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Adolescenza

di Doriano Dal Cengio

 

 

Silvia è una ragazza dolce e sorridente. Ha accettato volentieri la consulenza, ma dice: non ho alcun problema. Sì, è vero, il profe di Lettere mi ha parlato. Mi ha fatto piacere che lui mi fermasse dopo la lezione, però ci tengo a dire che le sue preoccupazioni sono infondate. Non ho problemi col cibo. Io mangio di tutto, pizza, pasta. E’ vero, sono dimagrita durante l’anno, sì, forse  tra i 10 e i 13 kili,  come dice il professore, ma può succedere, no? Del resto cammino molto. Mi devo alzare presto al mattino, devo fare due chilometri per raggiungere la fermata dell’autobus che mi porta in città. Devo correre. No, non sempre riesco a fare la colazione, perché i tempi sono ristretti. Poi mi piace il nuoto e un paio di volte a settimana vado in piscina, nuoto, ci tengo ad essere in forma. A casa? A casa va bene, ho un buon rapporto con mia madre. Poverina, adesso è giù perché si sta lasciando col fidanzato. La vedo poco perché lei lavora, gestisce un bar e fa strani orari. Spesso quando torna a casa siamo a letto sia io che mia sorella. Sì, ho una sorella più piccola e al pomeriggio devo prendermi cura di lei che è figlia no, non del fidanzato, ma possiamo ormai dire dell’ex, ma dell’uomo con cui mia madre stava prima. Mio padre? Non l’ho mai conosciuto, se n’è andato prima che nascessi. Mia madre dice che non era affidabile, aveva commesso anche dei reati, mi ha detto, ma io non so, non ho mai chiesto. Vive all’estero, in Francia credo. Si è fatto vivo pochi mesi fa su Facebook, mi ha rintracciata, mi ha detto che è mio padre. Come l’ho presa? Niente, sono rimasta un po’ sorpresa. Non ci voglio aver niente a che fare con lui. Se gli ho risposto? Certo …  è mio padre.

Andrea è un ragazzo alto e robusto, gioca a rugby. Sì, sono cambiato, come dice la prof di Ginnastica. Ma, non so, quest’anno mi sento diverso, non so come dire. Insomma non lo so. A scuola non vado bene, sono giù di tre materie. Si, mi hanno beccato a fare berna. E’ stata quella di Lettere. E’ nato un casino, hanno chiamato anche mia madre. Non avevo voglia di andare a scuola tutto qui, non c’era un motivo particolare. Ci sono dei giorni che, non so, non ho voglia di fare niente, mi va di starmene per conto mio. No, non ho molti amici, qualcuno della squadra con cui mi vedo ogni tanto. In classe? No, non ho legato molto, ci sono stati degli episodi lo scorso anno in cui ho agito aggressivamente, ho spintonato dei compagni. Mi avevano preso in giro. Anche allora sono finito dal preside. Sono stato sospeso tre giorni. I miei? Sono separati da cinque anni. Sì, vivo con mia madre, fa assistenza in ospedale. Ma studia anche, credo da infermiera. So che sta preparando la tesi. Quando è a casa è al computer. Sì, forse per studio, ma a volte la sento chiacchierare con le amiche su Skype. Mio padre? Lo vedo due volte al mese, passo il weekend con lui sia io che mio fratello che è più piccolo di me. Ci vado volentieri, abita in campagna, ci sono anche i nonni lì. No, non so perché si sono separati. Me lo chiedo spesso. A volte ne parliamo con mio fratello. Lui mi chiede delle cose che io non so. Ho anche provato a parlarne con mia madre e anche con mio padre, ho provato a buttar lì la domanda “ma voi perché vi siete separati?”. Mi hanno guardato, hanno detto delle cose, ma nessuno mi ha dato delle risposte. Mi sono sembrati imbarazzati tutti e due e a quel punto non sono andato avanti. Io i grandi non li capisco …

Gloria è una ragazza piccolina, gli occhi vispi e lo sguardo diffidente. Le canne? Sì, beh qualche volta. Ma guardi che se le fanno tutti. No, non ho mai avvertito nulla di strano, mi rilassano, mi fanno ridere. Dove? Ci troviamo al parco il pomeriggio, c’è un sacco di gente. Si a scuola non ci vado più … ho lasciato a marzo. Sì che mia madre lo sa. No, è che lì non mi trovavo bene, odio quella di Matematica e anche quella stronza di Scienze. Mah, l’anno prossimo penso  di tornare a scuola, sì, ma mi iscrivo da un'altra parte. No, non sono incinta, però è vero, mi sono rivolta al consultorio per chiedere la pillola del giorno dopo. Ma non so se ero incinta. Mi hanno detto che era meglio se andavo lì. Sì, ci sono stata due volte per la pillola, circa un mese fa, quando stavo con Carlo e adesso che sto con Giulio. Ma chi le ha detto che sono tossici? Come fa a saperlo?....  Sì, Carlo è entrato in una pronta accoglienza una settimana fa, credo che voglia andare in comunità. No, Giulio è in cura al SerT, prende il metadone. Io? Nooooo, non ho mai provato l’eroina. No, i miei non sanno niente. Non ci sono mai. Io li vedo alla sera. No, non mi hanno mai detto niente, perché? Cosa dovevano dirmi? No, guardi io non sono una tossica. Non sono mica una stupida …ma …  senta cosa si fa in comunità?

Cosa hanno in comune queste tre situazioni? Gloria ha 15 anni, Silvia 16 e Andrea 17. Sono tre adolescenti conosciuti in consultazione.

