strutture limbiche) e con le strutture mesocorticali, area frontale e prefrontale. E’ noto il ruolo della dopamina nel cosiddetto sistema di ricompensa che vede collegati fasci neurali che interessano aree corticali frontali e prefrontali, strutture del sistema limbico e il midollo allungato; questo sistema modula tutte le nostre percezioni piacevoli e gratificanti (cibo, sesso, gioco, musica, droghe etc.).

I circuiti dopaminergici giocano un ruolo importante anche nell’espressione del comportamento emozionale, nella motivazione, nell’attenzione, sulla memoria di lavoro e nell’apprendimento e come si diceva nella gratificazione e capacità di provare piacere. Tutte le droghe agiscono liberando a livello sinaptico dopamina all’interno di questo sistema. Gli effetti piacevoli che le varie sostanze psicoattive producono al di là della specifica azione sul sistema nervoso centrale (psicostimolante, psicodepressiva, psicodislettica) sono dovute all’aumento di dopamina a livello sinaptico all’interno del sistema di ricompensa o gratificazione. Anche in questo caso l’eccesso di dopamina può portare a conseguenze negative, come eccessiva euforia (stato maniacale), agitazione e movimenti incontrollati, esordio psicotico, schizofrenia, e disturbo bipolare.

Quello che ci interessa sottolineare al fine di comprendere gli effetti delle sostanze è che l’assunzione di droghe, non importa quali perché a questo livello agiscono tutte allo stesso modo, implica un aumento di certe molecole nell’ambito dei sistemi neurobiologici o perché vanno ad aggiungersi a molecole simili prodotte dall’Organismo come nel caso degli oppioidi e dei cannabinoidi, o perché stimolano il rilascio di altre molecole come nel caso della serotonina o della dopamina (ma potremmo parlare anche di altri neurotrasmettitori e di altri sistemi neurobiologici) e questo fatto comporta un aumento delle sensazioni provate dalla persona con relativo riflesso psicologico.

Da un punto di vista psicologico le testimonianze dei consumatori di sostanze psicoattive riportano un dato comune, indipendente dalla tipologia di sostanze usate, che si può sintetizzare come la descrizione di uno stato di benessere diffuso che interessa l’intera unità psicosomatica nel suo insieme. Non è solo la sensazione di piacere diffuso che il corpo sente e trasmette alla mente, ma è la percezione della realtà e soprattutto la percezione di se stessi nella realtà a subire il cambiamento maggiore. Il consumatore di sostanze non solo si sente meglio in termini di benessere psicofisico e quindi a seconda della  tipologia di sostanza usata vivrà con soddisfazione uno stato di rilassamento, di euforia, di eccitazione, di appagamento, di felicità, ma si sente soprattutto migliore, cioè sente potenziate alcune sue caratteristiche che gli rimandano l’idea che sotto effetto di determinate sostanze ha performance sociali o intellettuali superiori a quelle che si riconosceva. Il fatto di sentirsi diversi ma soprattutto migliori rappresenta l’elemento chiave del legame narcisistico che si verrà a costruire con la sostanza. Le droghe liberando sostanze endogene provocano un aumento di  sostanze a livello sinaptico interessando i vari sistemi neurobiologici coinvolti che sono alla base del funzionamento psichico, per cui quello che il consumatore soggettivamente percepisce è l’esperienza di potenziamento del suo funzionamento psichico. Detto in altre parole l’effetto delle droghe permette di sperimentare l’illusione di essere diversi da quello che si è, creando così la premessa per la costruzione di un falso Sé. Quello che si sperimenta nella fase dell’alterazione è la riduzione della distanza fra quello che potremmo chiamare Sé reale e il Sé ideale, cioè fra quello che si pensa di essere e quello che si vorrebbe e potrebbe essere.

Negli anni Settanta/Ottanta quando il fenomeno droga ha cominciato a interessare la nostra società ed era cominciata l’osservazione clinica di questi nuovi e strani pazienti, autori come Claude Olivestein in Francia e Luigi Cancrini in Italia entrambi psichiatri e psicoanalisti, avevano fra i primi  introdotto il concetto di “luna di miele” con la sostanza per sottolineare il livello di “innamoramento” che caratterizza la fase iniziale del consumo. L’innamoramento per la sostanza di cui parlavano non riguardava tanto la sostanza in sé, quanto il fatto che quella sostanza permette magicamente di operare una trasformazione (metamorfosi) a livello psichico realizzando così il desiderio di essere ciò che si desiderava essere. La droga viene vissuta come lo strumento che permette improvvisamente di percepirsi con una nuova identità, una identità piacevolmente più piena e soddisfacente e questo innesca un nuovo modo di percepirsi centrato su un senso di onnipotenza narcisistica. E’ questa sensazione di onnipotenza o di pienezza che il consumatore ricerca nella sostanza una volta sperimentata. Il fatto poi che le conseguenze dell’esperienza non siano immediatamente negative, per cui i postumi delle prime assunzioni solitamente non lasciano tracce negative né sul corpo né sulla psiche illude il consumatore di poter gestire e governare gli effetti della sostanza, predisponendolo alla continuità d’uso.

