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Ipnosi Umanistica

di Doriano Dal Cengio - Francesco Benelli

Siamo abituati a pensare all’ipnosi come ad uno stato alterato di coscienza in cui si verifica un affievolimento della vigilanza mentale che può essere indotto secondo determinate procedure dall’esterno (ipnotista) oppure autoindotto (autoipnosi), con la “caduta” in una sorta di sonno (trance ipnotica) caratterizzata da perdita di coscienza e analgesia generalizzata. L’ipnosi è in effetti uno stato neurofisiologico particolare che si esprime in tutta la sua dimensione psicosomatica, che presenta come vedremo, una varietà di livelli di coinvolgimento diversificati in cui non necessariamente la perdita di coscienza è l’elemento chiave, quanto invece la possibilità di produrre stati alternativi di coscienza mediante i quali accedere a dimensioni inconsce utili all'evoluzione personale e al lavoro psicoterapeutico.

 

Ipnosi nella storia

L’interesse dell’essere umano per gli stati modificati di coscienza fra cui rientra la trance e lo stato ipnotico accompagna la storia dell’umanità dai suoi albori e pertanto si confronta con miti e leggende che rendono quegli albori ricchi di magia. Basti pensare al mito di Medusa che pietrificava chiunque incrociasse il suo sguardo, oppure a Pizia l’oracolo del santuario di Delfi consacrato al dio Apollo, che cadeva in una sorta di trance ipnotica che le conferiva quel potere profetico per cui veniva consultata. Ma anche le notizie riportate sui misteri Eleusini che si celebravano in onore di Demetra una volta all’anno nella città di Eleusi nell’antica Grecia, parlano di situazioni di trance collettiva dove fra digiuni, processioni, ritualità e bevande dal contenuto probabilmente psicoattivo gli iniziati partecipavano ad un rito collettivo di morte e rinascita che ripercorreva il sonno e il risveglio della natura rappresentato dalla discesa agli inferi di Demetra alla ricerca della figlia Persefone rapita da Ade, il signore degli inferi. Sempre nell’antica Grecia esistevano dei santuari in cui venivano indotti stati mentali particolari conseguenti a pratiche ipnotiche. Il più famoso era quello di Epidauro dedicato ad Asclepio, dio della medicina. In Egitto esistevano i cosiddetti “templi del sonno” dove, come riportato nel papiro Erbes, datato intorno al 3000 a.c., venivano praticate forme di ipnosi con tanto di trascrizione delle procedure da seguire per allentare lo stato di veglia e favorire un rilassamento profondo funzionale alla pratica curativa. Sono numerosi poi i racconti sulla vita dei nativi americani in cui vengono citati i riti di iniziazione dei giovani guerrieri che risultano essere delle vere e proprie pratiche di ipnosi di gruppo. Lo sciamano del villaggio attraverso varie procedure rituali accompagnate da canti, danze e suoni di tamburo induceva “il sonno magico”, uno stato di trance collettivo attraverso il quale venivano impartite suggestioni ipnotiche funzionali a potenziare il coraggio, l’orgoglio e il valore che dovevano poi accompagnare i giovani guerrieri in battaglia. Anche i libri di Carlos Castaneda, antropologo e delle sue vicende con la tradizione tolteca attraverso gli insegnamenti di Don Juan Matus, uno sciamano Yaqui, riassumono ed esemplificano bene la tradizione sciamanica, comune anche ad altre culture, in cui la trance e lo stato alterato di coscienza portava a percezioni extrasensoriale, al sogno lucido o a diversificati livelli di attenzione per cui diventava possibile il contatto e l’esplorazione “dell’altra realtà” ritenuta propria di mondi percepiti come paralleli.

Qui la storia dell’ipnosi si interseca e si confonde con pratiche proprie della tradizione magico-spirituale dove in ogni epoca a dei soggetti particolari (sacerdoti, sciamani, maghi …) veniva riconosciuto il potere di entrare in stati mentali trascendenti o di indurli negli adepti, ed entrare così in contatto con il divino. Le pratiche per raggiungere questi particolari stati mentali potevano variare a seconda dell’epoca e del contesto culturale, e in questo senso troviamo pratiche che riguardano l'attenzione dilatata o focalizzata, la recita di preghiere, i canti evocativi, le ripetizioni mantriche, l'alterazione del ritmo respiratorio, il digiuno o l’assunzione di erbe magiche a valenza psicoattiva, ma in ogni caso al di là della tecnica, l’obiettivo era quello di indurre in se stessi o nell’iniziato uno stato di trance che permettesse l’accesso a visioni sognanti di tipo allucinatorio a cui veniva conferito a seconda del contesto un valore profetico, oracolare, mistico, o curativo. In questa collocazione la trance ipnotica veniva associata alla possibilità di contatto con una forza divina, soprannaturale, che poteva essere rappresentata dagli spiriti guida della natura evocati nella tradizione sciamanica delle culture cosiddette primitive o dagli dei delle varie tradizioni mitologiche, in ogni caso era l’avventurarsi in una terra di confine fra questo mondo rappresentato dalla realtà ordinaria così come viene riconosciuta dalla coscienza e l’altro mondo quello sconosciuto del sovrannaturale popolato da entità superiori.