 

Una fase di transizione

L’adolescenza si sa è una fase della vita e precisamente quella che va all’incirca dai 13-15 anni ai  18-20. Il termine deriva dal latino adolescere che significa crescere, aumentare, e sta quindi ad indicare il periodo di crescita che precede l’ingresso nell’età adulta. Per la verità le fasi che connotano lo sviluppo e lo svolgersi del ciclo vitale umano si sono andate ridefinendo rispetto al passato, anche in funzione delle caratteristiche socio-culturali della società in cui viviamo. Per cui sempre meno si può dire che l’adolescenza è la fase che precede l’ingresso nell’età adulta, le succedono, come affermano i sociologi, la giovinezza compresa grosso modo dai 20 ai 25 anni, a cui seguono i giovani adulti fino ai 30 se non 35, anni per poi entrare nell’età adulta, che si connota non tanto per l’età raggiunta, quanto per l’acquisizione di autonomia rispetto alla famiglia d’origine, in termini di autonomia lavorativa, abitativa, economica e affettiva.

L’adolescenza è quindi una fase di transizione, come lo sono del resto tutte le altre che intercalano il ciclo vitale individuale e come tutte la fasi di passaggio sono caratterizzate da situazioni di instabilità e disequilibrio, in una parola di crisi. Un vecchio equilibrio si rompe per dar vita alla necessità di un nuovo adattamento. La peculiarità dell’adolescenza, come vedremo, è che sembra essere più critica di altre in quanto le cose che vengono messe in gioco sembrano essere più globali e sostanziali rispetto ad altre fasi e questo fa si che tale periodo rappresenti un momento particolarmente cruciale, determinante e particolarmente influente rispetto ai successivi equilibri e assestamenti. L’adolescenza è un periodo particolarmente critico perché vede sfumarsi il mondo dell’infanzia con gli apprendimenti e le certezze acquisite in questa prima fase della vita e l’affacciarsi ad una dimensione dell’essere caratterizzata più dalla dimensione del possibile che dalla definizione del certo. In questo si evidenzia l’aspetto critico del divenire come stadio del possibile che ancora non è. Crisi deriva dal greco krisische significa scelta, decisione, quindi la crisi adolescenziale, ma forse lo sono tutte quelle che attraversiamo nel corso della vita, è possiamo dire, caratterizzata dalla necessità di scegliere, di prendere una decisione. Si chiude un periodo quello dell’infanzia e poi della fanciullezza, e se ne apre un altro in cui tutto viene rimesso in gioco e in questa “burrasca” si cerca di scegliere, di prendere delle decisioni, anche se l’instabilità e l’incertezza sembrano essere l’elemento costante. Ecco allora che la vita dell’adolescente si caratterizza dalla mutevolezza degli stati psicologici, da atteggiamenti contraddittori, da forti tensioni emotive, da conflitti e da mutamenti che si verificano sia a livello fisiologico che psicologico e che investono l’intera personalità. Erik Erikson in riferimento all’adolescenza parla specificatamente di confusione di identità, perché è l’immagine di sé che va sfumando, che perde chiarezza nei contorni, come se si sovrapponessero immagini diverse sfocando e confondendo l’identità. Questa situazione crea insicurezza e malessere ed è questa insofferenza che stimola la persona a cercare nuovi equilibri attraverso un periodo di ricerca e sperimentazioni che porterà nel tempo di qualche anno a consolidarsi in un’altra immagine di sé via via più definita.

Se ci chiediamo perché l’adolescenza è così, perché ha questo carattere di instabilità e mutevolezza che è comune a tutti con le dovute differenze, non ci rimane che concludere che è così perché così dev’essere. Come se l’orologio biologico che scandisce il nostro personale scorrere del tempo evolutivo raggiunto questo periodo facesse innescare automaticamente dei processi, processi che sono evidentemente necessari e indipendenti dalla nostra volontà che affondano le loro radici sul piano biologico. L’adolescenza è quella che è perché sul piano evolutivo è arrivato il momento di cambiare qualcosa sia nel corpo che nella mente, in quanto l’Organismo ha bisogno di trovare una nuova forma e una nuova organizzazione per poter rispondere con sufficiente capacità alle richieste successive che la vita pone. In altre parole abbiamo bisogno di cambiare per poterci preparare meglio alle successive richieste che l’evoluzione personale e gli eventi stessi della vita ci pongono. I cambiamenti riguardano ovviamente sia il corpo che la mente, anche se non ci soffermeremo sui cambiamenti corporei (incremento massa muscolare, allungamento scheletrico, produzione ormonale, sessualità etc), pur riconoscendo che il corpo in adolescenza gioca un ruolo fondamentale in quanto diventa da un  lato lo specchio del cambiamento in atto che riflette quindi ciò che muta e dall’altro il principale strumento con cui ci si interfaccia col mondo esterno e di conseguenza spesso è parte importante del linguaggio che viene usato per comunicare col mondo.

 

Una mente che si espande

Se il corpo rappresenta meglio il cambiamento in atto, quello più visibile, è il cambiamento interno l’aspetto più affascinante, che riguarda il modo di pensare e di sentire con il conseguente riflesso che queste dimensioni hanno nella definizione dell’identità.

Quando si parla di cambiamenti mentali in adolescenza il riferimento a Piaget diventa immediato.