Ogni innamoramento, sappiamo, implica un forte attaccamento all’oggetto d’amore, per cui possiamo dire che ogni innamoramento è tale perché si basa su una dipendenza (non necessariamente patologica) dall’oggetto d’amore. E’ così anche nel mondo della droga. E’ vero che ci si innamora della sostanza, ma in realtà ci si innamora di quello che si diventa grazie agli effetti di quella sostanza. Ci si innamora di se stessi per come si diventa sotto effetto di quella sostanza dove ci si scopre ad esempio più spigliati, più comunicativi, più aperti, più riflessivi, più profondi, più intelligenti, più affascinanti, con tutti i connotati emotivi che queste sensazioni evocano, in altre parole ci si sente più felici. Si sperimenta l’illusione di essere ciò che non si è. E’ questo il grande inganno delle droghe. Come si fa a tornare ad accettarsi o a riconoscersi per come si era, se si è sperimentata la possibilità di essere migliori? Questo stimola, spinge a riprovare quell’esperienza, il desiderio di ritrovarsi e riviversi in quella dimensione è di fatto alla base della dipendenza psicologica che ogni sostanza psicoattiva innesca. Se alcune droghe, sappiamo, danno una coinvolgente dipendenza  fisica (eroina e cocaina in primis) altre invece non sembrano dare una altrettanto chiara dipendenza fisica (cannabis, metamfetamine, LSD), tutte però innescano una dipendenza psicologica centrata sul desiderio di riprovare certi effetti psico-somatici. Questo di fatto è il Craving inteso come forte desiderio della sostanza. Il Craving è l’espressione della dipendenza psicologica, è il desiderio di tornare a percepirsi come si era sperimentato durante l’effetto della droga (Sé ideale). Senza l’effetto della droga si torna ad essere quello che si era (Sé reale) percependosi con le proprie fragilità, le proprie insicurezze e paure, in definitiva con i propri limiti e questo può diventare insoddisfacente se non proprio intollerabile. Questo predispone alla ricaduta, non solo nella fase iniziale del consumo ma anche dopo quando si è instaurata una dipendenza vera e propria.

Chi si occupa di dipendenze patologiche da tempo sa che il periodo della cosiddetta “luna di miele” non dura all’infinito. Dal consumo occasionale si passa ad un consumo più continuativo se non a forme di abuso in cui l’assunzione implica alti dosaggi in un ristretto arco di tempo. A questo punto di solito le sensazioni cominciano a cambiare, probabilmente l’iperstimolazione dei circuiti dei vari sistemi neurobiologici coinvolti comincia a dare effetti avversi e la percezione di onnipotenza narcisistica cede il passo a forme di alterazione sgradevole (maniacalità, depressione, scompenso). Solitamente, la percezione di un cambiamento in senso peggiorativo della situazione non induce il consumatore ad una riflessione critica sul ruolo giocato dalle sostanze sulla sua dinamica psichica, anzi lo spinge verso un aumento del dosaggio nella speranza di ottenere gli effetti desiderati e questo lo colloca decisamente dentro una dipendenza patologica.