 

Franz A. Mesmer e il magnetismo animale

Questa concezione magica della trance e dell’alterazione ipnotica della coscienza tuttora presente in alcune culture, in Europa è proseguita per il tutto il medioevo fino al secolo dei Lumi, il Settecento, quando l’utilizzo del metodo scientifico si estese non solo allo studio della Natura e all’organismo umano, ma anche ai fenomeni psichici nelle loro varie manifestazioni.

Franz Anton Mesmer è considerato l’artefice di questo passaggio. Medico austriaco interessato alle teorie di Paracelso, introdusse l’idea del “magnetismo animale”. Mesmer riteneva che esistesse un fluido fisico che riempiva l’universo e che rappresentava il punto di connessione non solo fra l’uomo e la terra ma anche fra gli uomini stessi. Questo fluido aveva affinità con il magnetismo ed era presente in ogni materia, come nel sole e nei pianeti e ciò giustificava dal suo punto di vista l’influenza dei corpi celesti sull’uomo così come sostenuto dall’astrologia. La malattia secondo lui era dovuta alla distribuzione non omogenea di tale fluido all’interno del corpo umano. Si verificavano dei blocchi che impedivano lo scorrere di questo fluido magnetico e il corpo si ammalava. La ricerca di Mesmer era volta a costruire degli strumenti che potessero convogliare l’energia magnetica sulla parte ammalata del corpo in modo da riattivare, e spesso questo accadeva con la presenza di vere e proprie convulsioni o crisi, la circolazione del fluido magnetico che diventava il vero elemento curativo. Mesmer utilizzò l’applicazione di calamite e placche magnetiche, somministrò ai pazienti acqua magnetizzata, costruì delle vasche (le famose baquet) percorse da soluzioni magnetizzate in cui faceva immergere i pazienti. Il successo fu immediato e alcune guarigioni miracolose, tanto che la fama del magnetismo mesmeriano si diffuse in tutta Europa, cosa che gli attirò l’invidia, la diffidenza e l’ostracismo della classe medica viennese che mal sopportava questi nuovi metodi di cura così lontani dalla concezione “cartesiana” dell’accademia di allora. Le accuse e le calunnie costrinsero Mesmer ad abbandonare Vienna nel 1778 e a trovare rifugio a Parigi dove preceduto dalla sua fama, potè proseguire il suo lavoro trovando un ambiente favorevole, sia per la presenza e i favori di Maria Antonietta regina di Francia di origine austriaca che di Giuseppe Balsamo conte di Cagliostro, come anche degli ambienti massonici a cui Mesmer apparteneva. Le cose filarono lisce fino a quando nel 1784 il re Luigi XVI istituì una commissione che doveva verificare l’esistenza e la possibilità curativa di questo magnetismo animale su cui si basava tutta la pratica medica di Mesmer. Di questa commissione fecero parte illustri uomini di scienza del tempo, come il chimico Levoisier, il botanico Jussieu, il famoso medico Guillotin, inventore della ghigliottina, e altri come Benjamin Franklin. Le conclusioni della commissione sancirono la non scientificità della teoria mesmeriana, adducendo le guarigioni che comunque in alcuni casi si verificavano, alla suggestione e alla immaginazione da parte del malato indotta dalla procedura utilizzata da Mesmer. I risultati dell’inchiesta vennero diffusi in tutta la Francia e anche fuori dai suoi confini e decretarono la fine del mesmerismo e della teoria fluidica.