Jean Piaget, svizzero, è stato molte cose: biologo, psicologo, filosofo, pedagogista ed è considerato il fondatore dell’epistemologia genetica all’interno della quale si è occupato in modo particolare dello sviluppo intellettivo dell’essere umano cercando di descrivere una mappa dello sviluppo dell’intelligenza e più in generale, del pensiero. Secondo Piaget, lo sviluppo intellettuale raggiunge il suo pieno sviluppo in adolescenza e questo fatto concorre in maniera determinante allo sviluppo della personalità. Secondo questo autore in questa fase, il pensiero si riorganizza facendo un passo avanti rispetto all’organizzazione e alle capacità raggiunte in precedenza arrivando ad un livello di sviluppo che conserverà, più nella struttura che nei contenuti, anche poi nell’età adulta. E’ il livello del pensiero logico astratto o ipotetico-deduttivo. L’adolescente ad un certo punto comincerà in maniera sempre più definita a ragionare in termini ipotetici. La capacità di astrazione che via via si consolida fa si che le operazioni mentali vengano applicate non solo ai dati reali ma anche alle ipotesi ed alle proposizioni logiche, che traggono validità ai suoi occhi più per una sorta di coerente logica interna (astratta) che per aderenza alla realtà. Si ha un trasferimento dell’enfasi dal reale al possibile, il quale assume un suo valore in quanto immaginato e come tale cioè realisticamente possibile. L’adolescente comincia a pensare per costrutti mentali in quanto oggetti manipolabili mentalmente e quindi probabili. Questo livello di sviluppo dà al giovane una sensazione di piacevole onnipotenza, come se più o meno improvvisamente percepisse un ampliamento della visione e della propria capacità di “vedere” gli oggetti mentali. Questa nuova acquisizione determina una sorta di piacere a giocare con le idee e i contenuti mentali per cui si ha una notevole accelerazione dell’ideazione. Lo scoprire di possedere questa nuova facoltà dà una sensazione di onnipotenza (effervescenza) per cui il giovane è portato a dare validità a ciò che pensa solo per il fatto di poterlo pensare. Questo determina inevitabilmente una sorta di fissità o rigidità per cui si assiste ad una certa spigolosità nel funzionamento mentale dell’adolescente che essendo carente sul piano dell’esperienza difficilmente accetta di essere contraddetto oppure a volte rifiuta i dati stessi della realtà perché vissuti come disturbanti o discordanti rispetto a ciò che è il suo pensato (meccanismo di negazione). Ecco allora la sua tendenza alla polemica, all’opposizione discorsiva, alla pedanteria, all’assunzione di atteggiamenti provocatori, alla condivisione di tesi estremistiche, alla difficoltà a percepire oltre alla regola anche le eccezioni, a conciliare i desideri con l’azione, a riconoscere la componente di rischio di alcuni suoi comportamenti. Il suo universo mentale o cognitivo è estremamente egocentrico e quindi rigido, poco elastico perché se accettasse di esserlo verrebbe minata la sua onnipotenza logica sulla quale invece si aggrappa per cercare di darsi una identità. Tutto questo sembra in contrasto con la mutevolezza delle idee e delle opinioni, con gli improvvisi cambiamenti a cui ci abitua l’adolescente, in realtà questa nuova facoltà ha bisogno, per consolidarsi, di oggetti e quindi di idee, di nuove idee. I processi di assimilazione ed accomodamento che secondo Piaget sono automatici (cioè inconsci) e alla base della dinamica cognitiva, sono attivi e determinanti anche in questa fase. E’ come se l’adolescente avesse bisogno di nuovi stimoli, di nuove realtà con cui misurarsi, per soddisfare una fame di conoscenza che a lui stesso risulta per certi versi nuova. Questa nuova capacità di giocare con le idee, questa  voglia di affrontare il non conosciuto, è alla base di quella curiosità sperimentale che sembra caratterizzare soprattutto il periodo 14-18 anni.

E’ interessante notare come recenti osservazioni elaborate nell’ambito delle neuroscienze, applicate a questa fase della vita, in qualche modo confermino e diano ragione alle osservazioni proposte da Piaget. Pioniere di questi studi è Jay Giedd ricercatore del National Institute of Mental Health di Bethesda. Cosa ha fatto Giedd? A partire dagli inizi degli anni novanta ha studiato, attraverso l’uso della risonanza magnetica, l'attività cerebrale di 1800 tra bambini e adolescenti, registrando, ogni due anni, immagini che permettevano di monitorare i cambiamenti di ogni singolo cervello. Giedd ha potuto documentare che tra i 6 e i 12 anni c’è una sovrapproduzione di cellule cerebrali (neuroni) e di sinapsi (collegamenti fra essi) che ricorda quello che avviene nel cervello di un bambino di due anni. Questa “espansione” non riguarda tutto il cervello, ma parte di esso ed in modo particolare la corteccia prefrontale, che è un’area speciale in quanto sede di importanti funzioni. Infatti, quando quest’area giunge a maturazione, sostiene e organizza il pensiero sia in termini logici che astratti, individua le priorità, permette di valutare le situazioni e quindi di prendere delle decisioni, interferisce con la modulazione delle emozioni, ci aiuta a controllare l’impulsività. Tutte situazioni in cui vediamo impegnato l’adolescente nella sua crescita. Ciò che Giedd ha notato è che dopo la sovrapproduzione neurale e sinaptica c’è nel corso del tempo, tra i 13 e i 18 anni, uno sfoltimento (pruning) delle connessioni sinaptiche in base al loro uso, per arrivare ad un assestamento delle strutture e delle funzioni neurali verso la fine dello sviluppo, intorno ai 20-25 anni. E’ probabile che l’intensificazione dell’attività mentale dell’adolescente, notata da Piaget e condivisa da molti altri osservatori, che porta alla maturazione della logica formale, sia conseguente all’intensa attività di comunicazione e selezione sinaptica, soprattutto nell’area prefrontale, funzionale alla strutturazione e assestamento cerebrale, secondo quella logica, che il premio Nobel per la medicina Gerald M. Edelman ha chiamato di “darwinismo neurale”. Questo termine sta ad indicare che nel lavoro di ricerca e assestamento strutturale, sopravviveranno le sinapsi più forti, in quanto più usate (use it or lose it). Ecco che “l’effervescenza” mentale dell’adolescente, in cui si affacciano, come è noto, nuovi interessi e nuove curiosità, potrebbe essere collegata alla necessità neurale di stabilire e consolidare, esercitandole, nuove connessioni sinaptiche.