Quando la consapevolezza di essere in trappola diventa evidente ci sono i primi tentativi di uscirne da soli e la persona decide di affrontare l’astinenza da sola o con l’aiuto di farmaci. L’astinenza è secondo la letteratura, quella sindrome connotata da una variegata tipologia di sintomi conseguenti la sospensione dell’uso di determinate sostanze. Solitamente quando si parla di astinenza si pensa all’astinenza fisica e a seconda delle sostanze usate c’è ormai una prassi clinica consolidata nella gestione di questo disturbo. Si parla poco dell’astinenza da un punto di vista psicologico e quando se ne parla si parla per lo più di nervosismo, agitazione, stati ansiosi, insonnia, astenia, cambiamento d’umore in senso disforico. In realtà seguendo i discorsi fatti finora, chi decide di sospendere l’uso di droghe si ritrova a vivere un senso di mancanza, perché decide di separarsi dall’oggetto d’amore e questa mancanza induce inevitabilmente una dimensione di nostalgia (che come il desiderio è figlia della memoria) che rappresenta l’anticamera della tristezza. La tristezza prolungata nel tempo porta alla depressione. La depressione nelle sue varie sfaccettature quantitative è il vero ostacolo all’emancipazione dalle dipendenze. Oggi vediamo che la “famiglia “ delle dipendenze patologiche è cresciuta notevolmente nel corso degli ultimi decenni. Dalla tossicodipendenza conosciuta negli anni Settanta (centrata sulla diffusione dell’eroina) siamo arrivati ad oggi ad un panorama molto più variegato per cui oltre che alla dipendenza dalle varie droghe, si parla di dipendenza digitale comprendendo tutte quelle forme di attaccamento a strumenti digitali (computer, internet, smartphone, social network) si parla di gioco d’azzardo patologico e di altre dipendenze comportamentali.

Parliamo di oggetti diversi e situazioni diverse, l’aspetto comune è che inducono nel soggetto coinvolto vari livelli di attaccamento e quindi di dipendenza, pertanto cercare poi di separarsi da questi oggetti significa inevitabilmente confrontarsi con il senso di vuoto, con il peso della mancanza, e con tutti quei vissuti emotivi fatti di nostalgia, di tristezza e quindi di depressione che rendono difficile il distacco e l’emancipazione.

Oggi parlare di cura psicologica delle dipendenze patologiche significa occuparsi dei vissuti depressivi conseguenti alla mancanza e rinuncia dell’oggetto d’amore. In questo senso troviamo molte cose in comune con la rielaborazione del lutto. In entrambi i casi il vissuto depressivo si confronta con la perdita dell’oggetto d’amore e in entrambi i casi si tratta di accettare la mancanza e tentare di riempire il vuoto dell’assenza.

La differenza fra le due situazioni è sulla natura impermanente dell’oggetto, nel caso della morte la perdita dell’oggetto è permanente mentre nel caso delle droghe no, in quanto si sa che è sempre possibile tornare a cercarle e ad acquistarle (ricaduta). Centrale nella cura ed emancipazione dalle dipendenze è non solo un lavoro di prevenzione delle ricadute, ma anche un lavoro psicologico sulle ricadute (quasi sempre presenti) perché spesso si nota che lavorando sui significati e sui meccanismi della ricaduta è possibile accettare, favorire e rinforzare la distanza dall’oggetto d’amore.

 

Adolescenza e Droghe

Abbiamo visto che l’Adolescenza è quella fase della vita in cui sia il corpo che la mente vanno incontro a trasformazioni ed espansioni, questa è la crescita. Lo scopo è quello di chiudere con il mondo dell’infanzia e prepararsi ad entrare in quello degli adulti. Da un punto di vista psicologico si tratta di un periodo instabile e confuso, ma è proprio questa instabilità che diventa funzionale ad innescare un processo di personale ricerca volto a ridefinire quello che si è in termini di identità. Lo scopo evolutivo insito in questa fase della vita, che passa attraverso lo svolgimento di determinati compiti di sviluppo, è la definizione di una propria identità (chi sono). Abbiamo visto che il confine fra corpo e mente, passa attraverso molecole che vengono liberate all’interno di complessi sistemi neurobiologici che innescano processi che sono allo stesso tempo sia biologici che psichici.

L’idea di Candace Pert, che oltre agli oppioidi endogeni ha scoperto una sessantina di altri neuropeptidi (e secondo lei la ricerca non è conclusa), è che l’intera gamma di neuropeptidi costituiscano la base biochimica delle emozioni e che ogni peptide rappresenti in qualche modo una “tonalità” emotiva.

Secondo la Pert quello che soggettivamente avvertiamo come emozione è il risultato dell’azione dei neuropeptidi e del loro legarsi con degli specifici recettori. I neuropeptidi sono molecole che “viaggiano” nel corpo muovendosi attraverso i liquidi corporei in attesa di legarsi con specifici recettori cellulari dando vita ad una sensazione o veicolando un messaggio. Sono dal suo punto di vista delle sostanze informazionali che attivano processi di varia natura. In effetti la paura che proviamo ci informa della presenza di un pericolo o di una minaccia, la tristezza che qualcosa a cui tenevamo molto è andato perduto, la gioia ci informa che un nostro desiderio o una nostra aspettativa si è realizzata e cosi via.