Se è pur vero che la posizione di Mesmer venne poi in parte rivalutata nei decenni successivi, vanno però fatte alcune considerazioni sul suo operato. La teoria di un fluido vitale che anima le cose viventi e più in generale l’intero universo, ricordano molto da vicino altre teorie successive a Mesmer come quella dell’élan vital, lo slancio vitale, del filosofo Henry Bergson con cui agli inizi del Novecento giustificava l’evoluzione e l’organizzazione della materia vivente. Oppure fanno venire in mente l’energia orgonica di Wilhelm Reich, psichiatra e psicoanalista che negli anni trenta del secolo scorso propose l’esistenza una energia che permeava tutto lo spazio e che circolava nel corpo, così che la manifestazione della malattia altro non era che il blocco del fluire di questa energia, dando vita con le sue sperimentazioni all’approccio bioenergetico ripreso e perfezionato poi da Alexander Lowen. Concetti simili in verità li ritroviamo anche nelle filosofie orientali ben più antiche del periodo in cui visse Mesmer, quando si parla ad esempio di Prana, il soffio vitale, con cui si intende l’energia vitale che permea tutto l’universo e la materia vivente proposto dalla tradizione vedica, o della Kundalini l’energia creativa collegata alla sessualità proposta dalla tradizione tantrica, o del Qi (KI nella tradizione giapponese) intesa come energia vitale, proposta dalla medicina tradizionale cinese.

L’idea quindi di un fluido magnetico che permeava l’universo e scorreva in tutti corpi celesti e non, non era così bizzarra, diciamo che non era in linea con il pensiero del suo tempo. E l’ipnosi? Perché Mesmer viene accostato all’ipnosi? Mesmer non era a rigore un ipnotista e forse non era nelle sue intenzioni esserlo, perché la sua ricerca era un’altra, tuttavia la modalità con cui conduceva le sue sedute terapeutiche fanno pensare oggi all’ipnotismo. Risulta che curasse nei dettagli il setting terapeutico, spesso le sedute erano di gruppo con più vasche in cui i pazienti (e soprattutto le pazienti visto che il suo seguito era in particolar modo al femminile) venivano immersi, legati con delle corde, venivano applicate delle aste metalliche nelle parti malate, venivano usati profumi e utilizzati dei suoni spesso prodotti dall’armonica che ha un suono molto particolare che “produce brividi”, lui stesso si muoveva toccando i pazienti con la sua “verga magica” un bastone dal pomo d’oro, oppure toccava con le mani dopo averle immerse nell’acqua magnetizzata, parti del corpo in modo da dirigere il fluido magnetico. In sostanza creava un’atmosfera “magica” che ricorda, per certi versi, quanto già detto a proposito delle suggestioni sciamaniche, della trance individuale o collettiva indotta da procedure particolari. Poteva quindi essere vero il responso della commissione sollecitata da Luigi XVI, quando affermava che le guarigioni erano prodotte dalle suggestioni e dall’immaginazione dei pazienti, ma mentre allora ciò appariva screditante nei confronti della teoria fluidica, possiamo dire che queste considerazioni aprirono poi la strada verso lo studio di procedure specifiche di induzione suggestiva e quindi ipnotica.

 

Dalla teoria fluidica all’ipnosi

Fautore di questo passaggio fu un allievo di Mesmer, Armand De Chastenet, marchese di Puysegur,il quale notò che durante le procedure di magnetizzazione, alcune persone cadevano in una sorta di sonno che chiamò “sonnambulismo artificiale” perché pur sembrando addormentati seguivano i suggerimenti dell’operatore conservando le caratteristiche dello stato sonnambulico: ipermnesia, amnesia post-sonnambulica e comportamento infantile. L’interesse di Puysegur e del suo gruppo si spostò quindi dall’agente fisico che portava alla guarigione (fluido magnetico) alla relazione fra l’operatore e il malato, che produceva un certo stato mentale. Una delle differenze introdotte da Puysegur rispetto a Mesmer fu infatti l’introduzione di una procedura di profondo rilassamento psicofisico piuttosto che favorire crisi di scatenamento emotivo come avveniva nella procedura mesmeriana. Sulla stessa scia si inserì l’attività di José Custòdio de Faria, noto comel’abate Faria, frate portoghese vissuto in India, che aprì a Parigi una scuola di “sonno lucido”. Secondo Faria, che aveva frequentato con interesse il marchese di Puysegur, lo stato di sonno lucido non aveva nulla a che fare con il magnetismo mesmeriano, ma era dovuto alla suggestionabilità individuale per cui alcuni soggetti potevano essere più adatti di altri ad entrare in questo stato, come ad esempio le donne, o le persone impressionabili o isteriche. La componente psicologica quindi cominciò a farsi strada tanto che l’abate Faria viene considerato l’iniziatore della corrente psicologica dell’ipnosi in quanto con lui, ma anche con il marchese di Puysegur, la parola e l’uso della parola cominciò ad avere un valore terapeutico aprendo in qualche modo la strada alle future psicoterapie. Faria viene anche considerato il fondatore della moderna tecnica ipnotica perché sostituisce i complessi rituali mesmeriani con pratiche focalizzate nel far sedere la persona ad occhi chiusi a cui venivano impartiti comandi verbali, oppure procedeva invitando la persona focalizzare lo sguardo sul palmo della sua mano che si avvicinava e allontanava, oppure procedeva con toccamenti vari su varie parti del viso e del corpo.