Ugualmente si è notato che le strutture limbiche che sono fortemente coinvolte nella percezione ed elaborazione delle emozioni (il cosiddetto “cervello emotivo” come lo chiama il neurobiologo Joseph LeDoux), maturano prima delle aree frontali, dando così una spiegazione di come il comportamento dell’adolescente sia più determinato dal sentimento che dalla ragione. Una ipotesi che viene avanzata è che l’attivazione emotiva dell’adolescente, che come sa ogni genitore è particolarmente accentuata in questa fase, con i suoi improvvisi sbalzi d’umore o a volte le esagerate espressioni emotive, sia funzionale alla costruzione di connessione sinaptiche con le aree prefrontali in modo da favorire un progressivo controllo da parte di queste aree sull’attivazione limbica, cosa che si realizzerà dopo i vent’anni.  Come dire, la vivacità emotiva  e il prorompere dei sentimenti diventa uno stimolo al rafforzamento della ragione (intesa come capacità di pensiero) in modo da permetterle di acquisire nel tempo il ruolo che le spetta. Infatti è proprio anche del pensiero comune l’idea che una persona diventi matura quando riesce ad avere un discreto controllo sulle proprie emozioni in modo che il suo comportamento sia più dettato dalla capacità di ragionare sulle cose che non dai sentimenti che le cose suscitano.

Queste osservazioni hanno un valore non solo euristico e di conoscenza, ma sono fortemente significative da un punto di vista psicologico e pedagogico in quanto ci dicono che la famosa “turbolenza” adolescenziale non è un’inevitabile “malattia fisiologica”, come la definì a suo tempo Winnicott, ma un’occasione da vivere e da utilizzare per favorire processi evolutivi possibili che portino ad assestamenti psicologici stabili. Queste considerazioni ci rimandano a concetti assolutamente sconosciuti agli adolescenti di oggi e ancor di più a quelli di ieri, ma poco noti anche agli adulti che si confrontano con gli adolescenti. Questi concetti riguardano quelli che Robert Havighurst, teorico dell’età evolutiva, ha chiamato compiti di sviluppo, che non sono molto presenti nella nostra cultura educativa. Infatti non ci sembra che sia nella mente degli educatori, in particolare genitori ed insegnanti, l’idea che preparare l’essere umano ad affrontare la propria evoluzione implichi conoscere e comprendere le tappe o le fasi che incontrerà nel suo personale processo di maturazione e di crescita, così da favorirne un esito positivo. A tale proposito Havighurst sostiene, evidentemente influenzato in questo dal pensiero di Erik Erikson, che il compito di sviluppo è quel compito “… che si presenta in un determinato periodo della vita di un individuo e la cui buona risoluzione conduce alla felicità e al successo nell’affrontare i problemi successivi, mentre il fallimento di fronte ad esso conduce all’infelicità, alla disapprovazione da parte della società e a difficoltà di fronte ai compiti che si presentano in seguito.” (1953)

Se la crescita e l’evoluzione personale sono in qualche modo influenzati dalla programmazione biologica è anche vero, come ampiamente dimostrato dalla psicologia, che l’interazione con gli altri e l’esperienza che le varie situazioni di vita ci propongono influenzano notevolmente la nostra capacità di evoluzione in quanto possono facilitare, o inibire, l’acquisizione di strumenti che ci facilitano il passaggio da una fase all’altra del nostro personale ciclo vitale.

 

Compiti evolutivi e mete di sviluppo

Tutti gli autori, che si sono occupati di adolescenza e che hanno analizzato nei loro scritti questa particolare fase della vita, ne hanno descritto i processi, le caratteristiche, gli aspetti, le mete, i compiti. Non è nostro interesse approfondire la descrizione o il confronto fra le varie posizioni visto anche la notevole ed esaustiva letteratura in proposito. Quello che ci interessa invece è sottolineare alcuni fra i più significativi compiti evolutivi propri di questa fase di vita, per altro condivisi dalla citata letteratura.

a) necessità di differenziarsi dai genitori per costruire una propria autonomia: chiudere con il mondo dell’infanzia significa iniziare a differenziarsi dai propri genitori cominciando a ridefinire le distanze (o le vicinanze) nei loro confronti e di conseguenza cercare di trovare una propria posizione. E’ il processo di individuazione e di separazione che segna la fine di un certo tipo di legame di attaccamento basato fondamentalmente sulla dipendenza dal modo di vedere genitoriale e l’inizio della propria personale esplorazione del mondo nel tentativo sia di conoscere il mondo e quindi farsi una propria idea del mondo, ma anche di capire come il mondo riflette la propria immagine. Per alcuni adolescenti questo “movimento” verso il fuori avviene prima e per altri dopo. Tendenzialmente quelli i cui legami familiari sono solidi e positivi caratterizzati da rapporti di reciproca comprensione e vicinanza tendono a posticipare “il distacco” dai propri genitori, mentre per quelli che vivono con difficoltà le relazioni familiari, prima ancora di entrare in adolescenza, tenderanno poi ad allontanarsi precocemente. Il distacco è soprattutto emotivo. Si comincia a sentire che le cose non sono più come prima. Cambia l’immagine che l’adolescente ha dei propri genitori. Se fino ad un certo punto questa immagine si caratterizzava da sentimenti di ammirazione, fiducia, credibilità, da un certo punto in poi cominciano ad evidenziarsi i difetti, i limiti, le contraddizioni, le incongruenze degli adulti. Scattano di conseguenza le critiche, le contestazioni, le aggressioni verbali o viceversa gli evitamenti, i silenzi o i rifiuti. E’ la fine dell’onnipotenza genitoriale così come è stata vissuta nel corso dell’infanzia dal bambino che necessariamente, tende ad idealizzare e mitizzare i propri genitori perché a loro deve il suo senso di sicurezza (base sicura). Solitamente questo aspetto sorprende entrambi le parti che non capiscono perché accada con relativo strascico di dolore sia da parte dei genitori che si sentono trattati ingiustamente sia da parte del figlio/a che a volte non capisce perché agisce o reagisce in un certo modo, ma sente che non può farne a meno. Del resto due persone che si sono amate possono separarsi senza dolore? Probabilmente sì quando il sentimento si è spento come nel caso a volte, di una separazione coniugale, ma è molto improbabile che questo accada all’interno del legame genitori-figli. Questo evento, che accade con toni più o meno accesi in tutte le famiglie quando entrano nella  “fase adolescenziale”, ha come meta lo svincolo, o la costruzione di una certa distanza, che diventa la premessa per la ricerca di una propria personale individuazione da parte dell’adolescente, che così comincia a immaginare prima e a realizzare poi spazi sempre maggiori di autonomia. 