La Pert si spinge ad ipotizzare che la mente sia costituita essenzialmente da informazioni che non sono collocate o elaborate solo nel cervello ma sono informazioni che scorrono e compenetrano l’intero corpo, comunicando con la realtà fisica grazie ai neuropeptidi.

Le droghe abbiamo visto agiscono a questo livello e svolgono una azione che interessa in modo particolare la dimensione emotiva. Agiscono amplificando  o riducendo la sensazione emotiva a cui è legata la nostra soggettiva percezione di benessere o malessere.

Che impatto possono quindi avere  le varie sostanze in una fase incerta, indefinita, confusa ma anche ricca di possibilità come l’Adolescenza? Che tipo di azione possono esercitare le droghe sulla psiche di un adolescente che come abbiamo visto è già psicoattiva di suo, sia sul piano mentale che emotivo? E con quali conseguenze?

Crediamo che l’azione delle droghe si sintonizzi con l’espansione in atto che l’adolescente sta sperimentando amplificandola ulteriormente sia sul piano emotivo che mentale. E’ questo l’aspetto piacevole e allo stesso tempo pericoloso dell’esperienza, è per questo motivo che l’adolescente torna a farne esperienza. Si percepisce diverso, alcuni aspetti di sé che si erano affacciati alla sua esperienza si potenziano e questa dimensione gli piace. Abbiamo già sottolineato che le droghe, tutte le droghe nella fase iniziale del consumo funzionano da potenziamento delle varie funzioni dell’IO  e questo accade anche in Adolescenza. Sul piano soggettivo questo potenziamento accelera la definizione di una propria identità in quanto il come ci si percepisce e quindi il come ci si sente,  viene legittimato dalla sensazione di benessere provata.

Per rendere più chiaro il discorso passeremo in rassegna alcune sostanze usate dagli adolescenti, ci soffermeremo sui loro effetti comparandoli con la dinamica psichica in atto in Adolescenza.

Partiamo dalla cannabis, la sostanza illegale più usata al mondo e anche la più usata dagli adolescenti, è una sostanza che stimola l’ideazione, velocizza i pensieri e le immagini mentali, durante l’effetto sembra che la mente corra da sola, i pensieri e le immagini mentali si alternano come gli spicchi colorati di un caleidoscopio, non c’è bisogno di pensare perché la mente si muove in autonomia, pensa da sola e il problema semmai è quello di dare una direzione al corso dei pensieri e delle immagini mentali che rischiano di finire e collocarsi su binari imprevedibili. Siamo nel pieno di un accelerato sogno ad occhi aperti, di un fantasticare libero e senza confini, ma non è quello che già fanno gli adolescenti? Ecco il potenziamento della tendenza in atto. Sul piano emotivo  inoltre la cannabis è noto mette di buonumore, rende allegri. permette di cogliere il lato comico della realtà, portando a ridere senza apparente motivo, tutto diventa più ridicolo e assurdo un po’ come avviene anche durante l’ebrezza alcolica. Anche questo è una aspetto piuttosto tipico dell’Adolescenza, l’adolescente è portato a prendere le cose con ironia, ad usare un linguaggio ironico e paradossale che sollecita il riso soprattutto nei compagni, perché il rendersi simpatici e divertenti facilità l’interazione gruppale e la possibilità di essere accettati dagli altri. 