Il primo ad usare però il termine ipnotismo non fu l’abate Faria, ma James Braid, medico inglese che riprendendo qualche decennio dopo gli studi sul sonnambulismo, coniò il termine ipnotismo (dal greco hypnos che significa sonno), col quale cominciò ad indicare il sonno lucido. Anche Braid sostenne che non c’era alcuna trasmissione di fluido fra l’ipnotista e il soggetto, ma che il tutto avveniva come conseguenza della suggestione psicologica che la procedura induceva, convincendosi che tale procedura provocava un’impressione profonda sui centri nervosi della persona che così entrava in uno stato psicologico particolare di sonno o trance. Le osservazioni di Braid, poco considerate in patria, incontrano invece l’interesse in Francia di Ambrosie A. Lièbault e Hyppolite Bernheim, due medici che diedero vita alla cosiddetta scuola di Nancy. Entrambi erano convinti nel ritenere la trance ipnotica, conseguenza della suggestionabilità individuale dovuta alla permeabilità del soggetto di farsi influenzare da un’idea. E’ soprattutto H. Bernheim a introdurre i concetti di suggestione, cioè la capacità propria di un soggetto di farsi influenzare appunto da un’idea e parlò di ideodinamismo come di quella capacità del cervello di ricevere o evocare un’idea avendo poi lo scopo di realizzarla anche se osteggiata dall’attenzione, o dal ragionamento critico.

E’ l’ipotesi psicologica dell’ipnosi per cui veniva dichiarato che quando un soggetto accetta un’idea questa provoca a livello cerebrale dei fenomeni che azionano le fibre nervose e attivano l’azione. La loro posizione nella seconda metà dell’Ottocento animò il dibattito sulla questione in contrasto con la cosiddetta scuola Salpetrière di Jean Martin Charcot. Charcot neuropatologo di fama, utilizzava l’ipnosi in ospedale nella cura dell’isteria e partendo dalla sua esperienza sosteneva che l’ipnosi era possibile solo con pazienti affette da patologie neurologiche e quindi era convinto che la suggestionabilità fosse il risultato di una debolezza del sistema nervoso e non una caratteristica psichica.

 

Dall’ipnosi alla psicoterapia

Il merito, al di là delle diverse posizioni, di persone come James Braid così come anche di Jhon Ellistone, altro medico inglese che fu fra i primi ad eseguire interventi chirurgici sotto “anestesia ipnotica”, o di H. Bernheim, A. Lièbault, o di Charcot, fu di strappare l’ipnosi all’ambito magico e illusionistico in cui era stata relegata nel dopo Mesmer per riportarla in ambito medico, e quindi oggetto di studio scientifico finalizzato alla cura.

E’ interessante inoltre notare come dallo studio e dalla pratica dell’ipnosi si svilupparono modalità terapeutiche che aprirono le porte alla nascita della psicoterapia intesa come terapia della parola. Il più noto fra quelli che hanno operato tale passaggio è stato senza dubbio Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi. Freud frequentò l’ospedale Salpetrière nell’inverno del 1885 con una borsa di studio rimanendovi quattro mesi. Va ricordato che la fama di Charcot era nota in tutta Europa e molti giovani medici verso la fine dell’Ottocento si recarono in quella che era ritenuta la clinica psichiatrica più famosa d’Europa. A Parigi oltre che a seguire le lezioni e il lavoro di Charcot, Freud ebbe modo di incontrare Bernheim, interessarsi agli studi di Pierre Janet, e mantenere i suoi rapporti con Joseph Breuer. Sono anni fecondi per lui di confronto ed elaborazione teorica. Freud si rende conto, come del resto anche gli altri studiosi, che lo stato ipnoide evidenziava una dimensione della mente che andava oltre alla coscienza, collocandosi in una dimensione inconscia. I ricordi che emergevano durante l’ipnosi rimandavano ad eventi vissuti dal paziente ma poi dimenticati o come dirà successivamente Freud, rimossi. Le osservazioni di Charcot sull’isteria, in parte condivise da Freud, portarono all’elaborazione del concetto di trauma psichico, inteso come un’esperienza traumatica vissuta (di angoscia, di vergogna, di sgomento) spesso durante l’infanzia e poi dimenticata.