b) ricerca di una identità sociale: la conseguenza della differenziazione e distacco emotivo dai propri genitori è la ricerca di fonti “alternative” di sicurezza. Avventurarsi in mare aperto per esplorare nuovi orizzonti comporta inevitabilmente la ricerca di compagni di viaggio con cui condividere scoperte, emozioni, idee, valori, affinità. Questo significa trovare la propria “tribù”, il proprio gruppo di appartenenza, che diventa il nuovo specchio in cui riflettersi per capire o cercare di vedere chi si è o a chi si assomiglia. Il gruppo dei pari in questa fase assume per molti versi il valore di nuova famiglia, assolvendo al compito che la famiglia originaria ha svolto negli anni precedenti: dare sicurezza e identità. In quest’ambito si collocano l’amico o amica del cuore, il gruppo ristretto di amici oppure i gruppi diversificati di appartenenza, quello della scuola, piuttosto che quello del tempo libero o quello delle attività realizzate in ambiti extrascolastici, come del resto a volte, anche i personaggi o i miti che di volta in volta lo star-sistem sforna e che agli occhi degli adolescenti diventano dei veri e propri idoli, a cui parlare, scrivere, assomigliare. A seconda del gruppo frequentato si assistono a significativi cambiamenti di look, di linguaggio, di interessi, di passioni, che colpiscono per lo più sfavorevolmente i genitori, gli insegnanti e gli adulti in genere perché vedono in questi cambiamenti un segno di instabilità. Questo tentativo di uniformarsi al gruppo in cui apparentemente l’individualità scompare in una sorta di fusione collettiva serve invece a rispecchiarsi per trovare sé stessi, perché quando non si sa bene chi si è, è proprio il rapporto con il simile che diventa rassicurante, mentre la diversità diventa ulteriormente destabilizzante. Ci si può differenziare dal mondo degli adulti cercando la diversità e il distacco solo se ci si sente di appartenere ad un altro mondo, alla propria tribù. Anche i passaggi da un gruppo all’altro a cui si assiste in questo periodo, che si accompagna quasi sempre con ulteriori cambiamenti esterni (il gioco delle maschere), sono leggibili come tentativi non definitivi di ricerca di una identità possibile, come se il ragazzo o la ragazza cercasse di trovare, cambiando, l’abito che meglio gli si adatta. Se la meta di questo disinvestimento familiare a favore del gruppo è funzionale alla ricerca di individuazione, va anche sottolineato che questo “movimento” verso l’esterno implica una sperimentazione di relazioni diversa rispetto al passato. Anche il bambino ha relazioni con i suoi coetanei per lo più in ambito giocoso, ma per l’adolescente le nuove relazioni sono occasione di scambio più di carattere emotivo, in cui sperimentare un tipo di intimità, di confidenza, di condivisione nuovo estendendo e riadattando quello vissuto in famiglia. Questa nuova dimensione di sperimentazione emotivo-affettiva è propedeutica al passaggio evolutivo successivo: quello cioè dal gruppo alla coppia.

c) integrazione della sessualità nell’identità di genere: con la pubertà cambiano molte cose non solo nel corpo ma anche nella mente e di conseguenza nell’immagine che si ha di sé. Con la maturità sessuale il corpo diventa sessuato, il maschile e il femminile diventano visibili trasformandosi in uomo e donna. Per quanto di sessualità ed educazione affettiva se ne parli a scuola, questo evento raramente viene vissuto come parte di una normale trasformazione. Anzi possiamo dire che la confusione di identità, di cui ci parla Erikson, inizia proprio quando il corpo inizia a trasformarsi “all’insaputa” del ragazzo o della ragazza, creando disagio, spesso vergogna, e a volte rifiuto di quello che sta accadendo, per cui i tratti marcatamente sessuali vengono a volte negati o nascosti. E’ l’identità corporea che viene meno e questo implica che non ci si riconosce più nel proprio corpo, con conseguente accentuazione del senso di insicurezza e instabilità. Sulle manipolazioni che l’adolescente fa del proprio corpo si è scritto molto, annoverando molti aspetti problematici a questi tentativi di manipolazione, come nel caso dei disturbi del comportamento alimentare o nel caso di episodi  di autolesionismo in cui il senso di malessere viene indirizzato in maniera punitiva verso sé stessi e in particolare verso quella parte di sé che non si accetta. Anche l’uso di droghe, che alcuni adolescenti fanno, può essere visto come un tentativo di manipolazione del corpo perché le droghe, agendo sull’attività cerebrale, cambiano la percezione di sé e quindi anche dell’immagine che si ha e si dà di sé. Lo stesso vale per il fenomeno sempre più diffuso dei tatuaggi e dei piercing, o del look nel suo complesso, che sono evidenti tentativi di “governare” i cambiamenti in corso, cercando di dare al corpo aspetti e quindi significati, più accettabili per sé a volte esagerando connotazioni sessuali o a volte negandole. Possiamo dire che c’è una prima fase in cui il prorompere della sessualità viene negata, nascosta o manipolata (solitamente nella prima adolescenza all’incirca tra i 13 e i 16 anni), per poi passare ad una fase successiva in cui viene accettata come parte di sé e si comincia ad integrarla con l’identità che via via si va definendo (17 – 20 anni). La progressiva accettazione del proprio corpo come corpo sessuato, il superamento della vergogna e del pudore, la disponibilità a mostrarsi per quello che si è al mondo, degli amici o degli adulti, predispone ad un altro compito evolutivo conseguente all’accettazione della propria sessualità: l’innamoramento e la sperimentazione di un legame di coppia, esperienza nuova e importante nella vita dell’adolescente, banco di prova per nuovi e futuri legami di attaccamento, utili e preludio di future scelte che si concretizzeranno in fasi della vita più adulte.