Il fatto che raramente ci siano nell’immediato effetti avversi rende questa sostanza apprezzabile, facendo passare l’idea che la si può usare senza problemi. I problemi cominciano ad evidenziarsi nel tempo soprattutto quando l’uso diventa continuativo e spesso giornaliero. L’effetto potenziamento di aspetti psichici sia intellettuali che emotivi tende a ridursi e a svanire, le performance scolastiche diminuiscono assieme al rendimento e alla capacità di concentrazione, anche se raramente lo studente associa il peggioramento della vita scolastica all’uso di cannabis. Anche l’umore cambia e il senso di divertita e spensierata pienezza lascia progressivamente il posto a malumore, irritazione, apatia e ad una crescente aggressività che si esprime di solito non durante il consumo ma dopo quando gli effetti sono diminuiti o passati. Gli aspetti, messi in evidenza sia dalla letteratura che dalla osservazione clinica riguardanti l’uso prolungato del consumo di questa sostanza portano l’attenzione su due aspetti:  sull’aggressività e sulla depressione. Probabilmente il potenziamento del principio attivo (delta 9 tetraidrocannabinolo – THC) della cannabis posta sul mercato, come si registra ormai già da un paio di decenni, rende questa sostanza particolarmente neurotossica. E’ molto probabile che in una fase evolutiva come l’Adolescenza in cui i vari sistemi neurobiologici vanno a completare le reti neurali di connessione, l’uso prolungato di questa sostanza interferisca e alteri il funzionamento di quelle strutture cerebrali che sono deputate al controllo degli impulsi e alla stabilizzazione dell’umore, strutture che vanno a maturazione proprio negli anni dell’Adolescenza. Se il fenomeno dell’aggressività legato al consumo continuativo di cannabis è una osservazione relativamente recente, gli aspetti invece depressivi nei consumatori di lunga data è cosa nota. L’uso di cannabis nel tempo induce depressione. “ Se fumo la vita mi sembra a colori, quando non fumo mi appare in bianco e nero”, sono le parole di un adolescente seguito in psicoterapia che rendono bene l’idea del vissuto depressivo e della necessità (dipendenza) di usare tale sostanza per dare colore alla propria vita. Ultima nota che va a chiudere il discorso sulla cannabis riguarda quello che viene segnalato come un aumento significativo negli ultimi anni degli accessi al Pronto Soccorso di ragazzi a seguito di uno scompenso psichico conseguente all’uso di cannabis.  Fenomeno questo che si era conosciuto negli anni Settanta/Ottanta fra i consumatori di LSD ma di certo non fra i consumatori di cannabis. Anche questo aspetto probabilmente è da ascriversi all’eccessivo aumento del THC nella cannabis presente nel mercato e alle condizioni di eccessivo consumo o di franco abuso di questa sostanza.

L’altra sostanza che sembra avere un certo appeal fra gli adolescenti e i giovani è l’ ecstasy e affini, vale a dire tutta la gamma delle metamfetamine o simili. L’ecstasy o MDMA, o MD, o XTC, assieme agli altri numerosi nomi con cui è conosciuto  il 3,4-metilenediossimetanfetamina, è una sostanza presente sul mercato da più di trent’anni. Pur essendo una sostanza “vecchia”, ricordiamo che fu sintetizzata per la prima volta nel 1912 dai laboratori della Merck, azienda farmaceutica tedesca, divenne sostanza d’abuso alla fine degli anni ottanta, diventando “la regina” degli scenari musicali degli anni novanta con la diffusione di un nuovo genere di musica (Tecno, House, Acid ..,) caratterizzata da grande raduni (rave) spesso clandestini o all’interno di discoteche che riproponevano quel tipo di musica. Tutt’ora l’ecstasy è associato a momenti di divertimento, feste, ballo etc. Va detto che per i suoi effetti riduttivi dell’ansia e la sua capacità di favorire l’empatia venne usato per un periodo in contesti psicoterapeutici, coadiuvando trattamenti sia individuali che di coppia o di gruppo, da quando il chimico Alexander Shulgin scoprendone il potenziale empatico lo propose a psichiatri e psicoterapeuti. Venne dichiarato illegale nel 1985 negli U.S.A. e nel 1988 in Italia.

Questa sostanza agisce liberando a livello sinaptico noradrenalina, dopamina ma soprattutto serotonina che è la principale protagonista dei suoi effetti psicoattivi.

L’MDMA è una sostanza che produce una spiccata euforia e senso di apertura, predispone al contatto con l’altro, la diffidenza e la paura dell’incontro si sciolgono, ci si sente in sintonia, ci si riconosce, ci si sente uguali e vicini. Predispone ad una dimensione fusionale con l’altro, con la musica, con il contesto, creando sensazioni di amorevole pienezza, di vicinanza emotiva e soprattutto di felicità condivisa. Questa dimensione di vicinanza empatica, di intimità, di identificazione con l’altro, appartiene e viene ricercata dall’adolescente e diventa il collante delle relazioni fra pari che va a soddisfare il forte bisogno di appartenenza, soprattutto in seguito alla presa di distanza e allo svincolo dalle relazioni familiari. Non sapendo bene chi è l’adolescente ha bisogno di identificazioni, ha bisogno di rispecchiarsi nel proprio simile, ha bisogno di riconoscersi, per sentirsi come l’altro attraverso la condivisione, si è detto, di vari aspetti come l’abbigliamento, il  linguaggio, i gusti musicali, le mode etc.