Quello che colpì Freud nel suo lavoro con l’isteria è che dietro al sintomo e nel vissuto della paziente, c’era un affetto, cioè una eccitazione, una energia in movimento che si associava ad una rappresentazione mentale, cioè ad un ricordo, un’immagine. La rimozione dell’evento traumatico faceva sì che nell’inconscio i vissuti emotivi legati a quell’esperienza rimanessero ancora attivi trovando una via di espressione somatica caratterizzata dalla sintomatologia isterica. Lavorando con l’ipnosi Freud si rende conto che facendo riemergere il ricordo e l’affetto relativo si crea una situazione catartica cioè liberatoria che permette la scomparsa del sintomo. E’ la nascita del cosiddetto metodo catartico descritto da Freud e Brauer nel loro libro Studi sull’isteria (1895). Per un periodo sia Freud che Brauer utilizzano l’ipnosi in senso catartico e Freud intuisce che il legame fra il sintomo e il ricordo è di tipo simbolico, in quanto spesso la rappresentazione visiva, l’immagine che emerge sostituisce qualcos’altro che rimane inconscio. Questo spiegherebbe perché i sintomi pur sparendo ricomparirebbero in seguito sotto altra forma. Comincia a pensare che la rievocazione di un ricordo e dei suoi correlati emotivi pur favorendo un momento di catarsi liberatoria probabilmente non sono sufficienti per ottenere una vera guarigione, manca in qualche modo una rielaborazione conscia dell’esperienza traumatica, necessita cioè la comprensione del materiale emerso, cosa che non ritiene possibile con la pratica ipnotica. E’ partendo da queste considerazioni che arriva alla sperimentazione della tecnica delle libere associazioni che apriranno le porte alla terapia psicoanalitica.

Va sottolineato che partendo dalle osservazioni fatte durante il lavoro con l’ipnosi, Freud arriverà a definire concetti come trauma psichico, rimozione, conflitto fra forze opposte, resistenza, transfert e altri concetti che andranno a formare il corpo teorico della nascente psicoanalisi che si configura come la prima forma organizzata di psicoterapia.

 

Milton Erikson e l’ipnosi moderna

La figura di Milton Erikson rappresenta davvero un contributo originale nel panorama della psicoterapia moderna e dell’ipnosi in particolare. Le vicissitudini della sua storia personale si intrecciano con la sua elaborazione teorica e influenzano la sua pratica clinica al punto da rappresentare forse per la prima volta la differenza fra chi fa psicoterapia e chi è uno psicoterapeuta. Milton Erikson era uno psicoterapeuta. Nato nel Nevada agli inizi del Novecento, secondo di undici figli, si spostò con la famiglia nel Wisconsin dove i genitori avviarono una attività agricola. Ebbe molti problemi di salute fin da piccolo, sordità tonale, dislessia, daltonismo, allergie, ma soprattutto la sua vita rimase segnata da due episodi gravi di poliomielite, da ragazzo e poi in età adulta che lo lasciarono fortemente invalido tanto da passare buona parte della sua vita adulta su una sedia a rotelle. Questi aspetti biografici sono significativi perché ci dicono qualcosa sulla personalità dell’uomo. Una situazione che avrebbe potuto segnare e piegare la volontà di chiunque, per Erikson diventò l’occasione, per osservare, per sperimentare, per capire, per reagire e questo diventò un’importante processo che influenzò il suo modo di fare terapia. Basti pensare all’osservazione della sorellina che imparava a fare i primi passi e che lui cercò di ripeterne mentalmente i movimenti quando colpito dalla prima forma di poliomielite cercava un modo per recuperare l’utilizzo degli arti, oppure più avanti quando cercò con l’autoipnosi di ridurre l’uso di antidolorifici che era costretto a prendere. Tutto questo per dire che dalle sue vicissitudini cercò strumenti e strategie per migliorare la sua condizione, cosa che riversò poi nel suo modo di fare terapia. Il suo modo di essere e di fare terapia attirò nel tempo più di un osservatore. Ad esempio Margaret Mead che si rivolse a lui quando studiava il fenomeno della trance dei danzatori di Bali, oppure successivamente di Gregory Bateson quando erano già attivi i suoi progetti a Palo Alto sulla comunicazione, sul doppio legame e sui paradossi comunicativi, trovando che il modo di fare terapia di Erikson era l’applicazione diretta di molte formulazioni teorico-applicative che il gruppo di Bateson, Jackson, Watzlawick stava elaborando. Haley e Weakland trascorsero parecchio tempo con lui al punto che molto del libro di Haley, Terapie non comuni, si rifà al lavoro di Erikson che viene considerato poi fra gli ispiratori della terapia strategica. R. Bandler e J. Grinder, noti pionieri della Programmazione Neurolinguistica lo scelsero verso la fine degli anni Sessanta, per studiare e analizzare la sua modalità comunicativa in ambito terapeutico (lo stesso approccio lo utilizzarono anche con Virginia Satir e Fritz Perls) per cercare di codificare le strategie, le tecniche e l’approccio comunicativo che rendono efficaci una psicoterapia centrata sul cambiamento.