d) definizione di un sistema di valori: fra le varie cose che vengono rimesse in discussione in questa fase c’è proprio il sistema di valori acquisito. La questione etica o morale, che va a definire ciò che è giusto distinguendolo da ciò che è sbagliato, non si pone durante l’infanzia e la fanciullezza, in quanto la posizione valoriale dei genitori è quella accettata e condivisa. L’entrata in adolescenza intesa come espansione della capacità di riflessione, differenziazione dai propri genitori, identificazione con nuove appartenenze gruppali, innesca anche una revisione della propria etica personale, che come altri aspetti è variabile e indefinita in quanto risente fortemente l’influenza dei valori del gruppo di appartenenza. Come già sottolineato in precedenza, l’adolescenza con le sue criticità più o meno accentuate risente molto della relazione avuta con le figure genitoriali e quindi anche in questo caso il giovane si discosterà meno dal sistema dei valori familiare se le relazioni in famiglia sono state positive e di più nel caso contrario. Sono numerose le ricerche che mettono in luce questo aspetto, andando a sottolineare come l’adesione a gruppi portatori di culture antisociali o viceversa di culture dette convenzionali, sia fortemente influenzata dal rapporto con i propri genitori, come dire, la relazione genitoriale influenza la scelta degli amici che i figli faranno. Rimane il fatto che la scelta di come vedere il mondo e di come agire nel mondo, sperimentando comportamenti trasgressivi o spingendosi verso la definizione di un limite in certe condotte a rischio, è strettamente connesso al proprio sistema di valori. Le sperimentazioni adolescenziali servono anche a questo, alla costruzione di un’etica personale che è parte integrante del processo di individuazione.

e) progettazione di un futuro possibile: se l’adolescenza è, come si è detto, una fase della vita che permette il passaggio dall’infanzia all’età adulta, il tentativo di chiarirsi cosa si farà da grandi  rientra specificatamente fra i compiti evolutivi di questa età.  Se in passato, forse, era più facile definirsi in termini di progettualità possibile, per cui la scelta scolastica o universitaria era strettamente correlata alla tipologia di lavoro che si sarebbe poi fatto, oppure la scelta di uscire dalla casa dei genitori, il fare una famiglia, il mettere al mondo dei figli erano pensieri possibili intorno ai quali un adolescente poteva fantasticare, ora questo aspetto ci sembra più problematico. Non è solamente il mercato del lavoro, la crisi economica, che ridimensiona i sogni e frustra i desideri degli adolescenti d’oggi, ma ci sono altri fattori che entrano in gioco nella nostra società, fra cui il dilattarsi della condizione adolescenziale, per cui lo svincolo reale dalla famiglia d’origine, che sancisce il raggiungimento di una autonomia adulta, raramente si realizza prima dei trent’anni. Questo porta anche a posticipare la questione del domani nei termini di scelte possibili, si preferisce vivere in una sorta di eterno presente in cui la dimensione del futuro non viene consapevolmente contemplata. Complice di questa negazione è anche l’idea, come ci ricordava qualche anno fa Umberto Galimberti nel suo L’ospite inquietante (2007), che il futuro non è più percepito come “una promessa” ma spesso viene vissuto dai giovani d’oggi come una “minaccia”. L’idea di un progresso infinito, che ha accompagnato l’evoluzione delle generazioni passate, sembra essersi esaurita ed è sempre più diffusa la convinzione che il domani sarà più povero (di possibilità, di certezze, di occasioni, di benessere … ) dell’oggi. Questo porta con sé tutto quello che ne consegue in termini di rinuncia, di impotenza, di frustrazione e di tristezza, aspetti che possono spiegare alcune derive della realtà giovanile attuale in termini di fuga anestetizzante nell’uso di sostanze (droghe e farmaci) o nell’aggressività violenta, conseguenza della rabbia vissuta o della scarsa capacità di contenimento emotivo. Progettare un futuro possibile implica innanzitutto alimentare la speranza di un futuro possibile e la possibilità di poter incidere sul proprio destino e in questo senso sia la famiglia che la scuola giocano un ruolo fondamentale.