L’ecstasy e affini sembra offrire una risposta molto potente a questo bisogno di identificazione e di fusionalità. I rischi collegati all’assunzione di queste sostanze sono noti. Sono sostanze, anche per il contesto in cui vengono assunte (ballo, disidratazione, mix con altre sostanze) che possono essere mortali. C’è quindi un rischio in acuto, legato alla quantità di sostanza assunta, alla composizione della stessa spesso tagliata con sostanze nocive, al mix con alcol o cannabis. I rischi segnalati dalla letteratura riguardano l’ipertermia e quindi un aumento notevole della temperatura interna (anche superiore ai 40 gradi) che associata alla disidratazione può essere molto pericolosa, si parla di insufficienza  renale acuta, di possibili crisi cardiaca, di danni epatici, di coma etc. I casi di morte di adolescenti per l’assunzione di queste sostanze, durante rave o raduni musicali, fanno parte della cronaca degli ultimi vent’anni.

Nel tempo l’assunzione di metamfetamine comporta disturbi riguardanti soprattutto l’alterazione del  tono dell’umore in senso disforico. Con la continuità d’uso o l’abuso protratto subentrano apatia, insonnia, insoddisfazione, malumore e un senso di tristezza diffuso. Vanno segnalati anche in questo caso il rischio di scompensi psichici legati alla quantità di sostanza assunta, alla continuità d’uso e anche a caratteristiche di vulnerabilità individuali che rendono possibile uno squilibrio e uno scompenso che richiede una osservazione e un trattamento farmacologico di competenza psichiatrica.

Altra sostanza che sta interessando sempre più (purtroppo) un target molto giovane e che nel corso degli anni ha stabilito una insospettabile continuità con l’ecstasy e affini, è l’eroina. L’eroina è una droga che ha segnato la storia del fenomeno delle dipendenze nel nostro paese a partire dalla sua comparsa verso la metà degli anni Settanta. Una cosa poco nota è che il rilancio del consumo di eroina è passato soprattutto negli ultimi quindici anni come conseguenza del notevole consumo di ecstasy e metamfetamine. Il collegamento fra queste due diverse categorie di sostanze è che l’ecstasy e affini sono sostanze eccitanti, psicostimolanti che inducono uno stato di euforia e di iperattivazione notevole sia sul piano fisico che mentale e quindi se l’eccitazione indotta dal consumo diventa eccessiva, oppure eccessivamente protratta, i consumatori vengono istruiti da chi gli vende queste sostanze, che con l’utilizzo di eroina è possibile ridurre lo stato eccitatorio gestendolo meglio. Gli adolescenti visti in consultazione spesso raccontano che una dose di eroina viene regalata agli acquirenti di ecstasy come sedativo di emergenza. Nell’anamnesi tossicologica dei giovani dipendenti da eroina degli ultimi vent’anni si scopre, ormai come una costante, che il passaggio all’uso di eroina è avvenuto sulla scia di un protratto consumo di ecstasy e affini. Lo scompenso o l’agitazione psichica conseguente all’uso di ecstasy trova nell’eroina una sostanza calmante e riequilibrante. Dai racconti di questi ragazzi si scopre che in un tempo relativamente breve il consumo squilibrante degli psicostimolanti viene abbandonato per passare ad un più stabilizzante uso continuativo di eroina. In questo senso va sottolineato che anche le modalità di consumo dell’eroina sono cambiate rispetto agli anni Settanta. L’utilizzo della siringa che nell’immaginario collettivo identificava l’eroinomane di allora è sempre meno frequente ed è  praticamente assente nei giovani consumatori di oggi, che casomai  identificano in tale modalità di assunzione il passaggio dal consumo alla tossicodipendenza intesa come ultimo stadio di un percorso che trent’anni fa Cancrini chiamava "carriera tossicomanica", per definire appunto i vari passaggi che connotavano l’instaurarsi di una franca dipendenza patologica. La modalità di consumo attualmente preferita è quella fumata o attraverso l’inalazione dei fumi della sostanza riscaldata.

L’eroina è una sostanza molto particolare, sintetizzata nel 1897 da Felix Hofmann, chimico della casa farmaceutica tedesca Bayer, venne commercializzata come sostanza in grado di curare tra l’altro, la dipendenza da morfina di cui all’epoca si faceva grande uso soprattutto come analgesico e antidolorifico di guerra, tanto che la dipendenza da morfina allora veniva allora chiamata “la malattia del soldato” perché visto i numerosi conflitti bellici che avevano attraversato l’Ottocento, la morfina era il farmaco d’eccellenza utilizzato per portare sollievo ai feriti. Da sottolineare che Hofmann poche settimane prima aveva, attraverso un processo di acetilazione applicato all’acido salicilico ottenuto l’acido acetilsalicilico, commercializzato poi come Aspirina, per cui aveva applicato lo stesso procedimento alla morfina ottenendo la diacetilmorfina, cioè l’eroina.