Milton Erikson abbandona progressivamente i rituali classici dell’induzione ipnotica, lui preferisce creare un’atmosfera empatica e conversazionale con i propri pazienti, avendo capito che poteva indurre uno stato di trance semplicemente parlando con il paziente, creando una situazione rilassata, utilizzando un linguaggio suadente e a volte poetico, usando spesso il racconto di storie, ricche di metafore che costruiscono immagini mentali che portano la narrazione su un livello simbolico, permettendo di aggirare l’attenzione critica e razionale del paziente per giungere a dialogare con il suo inconscio.

Erikson era convinto che i problemi delle persone che si rivolgevano a lui fossero la conseguenza di come avevano costruito la propria personale realtà, il proprio modo di vedere la realtà. L’unica modalità, per produrre cambiamento era quindi quello di aiutare il paziente a ristrutturare la sua costruzione della realtà attraverso la modifica del suo sistema di credenze e questo processo poteva avvenire, secondo lui, dialogando e attivando l’inconscio. E’ evidente che l’inconscio eriksoniano non era quello istintuale e pulsionale di Freud. Per Erikson l’inconscio era un mondo di potenzialità creative, era il luogo delle soluzioni e non dei problemi, era lo spazio dell’elaborazione mentale non consapevole attivabile allentando e riducendo le funzioni razionali della coscienza. Il ruolo del terapeuta era quindi quello di non dare risposte ma porre domande, era quello di guidare la persona mettendola in contatto con le proprie risorse interiori in modo che da lì potesse innescarsi un processo di cambiamento di prospettiva. La nota e per certi versi paradossale affermazione di Erikson in cui sostiene che … l’ipnosi non esiste, perché tutto è ipnosi… mette in luce la dimensione naturalistica dei fenomeni ipnotici. Secondo la visione di Erikson entriamo e usciamo da momenti di trance più volte al giorno senza nemmeno accorgercene, lo spettro della coscienza è variabile e la trance ipnotica nelle sue varie sfumature ne fa parte, rappresenta solo un altro modo di essere coscienti come nel caso dei sogni, della réverie, degli stati ipnagogici e meditativi. In queste dimensioni la mente diventa più influenzabile, diventa più permeabile alle suggestioni. Dire che tutto è ipnosi significa sostenere che i messaggi comunicativi, gli scambi relazionali, sono o possono essere persuasivi, cioè indurre nuove o differenti idee che possono modificare o influenzare il sistema di convinzioni o credenze. Da questo punto di vista ci sta dentro davvero tutto: dal sistema di credenze e valori parentali alle ingiunzioni genitoriali per stare in ambito educativo, oppure possiamo pensare ai condizionamenti sociali espressione di una certa cultura che in maniera sotterranea porta a condividere e uniformare opinioni e valori, così come i messaggi pubblicitari e al loro potere persuasivo nel condizionare l'acquisto di beni e prodotti. Anche il lavoro psicoterapeutico per l'enfasi attribuita alla parola e al suo potere suggestivo, unita al particolare rapporto che si viene a creare fra terapeuta e paziente rientra nelle situazioni descritte. Tutto ciò che influenza e condiziona per cui ci ritroviamo a fare o a dire cose senza esserne pienamente consapevoli, per così dire in automatico rientra, secondo questa prospettiva, in un normale stato di trance quotidiana.

 

Ipnosi umanistica e sviluppo del potenziale umano

Con il termine ipnosi umanistica intendiamo l'utilizzo delle tecniche di induzione ipnotica allo sviluppo del potenziale umano, concetto proprio della psicologia umanistica.