 

Bisogni specifici e permessi opportuni

Abbiamo già avuto modo in altri scritti di approfondire il tema dei bisogni fondamentali che caratterizzano lo sviluppo umano (v. la teoria di A. Maslow) e del ruolo che riveste la loro soddisfazione per una vita sana ed equilibrata. Vogliamo invece soffermarci ora su alcuni bisogni che abbiamo colto nella nostra attività di counseling e che riteniamo specifici dell’adolescente e della fase di vita che sta vivendo.

a) bisogno di sentirsi accettati per quello che si è: questo è un bisogno comune a tutte le età perché sentirsi accettati dagli altri, oltre che a farci stare bene, è preludio di buone relazioni, fondate sulla reciproca fiducia. In adolescenza però acquista un maggiore significato proprio per la delicatezza di questa fase in cui l’adolescente non sa bene chi è e quindi non sa definire se sia giusto o sbagliato quello che pensa, che prova, che sente. Diventa importante quindi che le persone di riferimento, genitori o insegnanti, siano in grado di restituirgli l’idea che quello che gli sta succedendo è in linea con la sua età. Accettare l’adolescente per quello che è non significa essere d’accordo con quello che pensa o con quello che fa, significa invece inquadrare quello che pensa e quello che fa nella sua specifica situazione, che è di incertezza, di mutevolezza, di sperimentazione, per cui quello che accade non è a priori giusto o sbagliato, ma eventualmente ricco di significato.

b) bisogno di informazioni: in linea con quanto detto è chiaro che l’adolescente ha bisogno di informazioni sulla sessualità, sui suoi cambiamenti fisici, sui comportamenti a rischio. Proprio come un esploratore che si avventura su un territorio sconosciuto ha bisogno di punti di riferimento che lo aiutano a definire una sorta di mappa, così l’adolescente ha bisogno di informazioni che l’aiutino a capire cosa gli sta succedendo e cosa incontrerà nella sua ricerca di senso e identità. Questo probabilmente può ridurre l’ansia, che si affaccia in questo periodo e ridimensionare la portata degli eventi, che lo coinvolgono, evitando di amplificare certi stati d’animo o certe fantasie. Il permesso di cui ha bisogno l’adolescente  a tale riguardo è - puoi chiedere – il che significa percepire che può chiedere informazioni riguardo a quello che gli succede senza temere di essere deriso o svalutato. Anche in questo caso  l’atteggiamento degli adulti è fondamentale in quanto l’adolescente percepisce immediatamente se può o non può farsi avanti, esporsi o meno. L’importante è prendere sul serio tutto ciò che egli propone perché evidentemente dietro ad una richiesta, o una cosa buttata lì, c’è un bisogno di sapere che a volte ha difficoltà lui stesso a riconoscere o semplicemente ad esprimere per paura di un rifiuto o di una svalutazione. Questioni che per gli adulti sono ovvie possono non esserlo per un adolescente e non solo riguardo a temi spinosi, come il sesso o la droga, ma anche questione di valore, di ciò che è giusto o sbagliato, o ad esempio, sul come comportarsi con gli altri.

c) bisogno di una comunicazione autentica e sincera: i giovani in particolare  (ma siamo convinti anche gli adulti) hanno bisogno di confrontarsi con persone autentiche. E’ interessante notare come nella teoria psicosociale di Erik Erikson il passaggio positivo da uno stadio di sviluppo all’altro viene reso possibile grazie ad una energia di base o qualità dell’Io che favorisce il passaggio. Nel caso dell’adolescente il superamento della crisi di identità, che lo vede passare da uno stato di inevitabile confusione di identità a quello di integrazione dell’identità, viene favorito, secondo  Erikson, dalla fedeltà come forza di base. Questo aspetto della fedeltà, e del suo opposto cioè il tradimento, è un tema molto rilevante nelle consultazioni con adolescenti. E’ forse uno degli aspetti più esplicitati.  In questo ambito si colloca la sfiducia che hanno nei confronti degli adulti, che a loro giudizio non sanno ascoltare e capire, o la paura dell’abbandono dell’amico/a del cuore o del tradimento all’interno del proprio gruppo di appartenenza. E’ evidente che dovendo fare i conti con la propria insicurezza e indeterminatezza, è necessario trovare qualcuno di cui fidarsi, di cui avere fiducia perché questo dà stabilità e sicurezza e una delle certezze più utili è quella di potersi relazionare con persone autentiche, cioè non false o manipolative, che sappiano accogliere e condividere. Questo aspetto di solito mette a dura prova il mondo degli adulti non sempre abituati alla schiettezza e ancor di più i genitori sempre presi dal timore di essere fraintesi o di non essere stati sufficientemente chiari. In realtà questo bisogno merita la dovuta attenzione per almeno due motivi: il primo è che una comunicazione sincera e autentica proprio perché gradita permette di mantenere il contatto riducendo così le possibili “zone d’ombra” in cui potrebbero celarsi situazioni di rischio; in secondo luogo si passa un permesso importante, ovvero che essere autentici e sinceri ha un valore, con tutto quello che significa sul piano etico e relazionale, temi questi a cui sono sensibili gli adolescenti.

d) bisogno di sostegno e aiuto: proprio perché in questa fase l’adolescente si differenzia dai genitori, perdendo quella che era stata una base sicura, ha bisogno di trovare altri punti di riferimento che lo aiutano a capire e a definirsi.  E’ sbagliato pensare che il gruppo dei pari sia l’unica realtà con cui l’adolescente è disponibile al confronto. L’attività di consulenza nei confronti dell’adolescente in difficoltà, si è dimostrata utile proprio per questo. Solitamente l’adolescente sa quali aspetti è opportuno condividere con il gruppo dei pari e quali invece gradirebbe poterne parlare con un adulto affidabile. Se difficilmente il genitore può assolvere a questo ruolo, per quanto molto dipenda, come si è detto, dal tipo di relazione che c’è stata prima, altri adulti possono svolgere questo ruolo di “adulto competente” come lo ha definito Pietropolli Charmet. Possono esserlo gli insegnanti, gli psicologi scolastici, gli educatori all’interno di iniziative e attività che li vedono a contatto con adolescenti, oppure in ambito familiare, da parenti prossimi come gli zii, fratelli o sorelle, magari più giovani dei propri genitori, o anche fratelli o sorelle reali più grandi di loro, con cui potersi confidare per problemi che loro hanno già affrontato. Quello che diventa importante è che quando sentono la necessità di parlare con qualcuno gli adolescenti sappiano a chi rivolgersi per chiedere informazioni o condividere difficoltà o problemi.