Questa sostanza da un punto di vista psicologico induce una anestesia generalizzata sia sul piano mentale che emotivo. Gli oppiacei sono noti per le proprietà analgesiche, antidolorifiche e sedative e tutt’ora in campo medico rappresentano per le loro proprietà un farmaco particolarmente efficace nella cura del dolore. Meno noti sono gli effetti psichici. Con l’assunzione  gli oppiacei esogeni vanno ad aggiungersi a quelli endogeni, si crea “un’onda” di piacevole calore ed appagante euforia, per lasciare poi il posto ad una sensazione di nirvanica indifferenza. La definizione che danno tutti i consumatori di eroina indipendentemente dall’età, è che ogni problema, tensione, preoccupazione, pensiero, svanisce. E’ l’anestesia dell’anima, l’assenza di ogni preoccupazione e di ogni turbamento emotivo, è la pace dei sensi, la beatitudine indifferente del vuoto che si fa pieno del nulla.

Se pensiamo all’Adolescenza con i suoi alti e bassi, le forti sensazioni, le contrastanti  emozioni, la timidezza, l’ansia accentuata, i pensieri ossessivi e persistenti sul tema del chi sono, se piaccio o se non piaccio, se sono bello o se sono brutto, è facile immaginare che l’incontro con l’eroina annulli tutto questo concedendo una insensibilità che produce un insperato sollievo. Se l’eroina annulla ogni contrasto interno, ogni contraddizione interna, risulta evidente il livello di rischio che gli adolescenti corrono nell’incontrare questa sostanza. E’ davvero difficile trattare un adolescente eroinomane, perché il livello di consapevolezza  rispetto alla situazione che sta vivendo e al livello di dipendenza a cui andrà incontro è pressochè nullo. A loro interessa la sensazione di quiete, di indifferente beatitudine che provano e che non hanno mai provato prima. Come abbiamo già detto, è proprio il contrasto interno, il conflitto interiore, le sensazione di una identità confusa e incerta che spinge e innesca una ricerca. Senza malessere non c’è ricerca, perché è proprio il malessere che spinge a sperimentare per cercare di trovare un nuovo equilibrio, una nuova identità. Se il malessere viene annullato, attraverso l’uso di una sostanza come l’eroina, non ci sarà ricerca, perché quello che si voleva lo si è già trovato ed ha un nome, eroina.

Ho avuto la fortuna di lavorare 15 anni in una Comunità Terapeutica Diurna (CTD), dove all’interno del programma terapeutico che avevamo definito, conducevo due gruppi di psicoterapia alla settimana. La considero una fortuna perché conoscere ragazzi in un contesto di non uso di droghe è stato molto significativo e illuminante, perché una persona che usa sostanze non è più la stessa, è un’altra persona. La droga cambia sempre chi la usa. Gli ospiti avevano un’età variabile dai 18 ai 30 – 35 anni tutti con esperienza di dipendenza da eroina alle spalle. Allora negli anni Ottanta arrivavano ai servizi dopo un certo numero di anni di consumo esclusivamente ragazzi con problemi di eroina. Per entrare in CTD dovevano essere disintossicati per cui dovevano iniziare un trattamento disintossicante presso il SerD e in contemporanea iniziavano una serie di incontri assieme ai genitori con noi operatori della CTD chè li accompagnavano fino all’ingresso in struttura, una volta smesso sia con l’eroina che col metadone.  L’aspetto che mi ha maggiormente colpito, dopo alcuni anni di lavoro e condiviso anche con gli altri colleghi che concordavano su questo, era che indipendentemente dall’età le persone manifestavano degli aspetti psicologici che erano del tutto simili a quelli che anche noi avevamo vissuto durante l’Adolescenza: senso di insicurezza, ansia generalizzata, paura di mostrarsi, timore di non essere accettati, difficoltà con l’autorità e con l’assunzione di responsabilità, difficoltà di relazione con l’altro sesso, etc. Questo indipendentemente  che i soggetti avessero 18 o 30 anni. Questo significava che pur essendo passati gli anni questi soggetti erano rimasti fermi da un punto di vista psicologico ad un’età compresa fra  i 14 e i 18 anni, cioè a quando avevano iniziato ad usare droghe. Per certi aspetti era come se il tempo psicologico si fosse fermato. Ecco la stagnazione di cui parla Erikson. Da un punto di vista psicologico non erano cresciuti, erano rimasti fermi. Non c’era stata ricerca, non c’era stata sperimentazione, non c’era stata evoluzione e se non c’è evoluzione non ci può essere crescita. L’idea abbastanza comune che l’eroinomane difficilmente si esprimi secondo una dimensione adulta e conservi anche col passare del tempo una natura infantile, si spiega nell’anestesia interiore che questa sostanza induce e che impedisce ogni ricerca evolutiva.