Da quanto detto finora sull'ipnosi appare evidente che il sonnambulismo artificiale, il sonno lucido, lo stato di trance, come nel corso delle varie epoche è stato chiamato lo stato ipnotico, rappresentava dal punto di vista psichico un'altra dimensione della mente. Una dimensione altra rispetto lo stato cosciente in cui siamo consapevoli di ciò che sta accadendo intorno a noi e dentro di noi, in cui ciò che sentiamo e ciò che pensiamo sono strettamente concatenati a ciò che percepiamo. Per gli sciamani questa dimensione era l'altra realtà, quella parallela, quella porta di contatto con il mondo degli spiriti o degli dei che dava alla percezione e alle visioni indotte una dimensione magica. Per Freud invece era la prova evidente che la mente ha due dimensioni quella della coscienza e della razionalità e quella dell'inconscio e dell'irrazionalità. L'importanza dell’apporto freudiano è stato quello di cogliere che in questa dimensione, quella della mente inconscia, si agitano cose vere, reali. Le esperienze vissute, i ricordi più o meno traumatici, non si perdono con lo scorrere del tempo nel mondo dell'oblio, ma vivono, si muovono, agiscono, comunicano con la mente conscia approfittando del sonno per suggerire sogni, delle momentanee distrazioni per produrre lapsus, suggeriscono improvvise intuizioni spesso quando la mente conscia è occupata a fare dell'altro, dilatano la percezione per cogliere sincronicità significative col mondo circostante. Milton Erikson ha fatto un ulteriore passo in avanti considerando l'inconscio non tanto come il luogo del trauma, magari anche, ma soprattutto quello di un universo vitale e creativo, una risorsa a cui è possibile attingere per trovare risposte, per dirimere dubbi, per progredire nel proprio personale percorso evolutivo. Se pensiamo alla psicologia umanistica e alla sua visione della natura umana che considera fondamentalmente positiva in quanto riconosce nella natura stessa l'esistenza di una spinta verso il miglioramento, verso la crescita interiore, verso l'autorealizzazione, è facile cogliere come l'inconscio eriksoniano sia l'ambito in cui la tendenza attualizzante descritta da Carl Rogers o la physis così come venne concettualizzata da Eric Berne, trovino spazio per una espressione creativa ed evolutiva.

Del resto in tutte le tradizioni mistico-spirituali, filosofiche e religiose si fa riferimento ad una dimensione nascosta, immateriale, dell'essere umano che la si chiami Spirito, Anima, Daimon, Ombra, Sè transpersonale o Sè psicosomatico, o altro ancora, c'è universalmente l'idea che esista una dimensione altra che completa la realtà soggettiva e ordinaria dell'essere umano. L'ipnosi, e la sua storia lo dimostra, ha svelato questa dimensione costruendovi vie d'accesso.

Quando parliamo di ipnosi umanistica pensiamo a pratiche che non inducono stati alterati di coscienza in cui si riduce il livello di consapevolezza individuale, anzi pensiamo a pratiche che amplificano, dilatano la consapevolezza personale producendo stati alternativi di coscienza. Non pensiamo a pratiche che inducano una forma di sonno più o meno lucido, pensiamo a pratiche di risveglio della coscienza che permettano di realizzare una visione più ampia sia della comprensione di sé che del proprio essere nel mondo. In linea col pensiero eriksoniamo pensiamo a pratiche che non puntano a ipnotizzare le persone casomai a produrre un processo opposto di de-ipnotizzazione che permetta alla persona di uscire da quello stato di trance quotidiana o ordinaria in cui normalmente vive. L’idea di fondo è che ognuno di noi nasce con un suo potenziale da realizzare e che la soddisfazione di una vita, passi attraverso questa realizzazione. I messaggi che riceviamo nel corso della nostra educazione, i condizionamenti sociali a cui veniamo sottoposti, le esperienze che si fanno, i contesti in cui ci si trova a crescere e le scelte che facciamo nel corso della vita, possono favorire questo processo di realizzazione o come più spesso accade, inibirlo. L'insoddisfazione che a volte si prova rispetto l'andamento che ha preso la nostra vita diventa un segnale del fatto che ciò che si sta vivendo non è in linea con la nostra più intima natura, con il nostro bisogno di realizzazione. Da questo punto di vista anche i sintomi, la malattia, il disagio psichico, i disturbi che il corpo ci segnala, diventano messaggi che l’inconscio ci manda per avvisarci che si è smarrita la strada, che si è creata una sfasatura fra ciò che intimamente saremmo destinati ad essere e ciò che ci troviamo ad essere. Ormai ci sono sempre più studiosi soprattutto di area psicosomatica che si stanno orientando verso questa lettura. L'idea che ci sia un nucleo profondo dell'essere umano che ne determini in qualche modo l'essenza e l'identità, una sorta di Sè psicosomatico come qualcuno ama chiamarlo, non è più una speculazione di tipo filosofico, ma un costrutto sempre più evidente. Certo rimangono molti interrogativi: dove si colloca questo nucleo? Di che natura è fatto l'inconscio? E la mente? Sia conscia che inconscia di che energia è fatta? Qual è il punto di connessione, di contatto, fra l'immateriale e l'organico nell'essere umano?