e) bisogno di sperimentare: diciamo che se c’è una caratteristica specifica di questa età è proprio quella del bisogno di sperimentare, esplorare, provare per vedere, per capire, per scegliere. In merito alle varie possibili sperimentazioni si gioca l’evoluzione positiva futura, o negativa, in quanto la società di oggi fornisce una moltitudine di stimolazioni non tutte legittime o positive. Cercare di impedire la possibilità di sperimentare, che significa in realtà muoversi nel mondo per conoscere il mondo, comporta probabilmente una amplificazione della curiosità a farlo e l’impossibilità di avere un confronto riguardo a ciò che viene esperito. Va da sé che tutto si gioca sul rapporto che si è costruito in precedenza per quello che riguarda i genitori e su quello che si va a costruire nel presente per gli insegnanti. Va stimolata la sperimentazione oculata, positiva riguardo a situazione che sappiamo possono favorire una crescita sana, come va tenuto un atteggiamento fermo e chiaro rispetto a scelte che vengono ritenute pericolose. Va esplicitato che è giusto sperimentare perché questo arricchisce la conoscenza, ma ciò non significa che tutto è lecito. Il confronto quindi va cercato da parte soprattutto dei genitori, ma anche di chiunque rivesta un ruolo educativo, e dev’essere un confronto schietto e sincero rispetto a tutto ciò che noi pensiamo essere pericoloso (v. sessualità, droghe, alcol, uso del motorino, compagnie etc). Se si ritiene che certi comportamenti siano pericolosi va detto e specificato, le opinioni e le posizioni vanno motivate senza porre a priori dei divieti o dei veti perché si potrebbe correre  il rischio di sortire l’effetto opposto.

f) bisogno di essere trattati come persone adulte: questo livello riguarda la responsabilità e la possibilità di contrattualizzare le varie scelte. Nel mondo degli adulti la regola spesso non scritta che definisce le varie relazioni è quella della responsabilità individuale e del contratto fra le parti. L’affidabilità degli altri sottende questa valutazione, difficilmente siamo disposti a fidarci  di persone che percepiamo come poco responsabili o poco affidabili perché non rispettano gli impegni presi. Introdurre questa “regola” con i propri figli o studenti è un contributo alla loro crescita responsabile. Non si tratta di essere o non essere d’accordo su idee, scelte, posizioni, si tratta di portare l’accento sulle conseguenze, sulla coerenza, sugli impegni  presi. E’ un livello questo a cui generalmente gli adolescenti sono sensibili perché ha a che fare con la costruzione della fiducia. Va da sé che, se si chiede impegno e coerenza rispetto agli accordi presi, anche gli adulti devono rispettare tali vincoli altrimenti ci si espone a critiche e si dà un’immagine falsa e inaffidabile.

 

Prevenzione del disagio in adolescenza

Se l’adolescenza è un’età difficile perché rappresenta la transizione dal mondo dell’infanzia a quello adulto e questo passaggio può essere più o meno complesso a seconda di come si riesce ad affrontare i compiti di sviluppo che questa transizione richiede e vengono soddisfatti i bisogni specifici che questo periodo della vita esprime, è anche vero che tutto questo avviene per lo più nell’inconsapevolezza sia dei protagonisti che la vivono, cioè degli adolescenti, che del mondo degli adulti, e quindi di chi potrebbe, interagendo con loro, svolgere un ruolo facilitante.

Non ci risulta che a scuola se ne parli, se non in rare occasioni e per buona volontà dei singoli. Per lo più vengono messi in atto interventi che rientrano nell’ampio campo dell’educazione o promozione della salute e quindi interventi di educazione sessuale e affettiva, o di prevenzione delle dipendenze e così via, andando a toccare aspetti più di possibili problematiche che non di aspetti evolutivi. Non c’è oggi una cultura educativa che prepari l’adolescente ad affrontare ciò che vivrà, come non c’è una preparazione degli adulti che vada in questo senso, né come genitori né come insegnanti, o come allenatori o animatori, o adulti significativi di riferimento. L’adolescente oggi diventa visibile, e quindi degno di attenzione, solo se manifesta un problema, ad esempio di consumo di droghe, di difficoltà scolastiche, di comportamento antisociale, di disturbo del comportamento alimentare, di comportamenti autolesivi o suicidari. Tutti problemi questi che, come ci ricordava  Havighurst, ma anche lo stesso Erikson e con loro tanti altri autori, sono riconducibili alla mancata capacità  di gestione dei compiti di sviluppo previsti per questa fase di età. Questo aspetto diventa particolarmente importante quando si parla di prevenzione del disagio in adolescenza, perché significa che qualsiasi progettazione di intervento non può prescindere dalla organizzazione di momenti di formazione specifica sui vari aspetti di questa età, unitamente a  spazi di consultazione e consulenza in ambito scolastico, come pure in ambito territoriale che permetta di incrociare sia l’adolescente in difficoltà, che l’adulto sensibile e interessato ad essere parte attiva rispetto a questo tema. Diventa chiaro che solo aiutando l’adolescente ad affrontare le proprie difficoltà si riuscirà ad evitare che queste difficoltà si trasformino in problemi e questi problemi in patologie.

 

Pubblicato il 23.10.2012