E’ questa a mio avviso la trappola principale che vive chi finisce dentro la spirale di dipendenza da eroina. Certo c’è la dipendenza fisica con i suoi connotati astinenziali, come spesso c’è una seria compromissione sanitaria, c’è il rischio overdose, ma il vero rischio che corre un adolescente che inizia ad usare eroina è quello di fermare il tempo psicologico con tutto quello che ne consegue, perché è davvero difficile accettare di “svegliarsi” un giorno, magari a 30 anni e scoprire di avere gli stessi problemi psicologici che si avevano a 15. La difficoltà di accettare questa constatazione è spesso motivo di ricaduta anche in programmi comunitari apparentemente ben riusciti.

Ultima sostanza che andiamo a prendere in considerazione è l’alcol perchè è un’altra sostanza frequentemente usata dagli adolescenti. Anzi spesso l’alcol è la sostanza che fa da coadiuvante all’uso di altre sostanze soprattutto di tipo metamfetaminico. Numerose e piuttosto costanti nel tempo sono le segnalazioni di accessi al Pronto Soccorso, dove il quattordicenne o il quindicenne arriva in coma etilico perché come si sa gli adolescenti (e le femmine in particolare) sono carenti dell’enzima alcol deidrogenasi, (ADH) che a livello epatico svolge il compito di metabolizzare la molecola alcolica permettendone lo smaltimento. Questo significa che pur bevendo quantità non eccessive di bevande alcoliche non esistendo a livello epatico questa funzione, l’alcol continua ad essere presente a livello ematico e quindi rimane in circolo arrivando senza particolari filtri e limitazioni al cervello. L’alcol solitamente è la prima sostanza psicoattiva che l’adolescente incontra, per cui lo stato di alterazione psichica viene solitamente sperimentato con l’uso di alcolici.

Come sostanza, per gli effetti che provoca, ha molte cose in comune con la cannabis, l’ebrezza alcolica ha caratteristiche simili a quella indotta dalla cannabis, l’utilizzo in senso socializzante, consumato in compagnia in modo da favorire le interazioni fra pari, l’induzione al riso e a una certa allegria, rendono l’esperienza alcolica simile a quella con cannabinoidi.

Probabilmente l’alcol ha un effetto maggiormente sedativo rispetto alla cannabis, mentre la cannabis può liberare quote significative di ansia, l’alcol invece tende a ridurre l’ansia soprattutto quella sociale, e questo per l’azione diretta che l’alcol esercita sul  GABA (acido y-amino-butirrico) un neurotrasmettitore che esercita una azione fortemente inibitoria a livello di sistema nervoso. Va detto che l’alcol interagisce anche con i vari sistemi menzionati dagli oppioidi ai cannabinoidi endogeni, dal sistema serotinergico a quello dopaminergico e questo spiega la sensazione di benessere, allegria, disinibizione iniziale per passare poi con l’aumento del tasso alcolemico ad una azione invece sedativa e depressiva del sistema nervoso. Proprio il carattere disinibitorio dell’alcol viene messo in relazione con i comportamenti a rischio espressi da adolescenti e giovani, quali la guida pericolosa o la disponibilità ad assumere altre droghe prevalentemente di tipo eccitatorio.

Abbiamo sottolineato che le droghe alterano sempre la percezione della realtà sia esterna che interna e questo rientra fra gli aspetti piacevoli ricercati in questa esperienza, ma va in ogni caso sottolineata anche la dimensione illusoria dell’esperienza provata, perché si vive e si percepisce qualcosa che non è. Questo aspetto dell’alterata percezione di sé diventa ancora più critico in Adolescenza quando l’identità è ancora in via di formazione per cui da un punto di vista psicologico, il rischio maggiore legato al consumo di droghe, è la costruzione falsata dell’immagine di sé. Abbiamo visto che l’identità è la sintesi delle esperienze vissute, vivere esperienze che in questa fase della vita sono particolarmente importanti per la propria formazione in stato di alterazione porta inevitabilmente alla costruzione di una identità alterata impedendosi di vivere quell’affascinate viaggio che porta nel tempo a scoprire chi si è veramente.