La scienza non sembra, al momento, essere in grado di dare risposte certe a queste domande tuttavia ci sono delle aree di ricerca e di studio promettenti in questo senso, pensiamo all'interesse anche in campo psicologico che sta destando la fisica quantistica, o l'attenzione che sta suscitando l'epigenetica, o anche la cosidetta nuova biologia, per non parlare della psiconeuroendocrinoimmunologia e del tentativo di convergere i vari modelli e costrutti verso una visione olistica.

In termini speculativi ci sembra che l'inconscio inteso come una delle due dimensioni della mente umana si candidi ad essere il punto di connessione tra l'immateriale e l'organico. Se torniamo ad esempio alle osservazioni di Freud e ai suoi studi sull'isteria, vediamo che in fondo intendeva proprio questo quando parlava di un affetto, cioè di una eccitazione intesa come energia in movimento che dava vita ad una rappresentazione mentale, cioè ad un'immagine che diventava l'interfaccia psichico del trauma subito, come del resto lo era altrettanto la sintomatologia isterica sul piano organico. L'inconscio, possiamo dire, si attiva per segnalare sottoforma di immagini e ricordi sul piano mentale e di sintomi sul piano organico per comunicare che quell'esperienza traumatica è ancora viva e irrisolta e richiede di essere ascoltata, espressa ed elaborata, come del resto intuì Freud. Ma spostandoci in una prospettiva umanistica possiamo dire la stessa cosa. L'inconscio si attiva per produrre immagini, sogni, intuizioni, coincidenze sul piano mentale e sintomi, disturbi, malattia sul piano organico per attirare l'attenzione della mente cosciente verso la necessità di prendersi cura, cambiare direzione, introdurre cambiamenti, per riconnettersi con il proprio Sè profondo, per ritrovare la strada verso la propria personale evoluzione.

Da questo punto di vista il lavoro svolto in ambito psicoterapeutico ma non solo, pensiamo ad esempio a tutte le forme di ricerca interiore, diventa un’occasione per riconnettersi con la propria fonte interiore, con quel Sé che molti considerano il nucleo centrale della propria vitalità, diventa una sorta di ritorno a casa dove ritroviamo le premesse originarie con le proprie potenzialità da realizzare e i propri bisogni da esprimere e soddisfare.

Abbiamo potuto notare che l’utilizzo di pratiche di rilassamento profondo o di induzione ipnotica, accompagnate da visualizzazioni o meditazioni guidate spesso portano la persona ad uno stato di coscienza in cui la riduzione della vigilanza, l’allentamento del pensiero critico permettono un contatto con una dimensione altra della mente. Abbiamo potuto constatare che si possono utilizzare due tipi di visualizzazioni che per comodità chiamiamo chiuse o aperte. Quelle chiuse sono quelle più usate in ambito ipnotico soprattutto nella cura di varie patologie. In queste situazioni vengono date “istruzioni” all’inconscio perché si attivi per modificare, contrastare, comportamenti o aspetti di sé disfunzionali a favore di scelte più adeguate in termini di salute. Siamo sia nel campo dell’ipnosi terapeutica propriamente detta, che nel campo dell’empowerment, cioè dello sviluppo di abilità, capacità, espressioni di sé funzionali ad una migliore soddisfazione di sé.

Quando parliamo invece di visualizzazioni aperte intendiamo l'introduzione, l’accompagnamento della persona verso un certo percorso immaginativo per poi chiederle di proseguire in autonomia. Si tratta in altre parole di “innescare” degli imput che si agganciano alla personale esperienza della persona e che produrrà a sua volta immagini, sensazioni, visioni, ricordi strettamente correlati alla propria storia. Questo permette un dialogo con l'inconscio in quanto lo si sollecita ad espressioni e “suggerimenti” che possono essere poi ripresi nel corso del lavoro terapeutico, un po' come succede con i sogni che suggeriscono, veicolano messaggi su aspetti di sé cui lo stesso sognatore è spesso poco consapevole.

La differenza del lavoro con i sogni che spesso si caratterizza come lavoro con frammenti del sogno, in quanto se ne ricorda solo una parte o poche immagini, è che diventa possibile dare voce all’inconscio e cogliere quello che ha da dire. Inducendo un sogno lucido è possibile accedere forse in maniera più completa a quella che molti chiamano la saggezza interire cioè una dimensione “che sa” perché è più vicina a quella che possiamo pensare essere l’essenza di quella persona. Diventa possibile, in altre parole, dialogare con l’inconscio e attingere al suo potenziale nascosto e utilizzarlo per stimolare l’evoluzione della persona.